del
bene comune
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di
Giuseppe Savagnone*
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Alla
fine, Ernesto Maria Ruffini si è dimesso da direttore dell’Agenzia delle
Entrate. Di lui, fino a poco tempo fa quasi del tutto sconosciuto al
grande pubblico, si parlava molto da giorni sui quotidiani come dell’“uomo
nuovo” di cui, secondo alcuni, l’opposizione avrebbe bisogno per superare la
sua attuale frammentazione, che le rende impossibile costituire una concreta
alternativa all’attuale governo.
Era
anche indicato come l’uomo adatto, per la sua storia personale di
credente, a far ritornare i cattolici protagonisti della vita politica,
dopo una lunga eclisse.
All’origine
di queste voci, sempre più insistenti, c’era sicuramente la stima di cui
Ruffini gode, un po’ in tutti gli schieramenti politici, per il suo
eccellente lavoro nell’Agenzia e che spiega perché sia stato confermato nel suo
delicato ruolo da ben quattro governi, di tutti i colori, compreso quello
attuale.
Grazie
a lui l’Agenzia delle Entrate ha reso più razionali e funzionali i suoi servizi
ai cittadini, anche ricorrendo a un ampio uso della digitalizzazione. E in
questo modo ha potuto combattere, molto più efficacemente che in passato, la
piaga cronica dell’evasione fiscale, raggiungendo nel 2023 il traguardo record
un recupero di oltre 31 miliardi di euro.
Al
di là dei risultati concreti, però, è significativa la logica secondo cui
Ruffini ha concepito e impostato la sua ardua opera, nel quadro di una visione
più ampia, esposta nel suo recente libro «Uguali per Costituzione. Storia di
un’utopia incompiuta dal 1948 ad oggi», con una prefazione del presidente
Mattarella.
Per
Ruffini «le tasse, belle o brutte che siano, sono il mezzo più onesto e
trasparente che abbiamo per contribuire al bene comune del nostro paese, di
tutti noi». In un’Italia che vede aumentare sempre più il divario tra
una minoranza di ricchi sempre più ricchi e una maggioranza di poveri sempre
più poveri, le imposte sono il modo per combattere questa perversa
polarizzazione e redistribuire le risorse, così da non
vanificare l’art. 3 della Costituzione: «Tutti i cittadini hanno pari
dignità sociale e sono eguali davanti alla legge».
In
conflitto con il governo
Una
logica che non può certo essere condivisa dai partiti di destra oggi al
governo, il cui comune modello è quell’acerrimo nemico delle tasse che è stato
Silvio Berlusconi, secondo cui esse costituiscono un illegittimo «mettere le
mani nelle tasche degli italiani».
In
questa prospettiva si capiscono le reiterate campagne di Matteo Salvini per
promuovere forme di “pace fiscale” che in sostanza si riducono a condonare agli
evasori la maggior parte di quello che devono alla comunità e che altri
(soprattutto i lavoratori con stipendio fisso), al posto loro, sono obbligati a
pagare, rendendo così il carico fiscale veramente esorbitante.
Ed
è nel più puro spirito berlusconiano che il nostro vice-premier, qualche tempo
fa, ha usato parole durissime contro l’ufficio dello Stato di cui egli dovrebbe
essere istituzionalmente il primo sostenitore: «Ci sono milioni di italiani
ostaggio dell’Agenzia delle Entrate».
È stata l’unica volta che Ruffini ha sentito la necessità di fare un intervento pubblico: «Il contrasto all’evasione», ha risposto al ministro, «non è volontà di perseguitare qualcuno, l’Agenzia è un’amministrazione dello Stato, non un’entità belligerante. È un fatto di giustizia nei confronti di tutti coloro che le tasse, anno dopo anno, le pagano, e le hanno pagate, sempre fino all’ultimo centesimo, anche a costo di sacrifici e nonostante l’innegabile elevata pressione fiscale, e di coloro che hanno bisogno del sostegno dello Stato, erogato attraverso i servizi pubblici con le risorse finanziarie recuperate».
E
ora l’ormai ex direttore si è riferito a questo episodio per spiegare le sue
dimissioni: «Non mi era mai capitato», ha detto in un’intervista al “Corriere
della Sera”, «di vedere pubblici
funzionari essere additati come
estorsori di un pizzo di Stato. Oppure di sentir dire che l’Agenzia delle
Entrate tiene in ostaggio le famiglie, come fosse un sequestratore».
E
ha ribadito il suo punto di vista: «Attenzione però: se il fisco in sé è
demonizzato, si colpisce il cuore dello Stato (…). Personalmente ho sempre
pensato che a danneggiare i cittadini onesti siano
gli evasori»
La
mancata “discesa in campo”
Ruffini
ha anche precisato, contestualmente, di non avere nessuna intenzione di
“scendere in campo”. Un’ipotesi gravata da troppe incognite, in realtà, per
essere realistica. Qualcuno lo voleva federatore dei partiti di centro –
ma né Renzi né Calenda erano disposti a farsi da parte; qualcun altro evocava
addirittura l’esempio di Prodi, che aveva unito i partiti di
centro-sinistra, per applicarlo all’attuale situazione del “campo largo”.
Ma
c’era chi si chiedeva se esistano, oggi, le condizioni che allora consentirono
questa esperienza e metteva in guardia dal rischio di voler riprodurre uno
schema ormai inattuale.
Ora
la decisa presa di posizione di Ruffini – peraltro già anticipata nel suo
intervento in un convegno di qualche giorno fa – elimina questi dubbi e dissipa
questi equivoci spiegando le motivazioni che la ispirano: «Fatico a pensare che
per cambiare le cose bastino i singoli. Per natura tendo più a credere nella
forza delle persone che collaborano per un progetto comune. Affidarsi a
sedicenti salvatori della Patria non è un buon affare.
Dovremmo
smetterla di considerare la politica come una partita a scacchi o un gioco di
potere, perché dovrebbe essere un percorso fatto di discussioni, grandi ideali,
progetti, coinvolgimento. Non un talent show culinario per selezionare uno chef
in grado di mescolare un po’ di ingredienti, nella speranza che il piatto
finale sia buono. Altrimenti si alimenta il distacco dei cittadini dalla
politica. E si costruisce un futuro peggiore».
Parole
che suonano incredibili – e probabilmente resteranno incomprensibili – in uno
scenario politico che vede dominare logiche del tutto diverse, sia nel governo
che nell’opposizione.
Il
risveglio di cui il mondo cattolico ha bisogno
Eppure,
paradossalmente, proprio con questa rinunzia a fare la politica nel modo che
gli veniva chiesto, Ruffini ha in realtà indicato la via per farla in un altro
modo, completamente diverso. E, forse contro le sue intenzioni, questo lo rende
il migliore candidato ad animare e promuovere il ritorno dei cattolici alla
politica.
Perché
essi non sono certo assenti nella nostra società per mancanza di forze, come
dimostra la loro incidenza nella sfera propriamente sociale, che li vede
protagonisti del terzo settore. Se sono diventati irrilevanti in quella
politica, dove, dopo essere stati per quarant’anni al governo del paese con la
Dc, è perché non hanno avuto la capacità di elaborare quel «progetto comune» di
cui ha parlato Ruffini e sono stati risucchiati da due poli – di destra e di
sinistra – che non rispecchiano in alcun modo l’insegnamento sociale cristiano
a cui essi si ispirano.
Così
si sono trovati all’interno di un PD che, malgrado fosse nato con
l’ambizione di unire cattolici e socialisti, sembra ormai essersi concentrato
sulle battaglie per una libertà che ricorda molto quella dell’individualismo
possessivo radical-liberale (altro che sinistra!), lasciando in secondo piano i
diritti (e i doveri) sociali.
Oppure
hanno finito per sostenere una destra che, ad ogni pie’ sospinto, si dichiara
«cristiana» e che combatte, è vero, contro il «diritto di aborto» e la
maternità surrogata, ma che non conosce la dimensione della solidarietà, né
all’interno dello Stato (vedi legge sull’autonomia differenziata, fortemente
criticata dai vescovi italiani), né verso i poveri del mondo (vedi politica di
«difesa dei confini» contro i migranti, agli antipodi dei reiterati
appelli di papa Francesco alla solidarietà).
Per
non parlare della sostanziale solidarietà del nostro governo con quello
israeliano, davanti alle stragi di inermi civili palestinesi (anche in questo
caso in chiaro contrasto con la posizione del papa).
Questo
vale anche per l’ala più moderata, della destra, Forza Italia, il cui
segretario, Tajani, recentemente ha detto di considerarsi erede di Alcide De
Gasperi. Una dichiarazione che non può non fare rabbrividire chi ricorda
la figura del grande politico cristiano (di cui oggi è in corso il processo di
beatificazione), nel vederla accaparrata da un partito che si ispira a un
personaggio come Silvio Berlusconi – agli antipodi di De Gasperi, nel pensiero
e nell’esempio, – di cui ancora nelle ultime elezioni europee ha messo il nome
sui suoi manifesti.
È
in questo vuoto che si è manifestata, nella Settimana sociale di Trieste del
luglio scorso, l’esigenza di riscoprire, al di là delle divisioni, una
identità cattolica trasversale ai partiti.
Non
per formare un terzo polo, ma per rimettere all’ordine del giorno della
politica idee della dottrina sociale cristiana come “bene comune” e
“solidarietà”, scomparse dal vocabolario sia della destra che della sinistra.
Su
questa base potranno in futuro nascere degli sviluppi che coinvolgano
anche i partiti. Ma questo richiede un pensiero, un progetto. Sono le
idee che prima di tutto sono mancate in questi anni al mondo cattolico, ed è in
questa direzione che lo stesso Ruffini ha mostrato di voler lavorare.
Non
si tratta, ovviamente, di creare un “pensatoio” di intellettuali. Nella sua
intervista il direttore dimissionario ha definito la politica «un’avventura
collettiva fondata su rispetto, dialogo e soprattutto partecipazione» .
È
a questo che bisogna rieducare una base cattolica che attualmente troppo spesso
si limita a frequentare le parrocchie per “consumare” – individualisticamente –
sacramenti e appena fuori dalle mura del tempio, ignora l’appello dei papi a
considerare la politica «la forma più alta di carità». .
È
urgente, dunque, ricominciare a creare occasioni di riflessione, confronto e
partecipazione che da tempo sono venute meno. In questo impegno collettivo
può essere prezioso il ruolo dell’associazionismo cattolico. Su questa
base anche molti, che credenti non sono, sarebbero probabilmente interessati a
dare il loro contributo.
Questa
– ha ragione Ruffini – è sola via per una reale svolta. Non le operazioni di
palazzo in cui lo si voleva coinvolgere, offrendogli posti di potere. E noi gli
siamo grati di avere non solo detto, ma testimoniato con il suo gesto
coraggioso, ciò di cui non solo i cattolici, ma l’Italia, oggi, ha estremo
bisogno.
*Scrittore
ed editorialista. Pastorale della Cultura dell’Arcidiocesi di Palermo
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