E
SOCIALIZZARE
LA CARITA'
Costruire alleanze: lavoro di rete e advocacy
Non solo una relazione
personale, ma anche un’azione sociale
In Mc 5,1-20 un uomo alienato, autolesionista, con
comportamenti aggressivi verso di sé e verso altri, ingestibile, infatti
“nessuno più riusciva a domarlo”, va incontro a Gesù. Possiamo pensare a un
caso di grave malattia mentale. Di lui si dice che non aveva una casa. Era
stato relegato dalla società a vivere fuori dal consesso civile, ed era
costretto a vagare e abitare luoghi di morte: cimiteri. “Aveva la sua dimora
nei sepolcri” (Mc 5,3). La società ha apposto uno stigma sulla sua persona ed egli è costretto a vivere nell’emarginazione e nell’esclusione. È respinto fuori dal
contesto sociale. È uno scarto.
Pensiamo alle versioni
contemporanee dei senza casa, degli sfrattati, di chi vive ai margini delle
città, di chi ha perso il lavoro e magari anche la famiglia. Pensiamo a quella povertà relazionale che accompagna povertà di tipo
economico. Pensiamo alle conseguenze psicologiche di chi vive senza affetti,
nell’isolamento, senza mezzi materiali, senza un tetto. La violenza di cui fa
mostra quest’uomo – che certamente è alienato, fuori di sé – non è forse anche
riflesso della violenza dell’emarginazione sociale e prodotto da essa?
Proprio come i lebbrosi che dovevano introiettare il marchio che li
etichettava come impuri e aggirarsi gridando “impuro, impuro” per consentire ai
sani di evitarli. Emerge immediatamente il legame individuo-società. Il caso
presente nel nostro testo non è solo individuale, ma sociale, investe la
collettività e in questo illumina gli altri casi di povertà ed emarginazione,
isolamento e respingimento che incontrate nel vostro operare. La situazione
dell’uomo di Gerasa non riguarda lui solo, ma anche la famiglia e la società:
si pensi anche ai casi dei lebbrosi, allontanati dal contesto famigliare,
sociale e religioso per timore di contagio. E così come il male, il disagio non
è limitabile al caso individuale, ma investe la dimensione sociale e
collettiva, così anche l’intervento di aiuto e di carità non può limitarsi al
piano individuale.
Qui si parla sì di
salute, in questo caso mentale, di un individuo, ma questo ha risvolti sociali
e politici rilevanti. In gioco non c’è solo la salute di un singolo, ma anche
di una collettività. Espresso con il linguaggio possibile duemila anni fa, emerge
la prospettiva a cui oggi diamo nome di complessità. Ottica che impedisce di
cedere alla tentazione della facilità e della semplificazione che porterebbe a
cadere nel semplicismo e in soluzioni che sono solo momentanee e alla fin fine,
illusorie. Primo Levi ha scritto che se “il desiderio di
semplificazione è giustificato, la semplificazione non sempre lo è”. La carità
deve assumere la coscienza della complessità sicché non si può esaurire nel
primo intervento: ci sono problemi che investono l’ambito sanitario, le
politiche degli alloggi, il lavoro, la scuola … Si pensi anche solo agli
immigrati che provengono da zone del mondo diversissime per lingua, cultura,
religione.
In questo senso è utile
un’incursione nella parabola del Samaritano, dove dopo il suo primo intervento
di soccorso all’uomo mezzo morto lungo la strada, il Samaritano si deve
rivolgere a un albergo in cui l’uomo ferito sarà ricoverato e curato fino a
pieno ristabilimento. Occorre vedere in quell’albergo le istituzioni, gli enti
che si fanno carico a diversi livelli e per diversi aspetti e per diversi tempi
della piena guarigione dell’uomo e del suo reinserimento.
Leggi qui la meditazione integrale di Luciano Manicardi

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