giovedì 4 ottobre 2018

AIMC - CENTO PIAZZE: Per un'alleanza solida tra scuola e famiglia

«Diamo il segnale che non c’è scontro come fanno credere episodi di cronaca», dice il presidente dei maestri cattolici Giuseppe Desideri.

Maria Grazia Colombo: genitori fragili, hanno perso certezze sul loro ruolo

Una scuola che va in piazza per dire che «educare insieme si può». In sinergia tra dirigenti scolastici, docenti, genitori e naturalmente studenti, che sono il cuore dell’impegno educativo. 'CentoPiazze per l’impegno educativo' è il titolo dell’iniziativa, che partirà sabato in tutta Italia ed è stata presentata ieri alla Camera dei deputati dall’Associazione italiana maestri cattolici (Aimc) e dal Forum delle associazioni familiari. Che per la prima volta partecipa all’appuntamento, giunto alla nona edizione. In questa occasione Aimc e Forum hanno anche realizzato il vademecum 'Per un dialogo possibile famiglia-scuola'.
L’iniziativa, ha detto il presidente dell’Aimc, Giuseppe Desideri, vuole «mandare un segnale in controtendenza» rispetto alle cronache che hanno enfatizzato le aggressioni agli insegnanti. Desideri ha riportato il fenomeno alla sua dimensione statistica, ricordando che nell’anno scolastico 2017-18 si sono verificati una quarantina di episodi del genere su una platea di 8 milioni di studenti in 350mila classi. Fatti «da condannare», ma che non devono far pensare a una «deriva», a uno «scontro» tra famiglie e docenti. Insomma, criticità da non sottovalutare, ma che portano a ribadire due cose. Una, che il patto educativo va costruito - come ha detto di recente all’Aimc papa Francesco - giorno per giorno. Vive nella relazione quotidiana. L’altra è che la scuola ha sì «tante difficoltà e ha bisogno di cura», ma «ha al suo interno tantissime energie», ha concluso Desideri. «Educare insieme è possibile», ha esordito la vicepresidente del Forum Maria Grazia Colombo, che ha sottolineato come vada ristabilito un rapporto tra docenti e genitori, spesso «fragili », che hanno smarrito i punti di riferimento reciproci.
Colombo si è poi rivolta ai ministri dell’Istruzione e della Famiglia per chiedere la ripresa della Commissione di revisione del Patto di corresponsabilità educativa, «l’unico punto di incontro istituzionale tra scuola e genitori». Poi c’è il tema del Programma operativo nazionale (Pon) del Miur, finanziato con i fondi europei, dai quali sono ancora escluse le paritarie: «Una pesante discriminazione, visto che sono scuole pubbliche e tutti gli effetti». Alla conferenza stampa erano presenti due parlamentari del Pd, Anna Ascani e Marco Lacarra. Entrambi hanno rilanciato: educare non solo è possibile, ma necessario. «Leggi e strumenti da soli non bastano », ha detto la prima. Occorre lavorare in rete - ad esempio a progetti di cittadinanza, declinata anche nel digitale - altrimenti famiglie e scuola non possono reggere la sfida. In un tempo caratterizzato, ha sottolineato il secondo, da un «arretramento culturale che determina l’inasprirsi del conflitto sociale».
In piazza da Trento a Catania andrà in scena quella che Desideri chiama «Agorà virtuale, ma anche fisica». Fatta di flash mob, incontri, gioco e sport (organizzati dal Csi, coinvolto nella manifestazione con Age, Agesc e Faes), mostre, concerti, dibattiti. Siamo anche nella settimana d’inizio del Sinodo dei giovani. Circostanza sottolineata da Ernesto Diaco, direttore dell’Ufficio Cei per l’Educazione, la scuola e l’Università, nell’incoraggiare i promotori. Tante le iniziative. A Bari si terrà una 'passeggiata' sul lungomare, dove hanno sede molte scuole. A Concordia Sagittaria ( Ve) e a Corleto (Pz) spazio alla creatività con laboratori e una mostra di disegni, cartelloni e foto, con i quali i ragazzi illustrano il rapporto genitori-insegnanti. A Leonforte (En) i partecipanti formeranno un mosaico con i colori dell’arcobaleno, per simboleggiare l’alleanza scuola-famiglia. Infine, a Roma in piazza Santi Apostoli - dove sarà anche inaugurata la Settimana diocesana della famiglia - ci sarà una tavola rotonda e suonerà la 'Band della legalità', ensemble di scuole con il supporto dell’Arma dei Carabinieri. Ma la musica non finirà, assicura Desideri: «Dalle piazze partiranno cento progetti per consolidare il patto educativo».





CARLO CARRETTO, PRIMO PRESIDENTE DELL'AIMC. A TRENT'ANNI DALLA SUA MORTE.

Poi il Signore mi dette e mi dà una così grande fede nei sacerdoti che vivono secondo la forma della santa Chiesa Romana, a motivo del loro ordine, che anche se mi facessero persecuzione, voglio ricorrere proprio a loro. E se io avessi tanta sapienza, quanta ne ebbe Salomone, e mi incontrassi in sacerdoti poverelli di questo mondo, nelle parrocchie in cui dimorano, non voglio predicare contro la loro volontà. E questi e tutti gli altri voglio temere, amare e onorare come i miei signori. E non voglio considerare in loro il peccato, poiché in essi io riconosco il Figlio di Dio e sono miei signori. E faccio questo perché, dello stesso altissimo Figlio di Dio nient'altro vedo corporalmente, in questo mondo, se non il santissimo corpo e il santissimo sangue che essi ricevono ed essi soli amministrano agli altri”.
E’ sempre bello rileggere ‘Io, Francesco’, il libro dedicato al santo di Assisi da fratel Carlo Carretto, morto proprio nel giorno della festa di 30 anni fa, 4 ottobre 1988 e nato ad Alessandria il 2 aprile 1910 da una famiglia di contadini proveniente dalle Langhe. La famiglia si trasferisce a Torino, in un quartiere periferico, nel quale si trova un oratorio salesiano che avrà molta influenza sulla formazione di Carlo Carretto e su tutta la famiglia. Lo spirito salesiano si farà sentire anche nella vita professionale che Carretto inizia a 18 anni, a Gattinara, come maestro elementare. Nel 1940 vince il concorso di direttore didattico a Bono (Sassari) ma per i contrasti con il regime per l’insegnamento e l’influsso anche fuori della scuola, è trasferito a Isili (Cagliari) e poi rimandato in Piemonte, direttore a Condove (Torino).
Milita nel settore giovanile dell’Azione Cattolica di Torino, dove entra ventitreenne su invito di Luigi Gedda che ne era il presidente. Nel 1945, insieme a Maria Badaloni, fonda l'AIMC (Assocaizione Italiana Maestri Cattolci)e ne diviene primo presidente.Nel 1946 è presidente nazionale della Gioventù Italiana di Azione Cattolica (GIAC) e, nel 1948, in occasione dell'80º anniversario della fondazione dell'Azione Cattolica, organizza una grande manifestazione di giovani a Roma: è la famosa adunata dei 300.000 ‘baschi verdi’. Poco dopo fonda il Bureau International de la Jeunesse Catholique, di cui diviene vice presidente. Nel 1949 con l'amico Enrico Dossi dà vita, all'interno della GIAC, a una nuova Opera dedicata al turismo dei giovani: il CTG, il Centro turistico giovanile, di cui sarà il primo presidente nazionale. Nel 1952 si trova in disaccordo con una parte importante del mondo politico cattolico e deve dimettersi dall’incarico di presidente della GIAC. E’ in questo frangente che matura la decisione di entrare a far parte della congregazione religiosa dei ‘Piccoli Fratelli di Gesù’ fondata da René Voillaume e ispirata dalla figura di Charles de Foucauld. L'8 dicembre 1954 parte per l'Algeria, per il noviziato di El Abiodh, vicino ad Orano; per dieci anni vivrà una vita eremitica nel Sahara, fatta di preghiera, silenzio e lavoro. Rientrato in Italia nel 1965 si stabilisce a Spello (Umbria), dove Leonello Radi (già presidente della GIAC di Foligno) è riuscito a far affidare alla Fraternità dei Piccoli Fratelli del Vangelo l'ex convento francescano di San Girolamo, vicino al cimitero.
Carlo Carretto muore nel suo eremo di san Girolamo a Spello. Ed in occasione del trentennale Gianni Borsa ha curato il volume ‘Carlo Carretto ieri e oggi - Spello e le colline della speranza’, che propone testimonianze sulla nascita della Fraternità a San Girolamo dalla metà degli anni Sessanta e sul ruolo che vi ebbe Carretto.
Nell’introduzione al volume il presidente dell’Azione Cattolica, Matteo Truffelli, ha scritto: “Il volume propone diverse testimonianze sulla nascita della Fraternità a San Girolamo dalla metà degli anni Sessanta e sul ruolo che vi ebbe Carretto… Grazie alle amicizie strette ai tempi dell’Ac, alla benevolenza dell’allora vescovo di Foligno, mons. Siro Silvestri, e all’appoggio dell’amministrazione comunale di Spello, trova l’antico complesso di San Girolamo, tra le splendide colline umbre, appoggiato sul Monte Subasio, a pochi chilometri dall’Assisi di san Francesco. Intuisce subito che è il posto giusto (anzi ‘il più bel posto al mondo’, come avrà a dire) per fermarsi con i Piccoli Fratelli e creare un luogo di preghiera aperto all’accoglienza di giovani e adulti intenzionati a mettersi in ascolto della parola di Dio, lasciando che sia la Bibbia a illuminare il cammino del cristia­no nella vita di ogni giorno”.
Quindi a Gianni Borsa abbiamo chiesto di spiegarci le ‘colline della speranza’: “Per Carlo Carretto rappresentano le ultime fasi della vita. Nella prima fase è stato impegnato nell’Azione Cattolica; nella seconda fase ha trascorso 10 anni nel deserto. Quindi quando ritorna in Italia è ricco di questo suo approfondimento della fede. Le ‘colline della speranza’, insieme alla ‘Casa di San Girolamo, sono il luogo in cui accoglierà, dal 1966 al 1988, migliaia di giovani che cercano risposte dalla fede e dalla vita e li accompagnerà con un tratto sottile, che gli deriva dalla passione dell’annuncio cristiano. Le ‘colline della speranza’ sono una cattedra d’amore che Carretto ha riservato ai giovani”.
A proposito di giovani si sta svoglendo un Sinodo ad essi dedicato. Carretto cosa diceva ai giovani?
“Anzitutto accoglieva i giovani e li lasciava parlare e non si poneva loro come colui che doveva
indicare la via giusta. Indicava loro la strada alle loro domande, che era il Signore. Oggi dobbiamo ascoltare i giovani e, se abbiamo una parola da dire a loro, quella è ‘cercate di mettervi in silenzio davanti al Signore, perché le sue risposte arriveranno’. C’è poi un’altra cosa che Carretto faceva con i giovani: li incoraggiava a vivere la vita ed ad essere protagonisti della propria esistenza. Quindi oggi dobbiamo incoraggiare i giovani ad essere protagonisti della propria vita”.
Nel libro ‘Il Dio che viene’, considerato il suo testamento spirituale, Carretto scriveva: ‘Quanto sei contestabile, Chiesa, eppure quanto ti amo! Quanto mi hai fatto soffrire, eppure quanto a te devo! Vorrei vederti distrutta, eppure ho bisogno della tua presenza. Mi hai dato tanti scandali, eppure mi hai fatto capire la santità! Nulla ho visto nel mondo di più oscurantista, più compromesso, più falso, e nulla ho toccato di più puro, di più generoso, di più bello. Quante volte ho avuto la voglia di sbatterti in faccia la porta della mia anima, e quante volte ho pregato di poter morire tra le tue braccia sicure. No, non posso liberarmi di te, perché sono te, pur non essendo completamente te’. Dopo 30 anni cosa resta del suo ricordo?

“30 anni dopo Carretto ci lascia questo sguardo rivolto alla Parola di Dio, che è uno sguardo rivolto a Cristo. Lì troviamo le nostre risposte per vivere una vita cristiana. Ed anche se non fossimo credenti ci invita a guardare all’uomo, perché l’altra sua attenzione era rivolta alla persona davanti a sé. Chi guarda all’uomo con lo sguardo d’amore, guarda a Dio. Inoltre ci insegna un grande amore per la Chiesa, nonostante i suoi limiti ed i suoi difetti, perché è essa stessa peccatrice in quanto composta da uomini e donne. Eppoi ci dà un’indicazione di speranza, perché le ‘colline della speranza’ sono un atteggiamento interiore; son un invito a guardare al futuro con voglia di incontrare i fratelli. Fratel Carlo è stato davvero un grande testimone”.  

www.acistampa.com   

SAN FRANCESCO: Signore, fa' di me uno strumento della tua pace

Preghiera Semplice

San Francesco d’Assisi

Oh! Signore, fa di me uno strumento della tua pace:
dove è odio, fa ch’io porti amore,
dove è offesa, ch’io porti il perdono,
dove è discordia, ch’io porti la fede,
dove è l’errore, ch’io porti la Verità,
dove è la disperazione, ch’io porti la speranza.
Dove è tristezza, ch’io porti la gioia,
dove sono le tenebre, ch’io porti la luce.
Oh! Maestro, fa che io non cerchi tanto:
Ad essere compreso, quanto a comprendere.
Ad essere amato, quanto ad amare

Poichè:
Si è: Dando, che si riceve:
 Perdonando che si è perdonati;
Morendo che si risuscita a Vita Eterna.


Amen.


mercoledì 3 ottobre 2018

Papa Francesco:FREQUENTARE IL FUTURO!

INIZIA IL SINODO DEDICATO AI GIOVANI

Papa Francesco: " .... lI Sinodo che stiamo vivendo è un momento di condivisione. Desidero dunque, all’inizio del percorso dell’Assemblea sinodale, invitare tutti a parlare con coraggio e parresia, cioè integrando libertà, verità e carità. Solo il dialogo può farci crescere. Una critica onesta e trasparente è costruttiva e aiuta, mentre non lo fanno le chiacchiere inutili, le dicerie, le illazioni oppure i pregiudizi.
E al coraggio del parlare deve corrispondere l’umiltà dell’ascoltare. Dicevo ai giovani nella Riunione pre-sinodale: «Se parla quello che non mi piace, devo ascoltarlo di più, perché ognuno ha il diritto di essere ascoltato, come ognuno ha il diritto di parlare». Questo ascolto aperto richiede coraggio nel prendere la parola e nel farsi voce di tanti giovani del mondo che non sono presenti. È questo ascolto che apre lo spazio al dialogo. Il Sinodo dev’essere un esercizio di dialogo, anzitutto tra quanti vi partecipano. E il primo frutto di questo dialogo è che ciascuno si apra alla novità, a modificare la propria opinione grazie a quanto ha ascoltato dagli altri. Questo è importante per il Sinodo. Molti di voi hanno già preparato il loro intervento prima di venire – e vi ringrazio per questo lavoro –, ma vi invito a sentirvi liberi di considerare quanto avete preparato come una bozza provvisoria aperta alle eventuali integrazioni e modifiche che il cammino sinodale potrebbe suggerire a ciascuno. Sentiamoci liberi di accogliere e comprendere gli altri e quindi di cambiare le nostre convinzioni e posizioni: è segno di grande maturità umana e spirituale.
Il Sinodo è un esercizio ecclesiale di discernimento. Franchezza nel parlare e apertura nell’ascoltare sono fondamentali affinché il Sinodo sia un processo di discernimento. Il discernimento non è uno slogan pubblicitario, non è una tecnica organizzativa, e neppure una moda di questo pontificato, ma un atteggiamento interiore che si radica in un atto di fede
Il discernimento è il metodo e al tempo stesso l’obiettivo che ci proponiamo: esso si fonda sulla convinzione che Dio è all’opera nella storia del mondo, negli eventi della vita, nelle persone che incontro e che mi parlano. Per questo siamo chiamati a metterci in ascolto di ciò che lo Spirito ci suggerisce, con modalità e in direzioni spesso imprevedibili. Il discernimento ha bisogno di spazi e di tempi. Per questo dispongo che durante i lavori, in assemblea plenaria e nei gruppi, ogni 5 interventi si osservi un momento di silenzio – circa tre minuti – per permettere ad ognuno di prestare attenzione alle risonanze che le cose ascoltate suscitano nel suo cuore, per andare in profondità e cogliere ciò che colpisce di più. Questa attenzione all’interiorità è la chiave per compiere il percorso del riconoscere, interpretare e scegliere.
Siamo segno di una Chiesa in ascolto e in cammino. L’atteggiamento di ascolto non può limitarsi alle parole che ci scambieremo nei lavori sinodali. Il cammino di preparazione a questo momento ha evidenziato una Chiesa “in debito di ascolto” anche nei confronti dei giovani, che spesso dalla Chiesa si sentono non compresi nella loro originalità e quindi non accolti per quello che sono veramente, e talvolta persino respinti. Questo Sinodo ha l’opportunità, il compito e il dovere di essere segno della Chiesa che si mette davvero in ascolto, che si lascia interpellare dalle istanze di coloro che incontra, che non ha sempre una risposta preconfezionata già pronta. Una Chiesa che non ascolta si mostra chiusa alla novità, chiusa alle sorprese di Dio, e non potrà risultare credibile, in particolare per i giovani, che inevitabilmente si allontaneranno anziché avvicinarsi.
Usciamo da pregiudizi e stereotipi. Un primo passo nella direzione dell’ascolto è liberare le nostre menti e i nostri cuori da pregiudizi e stereotipi: quando pensiamo di sapere già chi è l’altro e che cosa vuole, allora facciamo davvero fatica ad ascoltarlo sul serio. I rapporti tra le generazioni sono un terreno in cui pregiudizi e stereotipi attecchiscono con una facilità proverbiale, tanto che spesso nemmeno ce ne rendiamo conto. I giovani sono tentati di considerare gli adulti sorpassati; gli adulti sono tentati di ritenere i giovani inesperti, di sapere come sono e soprattutto come dovrebbero essere e comportarsi. Tutto questo può costituire un forte ostacolo al dialogo e all’incontro tra le generazioni. La maggior parte dei presenti non appartiene alla generazione dei giovani, per cui è chiaro che dobbiamo fare attenzione soprattutto al rischio di parlare dei giovani a partire da categorie e schemi mentali ormai superati. Se sapremo evitare questo pericolo, allora contribuiremo a rendere possibile un’alleanza tra generazioni. Gli adulti dovrebbero superare la tentazione di sottovalutare le capacità dei giovani e di giudicarli negativamente. Avevo letto una volta che la prima menzione di questo fatto risale al 3000 a.C. ed è stata trovata su un vaso di argilla dell’antica Babilonia, dove c’è scritto che la gioventù è immorale e che i giovani non sono in grado di salvare la cultura del popolo. E' una vecchia tradizione di noi vecchi! I giovani invece dovrebbero superare la tentazione di non prestare ascolto agli adulti e di considerare gli anziani “roba antica, passata e noiosa”, dimenticando che è stolto voler ricominciare sempre da zero come se la vita iniziasse solo con ciascuno di loro. In realtà, gli anziani, nonostante la loro fragilità fisica, rimangono sempre la memoria della nostra umanità, le radici della nostra società, il “polso” della nostra civiltà. Disprezzarli, scaricarli, chiuderli in riserve isolate oppure snobbarli è indice di un cedimento alla mentalità del mondo che sta divorando le nostre case dall’interno. Trascurare il tesoro di esperienze che ogni generazione eredita e trasmette all’altra è un atto di autodistruzione.
Occorre quindi, da una parte, superare con decisione la piaga del clericalismo. Infatti, l’ascolto e l’uscita dagli stereotipi sono anche un potente antidoto contro il rischio del clericalismo, a cui un’assemblea come questa è inevitabilmente esposta, al di là delle intenzioni di ciascuno di noi. Esso nasce da una visione elitaria ed escludente della vocazione, che interpreta il ministero ricevuto come un potere da esercitare piuttosto che come un servizio gratuito e generoso da offrire; e ciò conduce a ritenere di appartenere a un gruppo che possiede tutte le risposte e non ha più bisogno di ascoltare e di imparare nulla, o fa finta di ascoltare. Il clericalismo è una perversione ed è radice di tanti mali nella Chiesa: di essi dobbiamo chiedere umilmente perdono e soprattutto creare le condizioni perché non si ripetano.
Occorre però, d’altra parte, curare il virus dell’autosufficienza e delle affrettate conclusioni di molti giovani. Dice un proverbio egiziano: “Se nella tua casa non c’è l’anziano, compralo, perché ti servirà”. Ripudiare e rigettare tutto ciò che è stato trasmesso nei secoli porta soltanto al pericoloso smarrimento che purtroppo sta minacciando la nostra umanità; porta allo stato di disillusione che ha invaso i cuori di intere generazioni. L’accumularsi delle esperienze umane, lungo la storia, è il tesoro più prezioso e affidabile che le generazioni ereditano l’una dall’altra. Senza scordare mai la rivelazione divina, che illumina e dà senso alla storia e alla nostra esistenza.
Fratelli e sorelle, che il Sinodo risvegli i nostri cuori! Il presente, anche quello della Chiesa, appare carico di fatiche, di problemi, di pesi. Ma la fede ci dice che esso è anche il kairos in cui il Signore ci viene incontro per amarci e chiamarci alla pienezza della vita. Il futuro non è una minaccia da temere, ma è il tempo che il Signore ci promette perché possiamo fare esperienza della comunione con Lui, con i fratelli e con tutta la creazione. Abbiamo bisogno di ritrovare le ragioni della nostra speranza e soprattutto di trasmetterle ai giovani, che di speranza sono assetati; come ben affermava il Concilio Vaticano II: «Legittimamente si può pensare che il futuro dell’umanità sia riposto nelle mani di coloro che sono capaci di trasmettere alle generazioni di domani ragioni di vita e di speranza» (Cost. past. Gaudium et spes, 31).
L’incontro tra le generazioni può essere estremamente fecondo in ordine a generare speranza. Ce lo insegna il profeta Gioele in quella che – lo ricordavo anche ai giovani della Riunione pre-sinodale – ritengo essere la profezia dei nostri tempi: «I vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni» (3,1) e profetizzeranno.
Non c’è bisogno di sofisticate argomentazioni teologiche per mostrare il nostro dovere di aiutare il mondo contemporaneo a camminare verso il regno di Dio, senza false speranze e senza vedere soltanto rovine e guai. Infatti, San Giovanni XXIII, parlando delle persone che valutano i fatti senza sufficiente obiettività né prudente giudizio, affermò: «Nelle attuali condizioni della società umana essi non sono capaci di vedere altro che rovine e guai; vanno dicendo che i nostri tempi, se si confrontano con i secoli passati, risultano del tutto peggiori; e arrivano fino al punto di comportarsi come se non avessero nulla da imparare dalla storia, che è maestra di vita» (Discorso per la solenne apertura del Concilio Vaticano II, 11 ottobre 1962).
Non lasciarsi dunque tentare dalle “profezie di sventura”, non spendere energie per «contabilizzare fallimenti e rinfacciare amarezze», tenere fisso lo sguardo sul bene che «spesso non fa rumore, non è tema dei blog né arriva sulle prime pagine», e non spaventarsi «davanti alle ferite della carne di Cristo, sempre inferte dal peccato e non di rado dai figli della Chiesa» (cfr Discorso ai Vescovi di recente nomina partecipanti al corso promosso dalle Congregazioni per i Vescovi e per le Chiese Orientali, 13 settembre 2018).
Impegniamoci dunque nel cercare di “frequentare il futuro”, e di far uscire da questo Sinodo non solo un documento – che generalmente viene letto da pochi e criticato da molti –, ma soprattutto propositi pastorali concreti, in grado di realizzare il compito del Sinodo stesso, ossia quello di far germogliare sognisuscitare profezie e visionifar fiorire speranzestimolare fiduciafasciare feriteintrecciare relazionirisuscitare un’alba di speranzaimparare l’uno dall’altro, e creare un immaginario positivo che illumini le menti, riscaldi i cuori, ridoni forza alle mani, e ispiri ai giovani – a tutti i giovani, nessuno escluso – la visione di un futuro ricolmo della gioia del Vangelo. Grazie".


lunedì 1 ottobre 2018

OTTOBRE - MESE DELL'EDUCAZIONE FINANZIARIA


A Ottobre 2018 parte il Mese dell’educazione finanziaria
L’iniziativa del Comitato per l’educazione finanziaria diretto da Annamaria Lusardi è rivolta a tutti i potenziali organizzatori di iniziative di sensibilizzazione ed educazione finanziaria

Il Comitato per la programmazione e il coordinamento delle attività di educazione finanziaria – cui partecipa il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca – promuove la prima edizione del “Mese dell’Educazione Finanziaria” dall’1 al 31 ottobre 2018.
Il “Mese dell’Educazione Finanziaria” comprende attività ed eventi di informazione e sensibilizzazione sui comportamenti corretti nella gestione e programmazione delle risorse personali e familiari con la finalità di garantire il benessere economico attraverso l’utilizzo appropriato di strumenti finanziari, assicurativi e previdenziali. Il Mese si aprirà con la “World Investor Week” e terminerà il 31 ottobre, giornata mondiale del risparmio. Già in calendario in diverse città (Roma, Milano, Firenze, Torino) numerose iniziative che comprendono convegni, incontri, seminari. In programma anche diversi webinar.
Oltre 200 appuntamenti gratuiti in tutta Italia per informarsi, discutere e capire come gestire e programmare le risorse finanziarie personali e quelle della propria famiglia, approfondendo i temi del risparmio, degli investimenti, delle assicurazioni e della previdenza.
Questo l’intento della prima edizione del “Mese dell’educazione finanziaria” che si terrà dall’1 al 31 ottobre 2018 e il cui calendario è disponibile sul sito www.quellocheconta.gov.it.
L’iniziativa è stata lanciata il 24 luglio scorso dal Comitato per la programmazione e il coordinamento delle attività di educazione finanziaria, diretto da Annamaria Lusardi, direttore del Global Financial Literacy Excellence Center di Washington, recentemente premiata negli Stati Uniti con il Ketchum Prize dalla FINRA Foundation e in Finlandia con un dottorato ad honorem dalla Università di Vaasa.
Gli eventi in programma nel “Mese dell’Educazione finanziaria” si rivolgono a tutti: bambini in età pre-scolare, studenti delle scuole primarie e secondarie e universitari, adulti, donne, anziani, famiglie, insegnanti, piccoli imprenditori, rappresentanti del mondo accademico impegnati sui temi dell’educazione finanziaria.
Promotori delle iniziative sono le 10 istituzioni che compongono il Comitato, tra le quali anche il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, che ha coordinato le attività di questa prima edizione del “Mese”. Moltissimi sono gli eventi organizzati da soggetti terzi: associazioni (da quelle dei consumatori a quelle professionali fino a quelle teatrali), fondazioni (incluse quelle impegnate contro l’usura), scuole di ogni ordine e grado, università, imprese del settore bancario e finanziario. A raccogliere l’invito ad aderire al “Mese” sono stati moltissimi soggetti che hanno consentito di inserire nel programma oltre 200 eventi gratuiti in tante regioni d’Italia, consultabili nel calendario ufficiale.
L’evento di apertura del primo mese dell’educazione finanziaria è previsto per lunedì 1 Ottobre presso il Centro congressi della Banca d’Italia a Roma, dove è stata organizzata una conferenza, con ospiti italiani e internazionali, in cui si farà il punto sulla situazione italiana e sulle esperienze nazionali ed estere.
A seguire prenderanno il via tante altre iniziative, a cominciare dagli eventi della World Investor Week, dall’1 al 7 ottobre, coordinata in Italia da CONSOB, per terminare con la tradizionale Giornata Mondiale del Risparmio, che verrà festeggiata anche al Ministero dell’Economia e delle Finanze, con una conferenza finale che si terrà il pomeriggio del 31 ottobre, alla quale saranno invitati tutti i promotori degli eventi della prima edizione del “Mese”.


Il Comitato per la programmazione e il coordinamento delle attività di educazione finanziaria ha il compito di programmare e promuovere iniziative di sensibilizzazione ed educazione finanziaria per migliorare in modo misurabile le competenze dei cittadini italiani in materia di risparmio, investimenti, previdenza, assicurazione.
Il Comitato è composto da undici membri ed è presieduto da un direttore, la professoressa Annamaria Lusardi, economista specializzata nel campo dell’educazione finanziaria, che ha fondato e dirige il Global Financial Literacy Excellence Center alla George Washington University nominato dal Ministro dell’Economia e delle Finanze d’intesa con il Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca tra personalità con comprovate competenze ed esperienza nel settore. La partecipazione al Comitato non dà titolo ad alcun emolumento o compenso o gettone di presenza. Il Comitato opera attraverso riunioni periodiche collegiali e il lavoro di specifici gruppi cui possono partecipare accademici ed esperti nella materia.
Il Comitato è presente su Twitter con l’account @ITAedufin.
Per ulteriori informazioni: educazionefinanziaria@mef.gov.it


lunedì 17 settembre 2018

PAPA FRANCESCO A PALERMO – NON SOLO MAFIA

di Giuseppe Savagnone*

Ai mezzi di comunicazione è arrivato quello che fin dalla vigilia interessava: la ferma condanna della mafia. Di questo, e quasi soltanto di questo, parlano i titoli dei giornali all’indomani della visita di papa Francesco in Sicilia.
E, in effetti, nei discorsi del pontefice in Sicilia il tema della criminalità mafiosa è stato davvero molto presente, come era del resto suggerito dal 25° anniversario dell’assassinio di don Pino Puglisi per mano di un killer di Cosa Nostra. Tanto più che la lotta contro la mafia, a distanza di venticinque anni, non è ancora affatto vinta. Peraltro, dopo i lunghi anni del silenzio, la Chiesa fa bene a ribadire ad ogni occasione ciò che per troppo tempo, in passato, non aveva detto, e cioè che non si può essere cristiani e mafiosi allo stesso tempo, come il papa ha espressamente ribadito durante la messa al Foro Italico di Palermo.
Il vero problema, però, al di là delle denunce, è l’incapacità della pastorale ordinaria della di tradurle in una educazione sistematica che cambi la mentalità della gente, a cominciare dalle nuove generazioni. Ma questo non riguarda solo il caso della mafia. Certo, è scandaloso che proprio in un terra come la Sicilia, dove la religiosità è più viva, rispetto a molte altre regioni d’Italia – chiese piene la domenica e nelle solenni funzioni dell’anno liturgico; percentuali ridicole di non avvalentesi dell’ora di religione; grande rispetto per il clero e i religiosi –, il fenomeno mafioso continui ad essere profondamente radicato e sopravviva a tutti i colpi. Ma è altrettanto scandaloso che quest’Isola sia cronicamente afflitta da un malgoverno che sostituisce clientelismo, lotte intestine di potere, sistematico perseguimento degli interessi privati, alla corretta gestione della cosa pubblica.
In questo disastro, la presenza dei cattolici – ufficialmente maggioritaria, come si diceva – non sembra portare alcuna differenza. Le parrocchie continuano imperturbabili a tenere i loro corsi di catechismo, a celebrare le loro messe, le loro prime comunioni, i loro matrimoni. Come sul Titanic dove, mentre la nave affondava, l’orchestrina della sala feste continuò a suonare imperterrita …
Anche quest’Isola sta affondando. Lo dice il crescente ritardo economico sul resto d’Italia. Lo dice il tasso di disoccupazione giovanile, al 52,9%. Lo dicono i dati Svimez, secondo cui il 27% dei ragazzi siciliani – più di uno su quattro – vanno a studiare fuori della Sicilia. E sono spesso i più qualificati e intraprendenti!
Papa Francesco, cominciando la sua visita, è partito con coraggio da questo quadro: «Non sono poche le piaghe che vi affliggono. Esse hanno un nome: sottosviluppo sociale e culturale; sfruttamento dei lavoratori e mancanza di dignitosa occupazione per i giovani; migrazione di interi nuclei familiari; usura; alcolismo e altre dipendenze; gioco d’azzardo; sfilacciamento dei legami familiari».
Perché, come ha detto rivolgendosi alla comunità cristiana di Piazza Armerina, «considerare le piaghe della società e della Chiesa non è un’azione denigratoria e pessimistica», ma «significa per noi cristiani assumere la storia e la carne di Cristo come luogo di salvezza e liberazione. Vi esorto, pertanto, a impegnarvi per la nuova evangelizzazione di questo territorio centro-siculo, a partire proprio dalle sue croci e sofferenze».
Queste croci, peraltro, non sono il frutto di un destino scritto nelle stelle. Sono le persone a determinare la loro storia. a farla essere una storia vincente di vita, o in una storia di sconfitta, che porta alla rovina individui e comunità. «Quel che porta alla sconfitta» – ha detto Francesco parlando a Palermo – «è amare il proprio. Chi vive per il proprio perde (…), mentre chi si dona trova il senso della vita e vince».
Qui il quadro, come è evidente, si è allargato. Non si tratta solo della mafia e dei mafiosi. Certo, loro sono l’emblema di una mentalità e di una prassi che porta a calpestare gli altri nell’illusione di “vincere”. Neppure il problema è solo quello del sottosviluppo. Sono in gioco le sue radici più profonde, da cercare nella deriva di una società che si è allontanata radicalmente dal Vangelo, anche se, come in Sicilia, continua a seguire i rituali. Le piaghe dell’Isola sono in realtà la manifestazione estrema di quelle dell’Italia, anche se in Sicilia si rivelano con particolare evidenza nella loro carica distruttiva.
«Non è facile», ha riconosciuto Francesco, «portare avanti la fede tra tante problematiche. Non è facile, io lo capisco». Ma proprio la fede può costituire la molla per uscire da questa situazione e cambiarla. Tocca ai cristiani uscire all’immobilismo. Bisogna, per questo, cambiare noi stessi. Non sono solo i mafiosi ad «amare il proprio». Sono in tanti, anche credenti, a cercare solo di fare i propri interessi, nelle relazioni umane, nel lavoro, nelle scelte politiche. Non uccidono nessuno, certo. Ma possono assistere senza nessun particolare scrupolo allo sfascio della società.
Da questa falsa innocenza il Pontefice ha messo in guardia non solo i mafiosi, ma tutti: «Dio ci liberi», ha detto, «dal pensare che tutto va bene se a me va bene, e l’altro si arrangi. Ci liberi dal crederci giusti se non facciamo nulla per contrastare l’ingiustizia. Chi non fa nulla per contrastare l’ingiustizia non è un uomo o una donna giusto. Ci liberi dal crederci buoni solo perché non facciamo nulla di male».
Ai giovani di Palermo il Papa lo ha raccomandato con particolare forza: «Gesù sempre chiama a prendere il largo: non accontentarti di guardare l’orizzonte dalla spiaggia!». E ha sottolineato: «Abbiamo bisogno di uomini e donne che vivono relazioni libere e liberanti, che amano i più deboli e si appassionano di legalità, specchio di onestà interiore».
Come possono vescovi, preti, operatori pastorali, contribuire a questo rinnovamento radicale? Il Papa è stato su questo punto molto diretto: «Alla nostra età, ne abbiamo visti tanti di progetti pastorali faraonici…  Cosa hanno fatto? Niente! I progetti pastorali, i piani pastorali sono necessari, ma come mezzo, un mezzo per aiutare la prossimità, la predicazione del Vangelo, ma di per sé stessi non servono. La via dell’incontro, dell’ascolto, della condivisione è la via della Chiesa».
Per educare anche solo umanamente i giovani, i preti, i laici più maturi, devono accompagnarli nella loro vita quotidiana (che fine ha fatto la vecchia direzione spirituale?), guardarsi negli occhi con loro. Le mega-manifestazioni possono servire, ma non possono sostituire questa prossimità concreta a livello personale. Don Pino, ha fatto notare il Papa, «più che parlare di giovani, parlava coi giovani. Stare con loro, seguirli, far scaturire insieme a loro le domande più vere e le risposte più belle. È una missione che nasce dalla pazienza, dall’ascolto accogliente, dall’avere un cuore di padre e mai di padrone. La pastorale va fatta così, con pazienza e dedizione, per Cristo a tempo pieno».
E attraverso questo, educare le persone, soprattutto i giovani, a momenti di calma riflessione sul Vangelo. Ci ha insistito molto, Francesco: «Leggere il Vangelo, tutti i giorni, un piccolo passo del Vangelo. Non prende più di cinque minuti. Forse un piccolo Vangelo in tasca, nella borsa… Prenderlo, guardare, e leggere. E così, tutti i giorni, come goccia a goccia, il Vangelo entrerà nel nostro cuore e ci farà più discepoli di Gesù e più forti per uscire, aiutare tutte le problematiche della nostra città, della nostra società, della nostra Chiesa. Fatelo, fatelo». Una presenza nuova dei cristiani, capace di rinnovare la società siciliana – e non solo quella – potrà nascer solo da qui: dal recupero di una vita interiore di cui, si sia credenti o no, abbiamo tutti un disperato bisogno.

*Direttore Ufficio Pastorale della Cultura dell'Arcidiocesi di Palermo.