Riflessione
di don Massimo Naro sulla
liturgia della Parola
nella
XXIX domenica del tempo ordinario (anno A)
Is 45,1.4-6; Sal 95/96; 1Ts 1,1-5b; Mt 22,15-21
«Rendete a Cesare quello
che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio»: questa frase di Gesù, che sta al
centro dell’odierna pagina evangelica, in epoca contemporanea è diventata –
almeno in Occidente – lo slogan “ufficiale” della laicità, in particolare della
laicità dello Stato. In Italia è certamente più citata di quella proferita a
suo tempo da Cavour: «Libera Chiesa in libero Stato». Vale a dire: separazione
delle prerogative religiose e spirituali da quelle politiche e civili. Per lo
statista piemontese la Chiesa, nell’Italia unita, avrebbe potuto e dovuto
godere della piena libertà di culto, senza alcuna ingerenza da parte del potere
statale. Ma, di converso, non avrebbe potuto e dovuto pretendere alcun
privilegio “temporale” rispetto a tutte le altre componenti sociali, il cui
governo – sotto tutti i profili, compreso quello formativo e scolastico –
spettava ormai esclusivamente allo Stato e alle sue istituzioni. Del resto, se
alcune implicazioni dell’asserto cavouriano fecero subito storcere il naso sia
ai rappresentanti delle istituzioni statali sia alle gerarchie ecclesiastiche,
l’insegnamento di Gesù, precedente di quasi due millenni, è invece apprezzato e
accolto da una parte e dall’altra, sia dai “laici” sia dai “credenti”. Questi
ultimi, proprio sulla scorta del detto gesuano, hanno la possibilità di
reinterpretare il significato autentico della laicità, praticandone tutte le
implicazioni non “laicistiche”, cioè i risvolti che non smentiscono e non
mortificano il loro credo religioso. I credenti che si lasciano illuminare dal
messaggio evangelico sanno di dover rispettare le leggi statali (anche quelle
fiscali) e, al contempo, di dover prendere estremamente sul serio tutte le
esigenze insite nel vangelo, anche quelle etiche.
Dobbiamo tuttavia
chiederci se il Maestro di Nazareth abbia avuto l’intenzione di sancire, alla
stregua di Cavour, il criterio cardine della laicità dello Stato – che pur si
evince dalle sue parole –, oppure abbia voluto rivelare il senso fondamentale
del rapporto che l’essere umano (in quanto tale e non solo come soggetto
religioso) intrattiene con Dio, in virtù del suo statuto creaturale. Certamente
le intenzioni di Gesù non furono le stesse di Cavour. Ma, per indovinare la
risposta al nostro interrogativo, conviene considerare il contesto in cui
accadde l’episodio riportato dall’evangelista Matteo.
Gesù si confronta
criticamente con i farisei, ossia con i giudei devoti di quell’epoca, puri e
duri, ligi all’osservanza delle norme di tradizione mosaica, rigorosi a tal
punto da rimanere “separati” da tutti, specialmente dagli impuri, dai pagani e
da chi li frequentava. Nell’episodio su cui ci stiamo qui soffermando, i
farisei mettono tatticamente tra parentesi quel loro rigore e permettono che
gli erodiani, cioè i collaborazionisti dei romani, si accompagnino ai loro
discepoli al cospetto del Rabbi galileo. Non vanno loro stessi, ma inviano i
loro discepoli proprio perché – ipocritamente – vogliono salvare le apparenze,
senza mescolarsi pubblicamente con gli impuri alleati dell’Impero. E si
comportano così perché il loro intento è malvagio, come Gesù infine rinfaccia
loro. Essi, difatti, facendogli chiedere se fosse «lecito» o meno «pagare il
tributo a Cesare», mirano a tendergli una trappola. Perciò gli impongono
l’alternativa di scontentare gli uni (i loro stessi seguaci) o gli altri (gli
erodiani). Gesù elude la loro manovra con la sua risposta ben calibrata ed
equilibrata, che avrebbe fatto invidia a Sofocle, l’autore greco della tragedia
intitolata ad Antigone, vittima delle leggi umane e martire in nome della
giustizia divina: «Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: “Ipocriti,
perché volete mettermi alla prova? Mostratemi la moneta del tributo”. Ed essi
gli presentarono un denaro. Egli domandò loro: “Questa immagine e l’iscrizione,
di chi sono?”. Gli risposero: “Di Cesare”. Allora disse loro: “Rendete dunque a
Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”. A queste parole
rimasero meravigliati, lo lasciarono e se ne andarono».
Come mai la risposta di
Gesù convinse quei suoi maligni interlocutori? Le sue parole non affermano
l’inappellabile distinzione e, quindi, l’insormontabile distanza tra politica
ed esperienza religiosa. Al contrario, dicono che pagare le tasse e obbedire alle
leggi dell’Impero non inficia i diritti di Dio. E nondimeno dichiarano il
primato di Dio e la parzialità, come pure la secondarietà, del potere politico
e di chi lo impersona. Gesù, spiegando implicitamente tutto questo, non si sta
rivolgendo a un politologo dei nostri giorni, ma ai suoi conterranei e ai suoi
contemporanei, persone che coltivano una marcata sensibilità religiosa e che
masticano un po’ di teologia biblica. Perciò risponde − in termini
comprensibili a gente che aveva la necessaria infarinatura teologica − che
bisogna sì render conto a Cesare per quel che compete a Cesare, ma bisogna pure
render conto a Dio per quel che compete a Dio: e cioè per tutto, per ogni
momento della nostra vita, in privato e in pubblico, poiché solo Dio è Dio, mentre
Cesare è soltanto Cesare.
Alla radice di questo
insegnamento c’è lo Shemà Israel, la professione di fede dell’antico
Israele, che annuncia il primato di Jhwh Adonai per il credente e che declina
le forme di un monoteismo “totalizzante” (più che “totalitario”), in quanto
investe e impegna il credente in ogni dimensione della sua esistenza e in ogni
momento della sua vita. Egli dovrà avere un privilegiato rapporto d’amore con
l’unico Dio, sempre e dovunque: quando sarà sveglio e quando dormirà, quando
camminerà per strada e quando siederà a casa propria, quando tratterà i suoi
commerci e quando starà con i suoi familiari, in ogni sua attività pubblica e
anche in privato, legandosi un filo al dito e contrassegnando lo stipite
esterno della sua abitazione come promemoria di questo precetto, per essere sempre
nella condizione di ricordarselo e di farselo ricordare dagli altri. Se si ha a
che fare con il Dio della Bibbia, allora Questi dev’essere il Tutto della vita
di chi crede e tutta la vita del credente dev’essere ricondotta a Dio. Di
questo Dio Gesù parla, rispondendo a chi tenta di metterlo alla prova,
ricollocando il suo magistero in una prospettiva teologica che, comunque,
riesce significativa anche sul piano politico. Si tratta dello stesso Jhwh
Adonai dello Shemà Israel. E pertanto a Cesare si deve dare qualche
“cosa”, ciò che porta impresso il suo conio, il suo “marchio di fabbrica”,
mentre a Dio si deve tutta la “vita”, di cui è la principiale sorgente.
Alla nostra maniera
tardo-moderna di vedere le cose, risulta difficile cogliere tutto ciò. Temiamo
ancora il rovinoso inciucio fra trono e altare. Un grande scrittore della prima
metà del Novecento, Thomas Mann, in una pagina del suo romanzo Giuseppe e i
suoi fratelli, fece notare a tal proposito che per secoli la politica e la
religione si sono accordate col compromesso di «scambiarsi la veste», tanto che
spesso «l’una parla la lingua dell’altra». Esplicitando quest’osservazione, il
giurista Gustavo Zagrebelsky – in un suo libro intitolato appunto Scambiarsi
la veste. Stato e Chiesa al governo dell’uomo – ha avanzato forti riserve
verso il criterio gesuano, intuendo in ogni caso giustamente in esso un senso
specificamente ebraico-religioso, che per il Maestro di Nazareth intendeva
avallare la rivendicazione dei diritti di Dio più che la giustificazione dell’obbedienza
a Cesare.
I diritti di Dio, però,
vanno ben oltre le questioni fiscali o simili. Essi vigono per l’essere umano
in quanto tale. Il quale – come sottolinearono alcuni Padri della Chiesa
nell’interpretare questo brano evangelico – è creato a immagine (eikṓn,
come anche Matteo scrive) di Dio. La qual cosa vuol dire che per Gesù si deve
restituire a Cesare (cioè alle autorità statali legittimamente costituite)
soltanto ciò che proviene da lui, mentre a Dio si deve riconsegnare l’essere
umano e, tramite di lui, tutto il resto. Giacché tutto il resto dev’essere
umanizzato, per poter valere veramente.
Così inteso,
l’insegnamento di Gesù è lungi dal sacralizzare tutto quanto. Piuttosto si
dimostra genuinamente laico. Perché invoca l’umanizzazione di tutto ciò di cui
l’essere umano è capace e responsabile: dell’esercizio dell’autorità (statale,
ma anche ecclesiastica), della statuizione del diritto e dell’applicazione
delle leggi, della gestione del potere, della politica, dell’economia, della
finanza, della convivenza civica e sociale, dell’ambito familiare, della prassi
educativa e delle agenzie formative, della cultura e del dialogo
interculturale, dei saperi scientifici, della tecnologia e della tecnica,
dell’intelligenza artificiale e di quant’altro. Più rendiamo compatibile con
l’altissima dignità della persona umana tutto quanto, più riconduciamo tutto
quanto a Dio, che dell’essere umano ha fatto il suo rappresentante dentro il
mondo e dentro la storia: senza fregiarci di stemmi e mostrine, senza agitare
gonfaloni, ma con «il vangelo nascosto in petto», come diceva don Luigi Sturzo
nel dicembre del 1918, giustificando l’indole “aconfessionale” del Partito
Popolare Italiano che stava fondando.
In quale modo il credente
in Cristo, vivendo come tale, può ottemperare a un tale impegno laico? Seguiamo
il suggerimento che Paolo offre nella seconda lettura di oggi: «[…] tenete
continuamente presenti l’operosità della vostra fede, la fatica
della vostra carità e la fermezza della vostra speranza». In questa
prospettiva l’impegno laico s’intreccia con il vissuto teologale. Vivere la
fede significa coltivare il mondo, prendersene cura fattivamente. Vivere la
carità equivale a spendersi in suo favore, per il suo bene. Vivere la speranza
vuol dire dimostrarsi resilienti nelle difficoltà, decisi a orientare la storia
verso il bene comune.

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