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sabato 22 novembre 2025

UN RE CROCIFISSO

 


CRISTO RE 


La definizione perfetta


23 novembre 2025 

 



Vangelo: Lc 23,35-43

Commento di P. Ermes Ronchi

 Sta morendo, in faccia al mondo che lo irride: “guardatelo, il re!”

Il titolo, un po’ barocco, della festa di oggi è: Gesù Cristo re e signore dell’universo. Ma come si fa ad applicarlo a uno inchiodato su un trono di sangue, che esibisce una corona di spine conficcata sul capo?

I soldati lo provocano: Fai un gesto di forza.

Uno invece gli chiede: fai un gesto di bontà, ricordati di me.

Un gesto di forza prodigiosa, oppure un gesto di bontà. I miracoli non servono a far crescere la fede, ma un gesto di bontà può compiere un miracolo.

Tutte le religioni primitive scelgono di servire un dio onnipotente. La fede di Gesù Cristo, invece, sceglie il Dio che tutto abbraccia, bontà immensa che penetra l’universo, il Dio “onni amante”.

Gesù rassicura gli Undici con tenerezza materna: ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo, fino al consumarsi del tempo.

E come una madre davanti al figlio piccolo che deve imparare a stare senza di lei, trova le parole perfette per scacciare ogni paura.

Quelli impauriti siamo noi. E insieme a quel gruppetto frastornato egli ci lascia l’ultima certezza, che tutto illumina: Dio con noi, sempre. Emmanuele, sempre.

Non è forse un miracolo, questo? Non è la storia che, dopo l’incarnazione, continua da qui in avanti a girare all’incontrario? Dio che si dona, il Grande a servizio del piccolo.

Il ladrone prova a difendere Gesù da quella bolgia, con l’ultima voce che ha: non vedi che anche lui è nella stessa nostra pena? Il delinquente misericordioso ci rivela che anche nella vita più contorta si è incarnata una briciola di bontà, una goccia di bene. Nessuna esistenza è senza un grammo di luce.

Non vedi che patisce con noi?

“Lui non ha fatto nulla di male”. Che bella definizione di Gesù, nitida, semplice, perfetta: Colui che niente di male fa, a nessuno, mai. Solo bene, esclusivamente bene. E’ Signore e re proprio per questo, perché il mondo appartiene a chi lo rende migliore.

Non vedi che patisce con noi.? Che naviga in questo nostro stesso fiume di lacrime. E l’amore umano, che è così raro, così poco, così fragile, Dio lo prende dovunque lo trova.

Il ladrone “buono” aveva chiesto solo un ricordo: ricordati di me quando sarai nel tuo regno. Non sperava altro.

Invece, Gesù non solo si ricorderà, ma lo porterà via con sé: oggi sarai con me in paradiso.

“Ricordati di me” prega il peccatore, “sarai con me” risponde l’amore.

Queste ultime parole di Cristo sulla croce sono tre editti regali, da vero re e signore dell’universo: oggi-con me-nel paradiso.

Il nostro Gesù, il nostro idealista irriducibile, di un idealismo selvaggio e indomito, ha la morte addosso, ma pensa alla vita di quel figlio di Caino che gocciola sangue e paura accanto a lui.

È sconfitto, ma pensa ad una vittoria, a un “oggi con me”, in un mondo che solo amore e luce ha per confine.

Miracolo del re sconfitto. Scandalo e follia della croce vittoriosa.me ‘Dio’.

Per gentile concessione di p. Ermes, fonte.

 

LEGGI LA PREGHIERA DELLA DOMENICA

 

Cercoiltuovolto

 

sabato 23 novembre 2024

L'UNICO RE


 --Domenica 24 Novembre 2024--

 NOSTRO SIGNORE 

GESÙ CRISTO 


RE DELL'UNIVERSO



Commento al brano del Vangelo di: Gv 18,33-37

Commento al Vangelo del 24 novembre 2024 a cura di p. Alberto Maggi OSM

 Link al video

Allora, è il processo a Gesù secondo Giovanni. È il capitolo 18 del suo Vangelo, ed è un processo un po’ strano perché c’è il giudice che ha paura dell’imputato e l’imputato che rivolge le domande al giudice. Poi la sentenza, alla fine, non sarà emessa dal giudice ma dall’imputato.

Perché? Perché, mentre Gesù, legato, è pienamente libero, Pilato, che è libero, in realtà è prigioniero dei condizionamenti: della sua convenienza, del potere che detiene e di quello che soprattutto vede in pericolo e vuole mantenere.

 Pilato, questa volta, rientrò nel pretorio, chiamò Gesù e gli disse: “Tu sei il re dei Giudei?”.

Pilato, che ha partecipato alla cattura di Gesù con l’invio di un battaglione di soldati, vuole rendersi conto in che cosa consista l’accusa che gli hanno fatto. Perché è il primo interrogatorio del procuratore romano a colui che è stato accusato di essere un malfattore.

“Re dei Giudei” era la designazione del Messia, l’atteso liberatore dalla dominazione romana. Quando i capi dei Giudei vorranno accusare Paolo e Sila, riformuleranno la stessa accusa: “Costoro vanno contro i decreti dell’imperatore, affermando che c’è un altro re: Gesù”.

La domanda di Pilato mostra che Gesù è stato accusato di essere un agitatore politico, che vuole mettersi a capo di una ribellione contro l’Impero romano. Uno dei tanti messia che, regolarmente a quel tempo, si rivoltavano contro Roma.

Per esempio, negli Atti si legge di un altro Galileo, il famoso Giuda il Galileo: al tempo del censimento indusse molta gente a seguirlo. Ma anche lui finì male, e quelli che si erano lasciati trascinare da lui si dispersero.

Era tipico, in quell’epoca, che ogni tanto capitasse qualcuno che si metteva a capo di un gruppo. Ma qui Pilato esprime tutta la sorpresa del rappresentante del potere imperiale romano, nel trovarsi di fronte a un uomo che ha tutto, tranne l’apparenza di un pericoloso sobillatore.

Ma Gesù replicò. Gesù non risponde, per ora, a Pilato. Non è per nulla intimidito e, mantenendo la piena padronanza di sé, è lui che gli rivolge una domanda:

“Gesù replicò: ‘Dici questo da te oppure altri te l’hanno detto di me?'”.

Esattamente come ha fatto con la guardia. Ricordate? Quando la guardia lo ha schiaffeggiato,

 Gesù ha detto: “Oh, se ho parlato male, dimostrami dov’è il male. Ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?”.

Gesù invita quindi Pilato a ragionare con la propria testa, a non essere condizionato da quello che gli hanno detto.

Pilato reagisce:

“Pilato reagì: ‘Sono io forse giudeo? La tua nazione e i sommi sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?'”.

Nella relazione disgustata di Pilato si legge tutto il profondo disprezzo che il procuratore nutriva verso i Giudei. Pilato ricorda a Gesù che è stata la sua intera nazione a rifiutarlo e che i suoi rappresentanti più alti sono quelli che lo hanno denunciato e condotto a lui.

Gesù è stato condotto da Pilato con l’accusa di essere un malfattore, un criminale talmente pericoloso per il sistema che non solo le autorità religiose, i sommi sacerdoti, ma anche il popolo, la “tua nazione”, lo odia.

Lo ritengono più pericoloso dei pur odiati e temibili dominatori, che vengono addirittura adoperati come strumento della loro vendetta. Tutti sono contro Gesù: sia coloro che detengono il potere religioso, sia quelli che sono sottomessi a questo potere.

Gli uni, coloro che detengono il potere religioso, vedono in Gesù una minaccia al proprio prestigio. Gli altri, coloro che sono sottomessi a quel potere, vedono in Gesù una figura che mette in pericolo la sicurezza che il sistema religioso offre.

Si realizza quanto Giovanni aveva annunciato nel Prologo:
“Venni tra i suoi, ma i suoi non lo accolsero”.

Rispose Gesù: “‘Il regno, quello mio, non è di questo mondo’.

Gesù non risponde alla domanda finale di Pilato: ‘Che hai fatto?’, ma solo alla prima, quella che riguardava la sua regalità.
‘Il regno, quello mio, non è di questo mondo. Se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei. Ma il mio regno non è di qui'”.

Il regno di Gesù non si fonda sul potere. Per questo la violenza, propria di quanti detengono il potere, non è contemplata nel suo regno. Gesù è venuto a comunicare vita, non a toglierla.

Gesù, il Dio a servizio degli uomini, è venuto a inaugurare un regno dove il re non esercita dominio ma amore. Non usa alcun tipo di violenza e non ha servi, perché non c’è bisogno di servi: lui stesso è il servitore dei suoi.

Gesù afferma che il suo regno non è un reame, nel senso geografico, ma il potere. La sua regalità non è “di questo mondo”. Questo, però, non significa che non sia “in questo mondo”.

L’evangelista non sta contrapponendo il cielo alla terra, ma due mondi differenti:

  • Il mondo di Gesù, quello dell’amore che comunica vita.
  • Il mondo di Pilato, quello dell’odio che uccide la vita.

Nessuna conciliazione è possibile tra questi due mondi:

  •  Il mondo del potere è il regno delle tenebre e della menzogna.
  • Quello di Gesù è il regno della luce e della verità.

L’uno comunica morte; l’altro comunica vita.

Allora Pilato gli disse: “‘Dunque, tu sei re?'”.

Pilato si trova spiazzato da questo individuo, che non dimostra alcun atteggiamento remissivo, pur sapendo di essere di fronte a colui che può condannarlo a morte oppure liberarlo.

Per Pilato, ciò che Gesù afferma è semplicemente assurdo, poiché non vede in questo prigioniero, in questo Galileo, alcuna delle connotazioni che fanno di un uomo un re. La domanda di Pilato, quindi, esprime tutta la sua ironia ma anche la sua curiosità.

Rispose Gesù: “‘Tu dici che sono re’.

A Gesù non interessa il tema della legalità e tronca bruscamente il discorso per portarlo su quello della sua missione.
“‘Io per questo sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità’.

E qui c’è un’affermazione che dovremmo comprendere, perché è strana, non ce l’aspetteremmo:  “‘Chiunque è dalla verità ascolta la mia voce'”.

Gesù rivela la verità di Dio in quanto manifesta l’amore, e la verità sull’uomo, chiamato a divenire figlio di questo Dio per realizzare il progetto del Padre su di lui.

La frase di Gesù è parallela a quella che ha esposto nel dialogo con il fariseo Nicodemo, quando dice: “‘Chiunque, infatti, fa il male odia la luce; chi fa la verità va verso la luce'”.

Pone così una stretta relazione tra la luce e la voce di Gesù, entrambe condizionate e precedute dalla verità. “Fare la verità”, in opposizione a “fare il male”, significa operare per il bene degli uomini, come si vede dal parallelismo:

  • Quanti fecero il bene.
  • Quanti fecero il male.

Gesù non afferma che chi ascolta la sua voce si situa nella verità, come ci saremmo aspettati. Non dice:
“‘Chiunque ascolta la mia voce è nella verità'”.

Ma invece: “‘Chi è dalla verità ascolta la mia voce'”.

Quindi, appartenere alla verità precede il fatto di poter ascoltare. “Ascoltare” in senso di capire, comprendere la sua voce. È la condizione.

Quindi, non si tratta di avere la verità, perché la verità non è una dottrina che si possiede, ma è un atteggiamento che caratterizza la vita del credente. Per questo Gesù parla di essere nella verità, di fare la verità.

Essere nella verità e fare la verità è ciò che permette l’ascolto e la comprensione del messaggio di Gesù. Significa orientare la propria esistenza a favore del bene dell’uomo, operando in modo da favorire la vita e mettendo sempre il bene dell’altro come principio assoluto della propria esistenza.

Quanti lo fanno sono in grado di ascoltare e di capire la voce di Gesù. Quindi, non chi ascolta la voce è dalla verità, ma chi è dalla verità — cioè chi ha messo la sua vita al servizio degli altri — può ascoltare e capire la voce di Gesù.

Altrimenti, anche se potranno predicarla, non la capiranno. Pertanto, per ascoltare e aderire a Gesù si richiede una disposizione previa d’amore alla vita e all’uomo.

Come ha già detto Giovanni nel prologo: “‘La vita è la luce dell’uomo’”.

Per questo i farisei, che non sono e non fanno la verità, sono refrattari alla voce del pastore.

Pilato rispose: “‘Che cos’è la verità?'”.

Pilato si mostra incapace di cogliere il significato profondo delle parole di Gesù. È un uomo dominato dal potere, dalle convenienze e dai condizionamenti della sua posizione.

Per lui, la verità non è una realtà vivibile, ma un concetto astratto, senza significato pratico. La sua domanda, quindi, non è una ricerca autentica, ma una chiusura.

La verità, come la intende Gesù, è l’amore incondizionato, che si traduce in un dono di vita agli altri. Una verità che non si limita a essere pensata, ma si vive e si manifesta nell’azione.

Dopo aver detto questo, Pilato uscì di nuovo verso i Giudei:  “‘Io non trovo in lui alcuna colpa’”.

Pilato, pur trovando Gesù innocente, non ha la forza di liberarlo. Cede alle pressioni dei capi religiosi e del popolo, dimostrando di essere prigioniero del sistema e incapace di agire secondo giustizia.

Il processo si concluderà con la condanna di un innocente e la dimostrazione del fallimento di un potere che non sa farsi portatore di verità e giustizia.

Riflessioni finali:
Il dialogo tra Gesù e Pilato ci invita a riflettere su quale mondo scegliamo di appartenere:

  • Quello del potere, che divide e uccide.
  • Oppure quello dell’amore, che unisce e dona vita.

La verità, per Gesù, non è una dottrina, ma una vita vissuta nel dono, nel servizio, nella piena adesione al bene degli altri. Solo chi vive questa verità può ascoltare e comprendere la sua voce, entrando a far parte del suo regno.

Conclusione:
Grazie per la vostra attenzione. Che questo dialogo ci aiuti a rinnovare il nostro impegno per vivere nella verità e nell’amore.

Cercoiltuovolto

 

sabato 19 novembre 2022

PERDUTI E SALVATI

DOMENICA DI CRISTO RE

2 Sam 5,1-3/ Col 1,12- 20/ Lc 23,35-43

Abbiamo bisogno di salvezza. Ho bisogno di salvezza, urgentemente. Di una soluzione, di qualcuno che mi aiuti a mettere ordine nel mio caos interiore, qualcuno che intervenga nella Storia, che faccia giustizia, che convinca alla pace.

 Abbiamo bisogno di un salvatore. Urgentemente.

E lo cerchiamo con affanno, siamo disposti ad ascoltare le sirene di quanti propongono soluzioni definitive. Lo attendiamo sperando ci sia un politico, un imprenditore, un uomo di spettacolo, un guru, qualcuno, chiunque! capace di toglierci dal buio. Siamo disposti a tutto, purché facciano loro, purché faccia lui. Solo che, spesso, cerchiamo salvatori senza ammettere di esserci perduti.

Salvatori a buon mercato, diciamo, loro a salvare, a salvarci, noi seduti a guardare (disposti però a ringraziare, nel caso). No, non ci sentiamo davvero persi, non scherziamo. Confusi sì, ma non persi.

 Temiamo la disperazione, ci inorridisce l’assurdo.

 Senza ammettere di esserci persi, spaventati dalla serietà della vita, dall’ineluttabilità dell’esistere, senza ammettere, semplicemente, che non abbiano in noi tutte le risposte, che da soli non ce la possiamo fare, che la risposta di senso e di felicità, pur avendo bisogno di noi, di trova fuori da noi, non sappiamo più cosa sia la salvezza. E nell’ultima domenica dell’anno liturgico la Parola ha ancora qualcosa da dire, un’indicazione forte, destabilizzante, inattesa, rivolta ai cercatori di salvezza, nella Solennità di Gesù Cristo re dell’Universo. Una titolazione un po’ aulica, forse desueta, ma che proclama con forza quanto i discepoli hanno sperimentato: Gesù è la risposta di ogni ricerca, e il mondo non sta precipitando nel caos, ma nelle sue braccia.

 Gesù è la salvezza, l’unica salvezza, la mia salvezza.  La tua, se vuoi.

 Tu sei re?

 Tu sei re? (Gv 18,34), chiede uno stranito procuratore a quello scappato di casa che gli hanno portato per essere giudicato e crocefisso. Non crede ai suoi occhi il disincantato e spregiudicato Pilato: quale pericolo può rappresentare quello svaporato che gli sta dinnanzi? Eppure, se il Sinedrio si è umiliato chiedendogli un favore, deve esserci qualcosa di nascosto…

 Tu sei re? Ci chiediamo davanti alla croce: davanti al più sconfitto fra gli sconfitti, al più fragile tra i fragili. Un re senza trono e senza scettro, appeso nudo ad una croce, un re che necessita di un cartello per essere identificato. Non un re trionfante, non un Dio onnipotente, ma un uomo nudo, mostrato, sfigurato, piagato, arreso, sconfitto.  Una sconfitta che, per Lui, per Dio, è il definitivo e inequivocabile segno del dono di sé.

Un Dio sconfitto per amore, un Dio che – inaspettatamente – manifesta la sua grandezza nell’amore e nel perdono. Dio – lui sì – si mette in gioco, si scopre, si svela, si consegna.  Ecco Dio, è qui, appeso. Ecco il salvatore. Nudo.

 Salva te stesso

 Mette i brividi il vangelo di oggi, che dice in che senso Cristo è re. Gesù è appeso, agonizzante. Intorno a lui la folla, che poche ore prima ne chiedeva con forza la morte, tace, sgomenta. In pochi parlano, i sacerdoti, i soldati romani pagani e uno dei ladri, e ripetono lo stesso mantra: Se tu sei il re dei Giudei, salva te stesso.

 Vuoi che ti crediamo? (Dopo averlo appeso), dimostra che sei ciò che dici scendendo dalla croce e salvandoti. Salva te stesso e ti crederemo. Giusto. È esattamente ciò che pensiamo di Dio. Dio è Dio perché pensa solo a se stesso. Perché non si occupa degli altri, perché non he remore morali o densi di colpa. È un segno di debolezza il dover dipendere dagli altri.

 Il potente, così come ce lo immaginiamo (Dio, il miliardario, lo sfrontato, fate voi), è colui che salva se stesso, che può permettersi di pensare solo a sé, ha i mezzi per essere soddisfatto, senza avere bisogno degli altri.

 Dio è ciò che non possiamo permetterci di essere, il più potente dei potenti, che può tutto, che non ha bisogno di niente e di nessuno, beato lui!  Per dimostrare di essere veramente Dio, Gesù deve salvare se stesso, perché per molti, ancora, Dio è il Sommo egoista bastante a se stesso, beato nella sua perfetta, asettica, immarcescibile solitudine.

 Non è così. Il nostro Dio non salva se stesso, salva noi, salva me.  Dio si auto-realizza donandosi, relazionandosi, aprendosi a me, a noi. Questa è la sua regalità. Dio è re perché salva gli altri, noi, non se stesso.

 Ladri e ladroni

 I due ladri sono come noi; il primo sfida Dio, lo mette alla prova: se esisti, toglimi dalla croce, liberami da questa sofferenza, salva te stesso (di nuovo!) e noi, e me. Concepisce Dio come un re di cui essere suddito, ma lo riconosce re solo se Dio si fa suo suddito. Non ammette le sue responsabilità, non è adulto per rileggere la sua vita, tenta il colpo. Non è amorevole la sua richiesta: trasuda piccineria ed egoismo, servilismo e sfida. Come – spesso – è la nostra fede e la nostra preghiera. Cosa ci guadagno se credo? L’altro ladro, invece, è solo stupito. Non sa capacitarsi di ciò che accade: Dio è lì che condivide con lui la sofferenza. Una sofferenza conseguenza delle sue scelte, la sua. Innocente e pura, quella di Dio. Ammette di essersi perso, perciò viene salvato. Un ladro buono, dice la tradizione, nel senso di abile, aggiungo io: ha fatto il colpo più spettacolare della sua vita, ha rubato il paradiso.

 Ecco l’icona del discepolo: colui che si accorge che il vero volto di Dio è la compassione e che il vero volto dell’uomo è la tenerezza e il perdono. Nella sofferenza possiamo cadere nella disperazione o ai piedi della croce e confessare: davvero quest’uomo è il Figlio di Dio.

 Ecco il tuo re, Israele. Ecco il tuo re, discepoli del Signore, chiamati a costruire la profezia di un mondo nuovo e riconciliato che è la Chiesa. Un re umile, donato, pacificato, versato.

 Tremo, stordito.

Lo voglio davvero un Dio così? Un Dio debole che sta dalla parte dei deboli? È questo, davvero, il Dio che voglio? No, io preferisco un Dio potente che mi risolve i problemi e sono disposto a sfinirmi di preghiere per convincerlo!  

Ecco l’ultima provocazione che la Liturgia ci offre a conclusione del nostro cammino: di quale Dio vogliamo essere discepoli? Di quale re vogliamo essere sudditi?

 Non date risposte affrettate, per favore, altrimenti ci tocca convertirci.

 

Paolo Curtaz

 


sabato 20 novembre 2021

UN RE SPECIALE

  

+ Dal Vangelo secondo Giovanni  -     Gv 18,33-37

 In quel tempo, Pilato disse a Gesù: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?». Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».

 Commento di p. Paolo Curtaz

 Tu sei re?

Pilato è stupito e divertito. Non sa se lasciar andare per la sua strada questo straccione consegnatogli dal Sinedrio o divertirsi qualche istante con lui.  Cosa ha combinato questo folle se i riottosi sacerdoti si sono presi la briga di ingoiare più di un rospo amaro e sono venuti ad elemosinare la sua condanna a morte? Pilato odia il Sinedrio. Il Sinedrio odia Pilato per i suoi modi spicci, per la sua insofferenza alle troppe consuetudini di questi fanatici insubordinati. Eccolo lì l’uomo pericoloso. Un pazzo che si prende per re.

Uno che dice di essere venuto a salvare il mondo. Uno che si prende per Dio. Uno che parla di un Regno davanti al rappresentante ufficiale di un Impero mondiale. Uno da manicomio. O da compatire. Cosa spaventa così tanto i religiosi bigotti del tempio?

Tu sei re?

Non si capacita della situazione, il procuratore romano. È salito a Gerusalemme lasciando la calda Cesarea e il palazzo che affaccia sul porto solo per far valere la presenza dell’aquila romana nella città santa dell’irrequieta Provincia e ora deve iniziare la sua intensa giornata avendo a che fare con questo somaro. Gesù cerca di capire se l’affermazione è una sua idea, se è una sua supposizione. Pilato smorza ogni possibile dialogo, pone le distanze.

È preciso: a lui della sorte di Gesù non importa nulla, né gli importa cosa pensino gli altri, ma se si spaccia davvero per re allora esiste un problema. È un reato di lesa maestà, uno solo è l’Imperatore, non facciamo scherzi.

Tu sei re?

Ci ripetono, divertiti, quanti auspicano la fine catastrofica della Chiesa, rea di ogni nefandezza, covo di pedofili e violentatori, associazione a delinquere che ha ingannato i semplici di cuore per secoli. E dove sarebbe il Regno? Dove la salvezza? Dove i cieli nuovi e la terra nuova in cui avrà stabile dimora la giustizia? Duemila anni di illusione, di soprusi, di inganni.

E il mondo marcisce, si accartoccia, prevale, sovrana, la tenebra. E anche noi, come a Pilato, sembriamo, agli occhi del mondo cinico, dei pazzi esaltati, da compatire e da contenere nel loro delirio religioso.

 Tu lo dici

Gesù cerca di smuovere la durezza di cuore del romano. È re, certo. Ma non come immagina Pilato. Il regno di Gesù non appartiene a questo mondo, infatti nessuno fra i suoi sudditi ha alzato la spada per difenderlo. La discussione si fa interessante. Il pazzo segue una sua logica. Più o meno.

Dunque tu sei re?, provoca ancora Pilato. Gesù ha capito che Pilato è troppo pieno di sé per ascoltarlo veramente.

Tu lo dici. Ha ragione, il procuratore, Gesù non sembra in nessun modo un re. È un gesto di fede crederlo. Di grande fede.

Gesù non appare come un re. Neanche lontanamente. Né appare come un politico famoso o un affermato imprenditore o un magnate della finanza. Non appare, semplicemente. In nessun modo. E ne spiega la ragione: a lui non importa il potere. O il denaro. O i privilegi. O i lussi. O l’adorazione della folla. Importa una cosa sola: adempiere la sua missione. Vuole rendere testimonianza alla verità. È re della verità. È re dell’autenticità. È venuto a svelare il vero volto di Dio. E il nostro vero volto. Sì, Gesù è re. Ma a modo suo.

Un re che capovolge la nostra idea di Dio. E della gloria.

 Reallly?

Tu sei re?

Mi sento dire dalle persone che hanno sbattuto la porta della parrocchia e se ne sono andati, stufi dell’ennesimo scandalo, stanchi dell’ennesimo parroco con le paturnie che vive fuori dal mondo, inorriditi dalle persone che tanto si danno da fare in parrocchia dimenticando le cose essenziali che rendono amabile una persona. Che testimonianza danno questi sudditi?

Tu sei re?

Mi chiedo quando vedo noi servi, noi alla corte del Signore, discutere per un titolo, per un riconoscimento, per un (santo e cattolico e devoto) applauso. E penso alla logica del mondo che sta scardinando la Chiesa (quella piccina, non quella che mai sarà sopraffatta) e vedo anch’io, come san Paolo VI, il fumo di Satana insinuarsi nella logica del Vangelo.

Tu sei re?

Leggo nello sguardo di compatimento, di sufficienza, di sottile ironia della gente che conta, dei giovani disincantati diventati cinici, delle persone urlanti e rabbiose che disprezzano come inutile e pericolosa la vita che deriva dal Vangelo. Cristiani, in teoria, ma fieramente razzisti e violenti nel loro modo di pensare e di vedere. E penso a cosa direbbero davanti a questo re da farsa che ci troviamo…

 Mostri

Nella visionaria descrizione della prima lettura, Daniele vede il mondo sconquassato da quattro bestie, segno delle dominazioni su Israele che si sono succedute nei secoli: il leone indica il sanguinario regno di Babilonia, l’orso i Medi, il leopardo i persiani e l’ultima bestia, la più spaventosa, rappresenta il regno di Alessandro Magno e dei suoi successori, fra cui Antioco IV, persecutore dei devoti al tempo in cui scrive Daniele. Nel brano che abbiamo meditato il profeta vede la venuta di un figlio dell’uomo, semitismo che indica, semplicemente, l’uomo. Non più delle bestie deterranno il potere in Israele, ma un uomo, finalmente. Uomini, non bestie assetate di potere e di denaro. Quanta poca umanità, ancora oggi, troviamo in coloro che detengono il potere! Quanta poca umanità nel potere religioso del Sinedrio e in quello politico dell’aquila romana!

Pilato, durante tutto il colloquio, pone solo domande. Non si interroga: interroga. E non ascolta le risposte.

 La verità

Alla fine di questo anno liturgico, salutando l’evangelista Marco, celebriamo il nostro re.

Questo re. Che ci porta alla verità di noi stessi, non certo a conquistare il mondo. Che ci porta a Dio, non a inebriarci di potere. E siamo qui, se ancora lo vogliamo, a dirci suoi discepoli.

Tu sei re? Sì, Signore. Lo credo. Lo voglio.

Ti sei il mio re.

 

PAOLO CURTAZ

 

 

sabato 21 novembre 2020

COSA RESTERA' DI QUESTO TEMPO INQUIETO E DOLENTE?


-  Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 25,31-46

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi. Allora i giusti gli risponderanno: Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti? E il re risponderà loro: In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me. Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato. Anch'essi allora risponderanno: Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?. Allora egli risponderà loro: In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l'avete fatto a me. E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».

 Commento di p. Paolo Curtaz

 Cosa resterà di questo tempo inquieto e dolente?

Cosa resterà di questa mia vita, fatta di sogni, di paure, di slanci e di frenate, di contraddizioni, di entusiasmi e sofferenza che si alternano, di desideri inespressi o irrealizzati, di delusioni e sconfitte? Cosa resterà della mia ricerca di fede, a volte entusiasta e travolgente, più spesso lenta e abitudinaria? Cosa rimane alla fine della vita? Della mia vita? Di ogni vita?

L’amore. Solo l’amore. Rimane quanto ho saputo amare. Quanto mi sono lasciato amare. Quanto ho desiderato amare. Perché l’amore dirige il mondo, perché l’Amore lo ha creato e plasmato e lo fa fiorire. Non i successi, i denari, i like rimangono ma l’amore che siamo riusciti a costruire nella concretezza del quotidiano. L’amore accolto da Dio, l’amante. Donato al meglio delle nostre possibilità, non come sforzo, ma come effusione di un amore ricevuto. Questo celebriamo in questa domenica che chiude l’anno liturgico e si avvia a concludere questo difficilissimo anno civile. Anno della prova, della verità, della manifestazione di quello che siamo e che siamo diventati. E la Parola sfida interpreta, scuote, consola, rapisce, illumina, indica, tormenta. E lo fa in un modo inatteso, decisamente fuori moda.

Regalità

Leggendo il vangelo conclusivo di Matteo restiamo sconcertati ed interdetti. Il clima è cupo, la visione di questo giudice implacabile come alcuni pittori ce l’hanno riportata, il possente Cristo di Michelangelo della cappella Sistina, ad esempio, fa paura.  Cosa ha che vedere questa pagina con il resto del vangelo? Matteo si è sbagliato? O ci siamo sbagliati noi quando continuiamo a professare il volto di un Dio compassionevole? I pastori, sul fare della sera, separavano le pecore dalle capre. Le capre, senza il “cappotto” fornito da madre natura, pativano il freddo proveniente dal deserto ed andavano ricoverate in un posto più caldo, come una stalla o sotto una roccia. Quest’immagine è lo sfondo del racconto di Gesù, una separazione che è una protezione, un’attenzione verso i soggetti deboli. Il pastore accoglie le pecore che lo hanno riconosciuto nel volto del povero, del debole, del perseguitato. Era prassi comune nel mondo ebraico, ma ne troviamo traccia anche in altre culture!, valorizzare i gesti di compassione verso i deboli.  Due sono le novità apportate dal vangelo di Matteo: Gesù lascia intendere che è lui che curiamo nel povero, identificandosi nell’uomo sconfitto. In secondo luogo questa identità è sconosciuta al discepolo che resta stupito nell’avere soccorso Dio senza saperlo. 

Gesù si identifica nel povero.  E afferma che il gesto di carità scaturisce da un cuore compassionevole, non necessariamente dal cuore di un credente. Il messaggio che Matteo ci rivolge è piuttosto chiaro: l’incontro con Dio cambia il tuo modo di vedere gli altri, riesci ad incontrarlo anche nel volto sfigurato del povero. Gesù non parla di “buoni” poveri o di carcerati vittime di un errore giudiziario!  Anche nel povero che ha sperperato tutto per colpa o nell’omicida (!) possiamo riconoscere un frammento della scintilla di Dio.

Siamo chiamati ad amare a prescindere perché amati a prescindere. Ad amare nella concretezza del gesto: cibo, bevanda, coperta, visita, accoglienza, conforto.

Ripetizione 

Gesù ripete la stessa idea, ma in negativo, questa volta. Come era consuetudine per i rabbini, che sempre ribadivano il proprio insegnamento una volta in positivo e una volta in negativo. Per calcare la mano Gesù conclude che colui che non lo riconosce brucerà nel fuoco della Geenna. Lasciate perdere le immagini orribili dell’inferno e il timore di Dio che non è paura del Padre ma paura di perdere il suo amore per nostra negligenza! La Geenna è una delle valli che circonda Gerusalemme, mai abitata perché, secondo la storia, lì i Gebusei praticavano sacrifici umani prima della conquista della città da parte del re Davide. Al tempo di Gesù nella valle della Geenna si bruciavano le immondizie. Se non sappiamo riconoscere il volto di Dio nel fratello siamo immondizia.  Gettiamo via la nostra vita, la sprechiamo.

Quindi

Alla fine dei tempi, davanti al Cristo in maestà che succederà?  Lo trovate scritto, leggete bene, e mettete da parte il taccuino su cui avete segnato puntigliosamente le ore di preghiera, le messe e le confessioni sopportate con cristiana rassegnazione e le eventuali giustificazioni da tirare fuori nel caso Dio fosse più esigente di quello che ci raccontavano.  Il Signore ci chiederà se lo avremo riconosciuto, nel povero, nel debole, nell’affamato, nel solo, nell’anziano abbandonato, nel parente scomodo. Sì: avete capito bene.  Il giudizio sarà tutto su ciò che avremo fatto. E sul cuore con cui lo avremo fatto.  Saremo giudicati sull’amore, con amore. 

La fede è concretezza, non parole, la preghiera contagia la vita, la cambia, non la anestetizza, la celebrazione continua nella città, non si esaurisce nel Tempio.  Allora, certo, la preghiera, l’eucarestia, la confessione, sono strumenti di comunione col Cristo e tra di noi per fare della nostra vita il luogo della fede.  Nel mio ufficio, alla mia facoltà, in casa a spadellare mi salverò. Se saprò portare la fede da dentro a fuori, da lontano a vicino, e riconoscere il volto del Cristo adorato nel volto del fratello che incontro ogni giorno, mi salverò. 

 La regalità di Cristo, oggi, si manifesta nei nostri gesti.  Cristo è Signore se sapremo sempre di più amare i fratelli, diventare trasparenza della misericordia, testimoni credibili della compassione.  Cristo è re se, in questi tempi oscuri, sappiamo conservare la speranza, costruire ponti, indicare sentieri.

Cristo vince se l’amore trionfa. Anche nella mia vita.