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lunedì 22 giugno 2026

NOSTALGIA DEL PADRE


 “Il padre esemplare è quello che lascia in eredità il desiderio di vivere questa vita”.

 Lo psicoanalista conquista piazza Maggiore a Repubblica delle Idee, partendo da Lacan e riflettendo su figure e ruoli.

 

-di Emanuela Giampaoli 

 BOLOGNA – “Nostalgia del padre?”. Si interroga lo psicanalista Massimo Recalcati in piazza Maggiore a Repubblica delle idee, sul Crescentone gremito, condensando in 30 minuti una delle grandi questioni del nostro tempo e venti anni del suo lavoro. La sfida è quella lanciata dal suo maestro, Jacques Lacan nel 1969 con la celebre definizione “l’evaporazione del padre”. Post sessantottina. “Lacan aveva ragione – spiega lo psicanalista - la contestazione del ’68 ha deposto la rappresentazione patriarcale della paternità. Prima il dominio del padre era assoluto, la sua parola dettava legge, stabiliva cosa era vero o falso, bastava uno sguardo, il tono della voce. Io vengo da una famiglia così. E dobbiamo ringraziare il Signore che quel tempo sia finito anche se c’è chi ne ha nostalgia”. Lo psicoanalista cita un ricordo personale, la sua maestra elementare, che “aveva lo chignon, fumava Muratti, ho scoperto che votava Msi e ci diceva: ‘Siete tutti viti storte io sono il paletto e il filo di ferro e il mio compito è raddrizzarvi’”. 

 Solo che la fine del padre ha messo in crisi, continua Recalcati, non solo i padri, ma chiunque abbia il difficile compito di educare. “Si vede nella vita quotidiana della scuola. Ai miei tempi quando l’insegnante entrava in aula aveva alle spalle il crocefisso e la fotografia del presidente della Repubblica, una serie che gli attribuiva autorità. Oggi entra in aula e ha un problema: farsi ascoltare. Tra l’altro nei dibattiti televisivi, dove io non vado mai, la responsabilità di tutto questo viene scaricata sui genitori considerati degli smidollati”. 

 Come si fronteggia questa crisi allora? “Ci sono tre strade. La prima è appunto pensare di restaurare il padre del patriarcato, qualcuno ci crede. La seconda è la via di cui parlava Pier Paolo Pasolini, quella di sostituire Dio e dunque il padre con gli dei rappresentati dagli oggetti, dal capitalismo. Lo spiegò in un articolo dal titolo “Non avrai altro jeans all’infuori di me””. Poi c’è la via proposta da Recalcati

 “Ho ripensato la figura del padre e il primo movimento è quello che il padre non è biologico, dobbiamo sganciare l’idea di paternità dalla biologia e dalla natura. Il padre non è lo spermatozoo. Tutto il cinema degli ultimi tempi di Clint Eastwood, da “Million dollar baby” a “Gran Torino”, parla di questo. Il padre non è più quello con la barba e i baffi. La paternità come adozione e quindi può essere anche una donna, una lesbica, un gay, una madre”. 

 E a definire padre è la funzione di taglio, quella che separa il bambino dal seno della madre (“il bambino fino a quando ha il seno in bocca non può parlare” dice riproponendo un concetto lacaniano). “Il padre di cui parlo non è il padre esemplare del patriarcato, i modelli esemplari sono incubi, ma è il padre che testimonia il desiderio, che lascia come eredità il desiderio: di uscire di casa, di svolgere il lavoro che fa, di vivere questa vita”.

Alzogliocchiversoilcielo


 

mercoledì 25 settembre 2024

LUNARIO SENTIMENTALE

 


 Mauro Corona torna in libreria scandendo le stagioni della montagna e della vita

Nessuno oggi pensa che quel mondo potesse durare a lungo. Troppo semplice, ingenuo, pulito. Nessuna nostalgia, solamente la dolcezza dei ricordi.


I suoi luoghi, Erto, la diga, la montagna, così come le persone della sua vita, filtrati dal tempo passato, e forse perduto: l'inconfondibile stile di Mauro Corona è più vivo che mai in Lunario sentimentale, il nuovo libro del poeta del legno, in cui si sente l'urgenza di farsi testimone di un passato che i ricordi vanno a stanare di continuo.

Nato a Baselga di Piné nel 1950, l'autore ha lavorato come boscaiolo da ragazzo, e in quegli anni ha imparato a intagliare il legno. Oggi è uno scultore conosciuto in tutta Europa, ma è anche uno degli scrittori italiani più amati e apprezzati.

I suoi libri raccontano di vita vera, vissuta. Descrivono la gente, il presente in cui viviamo, la natura.

Lunario sentimentale, costellato di sagge considerazioni, ma anche di schietto divertimento, nasce dalla rievocazione di una vita semplice e concentrata sui bisogni essenziali: ciò che la terra chiede all’uomo. Nel grigio di gennaio, cumuli di nero letame punteggiano le distese innevate, pronti a concimare il terreno con il disgelo.

Le attività̀ degli uomini, quando non sono dettate dalla frenesia della stagione calda, nella loro lentezza e ritualità pongono un seme di futuro, di progettualità̀, di fiducia, nel presente. In aprile, il cuculo torna dal suo soggiorno africano, mentre gli uomini si preparano alla rinascita.

Corona, Lunario sentimentale, ed. Mondadori, 2024



 

 

 

 

mercoledì 14 agosto 2024

NOSTALGIA DI BELLEZZA


Le Olimpiadi 

ci lasciano 

una grande nostalgia di bellezza


-         -di Mauro Berruto


«La nostalgia è il desiderio di non si sa cosa», diceva Antoine de Saint Exupery. I Giochi della XXXIII Olimpiade sono finiti da due giorni e tutti noi, più o meno appassionati di sport, siamo attraversati da un sentimento che non è facile spiegare, come sosteneva il poeta francese. Abbiamo nostalgia di quella bellezza, armonia, passione totalizzante che il più pacifico degli eserciti, diecimila atlete e atleti in gara, ci hanno donato, tanto i vincitori quanto gli ultimi.

Abbiamo nostalgia di quella capacità di spingersi oltre il limite, verso il trionfo, ma anche di quel fermarsi o essere fermati a un centimetro, a un centesimo di secondo o a un punto dall’obiettivo di una vita, perché così è fatta la realtà. Abbiamo nostalgia degli urli di felicità e di quelli strozzati in gola, delle lacrime di gioia e di quelle di delusione che sono scivolate fin dentro ai nostri televisori, per sedici giorni consecutivi. Abbiamo nostalgia di quella capacità di competere per la bandiera della propria nazione, senza per questo offendere quella delle altre. Abbiamo nostalgia di sport che non avevano mai visto prima e di atleti che fino a venti giorni fa non sapevamo chi fossero, di giovani donne e giovani uomini di cui abbiamo imparato ad essere orgogliosi. Ma non è tutto qui: c’è qualcos’altro che ci manca enormemente, che andiamo oggi a cercare negli higlights, negli articoli, nei racconti di questa edizione dei Giochi Olimpici, pur consapevoli di trovarli in dose omeopatica rispetto all’intensità del momento in cui li abbiamo vissuti: credo si chiami fraternité e anche, come splendidamente ricordato nel corso della tanto discussa cerimonia di apertura, sororité.

Fratellanza e sorellanza come valori che smettono di essere utopia e si fanno corpo, muscoli, tendini, articolazioni e volontà. Sono di parte, ho dedicato quasi trent’anni della mia vita alla pallavolo e ho avuto per due volte l’onore di vivere il contesto olimpico proprio grazie al volley, ma -con enorme rispetto di tutte e tutti i nostri straordinari atleti- scelgo l’ultima nostra medaglia per cercare di spiegare quella nostalgia che oggi sentiamo. Le ragazze dell’Italvolley hanno realizzato un’impresa senza precedenti, nel senso letterale: una medaglia d’oro inseguita per 35 anni da un movimento intero, da generazioni di dirigenti, di tecnici, di atlete e di atleti che avevano visto vincere le proprie nazionali, seniores e giovanili, tutto, ma proprio tutto, nel mondo: anche sei medaglie olimpiche, mai quella lì. Finalmente domenica è arrivata, per sublimare l’attesa dell’intero popolo della pallavolo e anche per tante persone che in questi decenni hanno dato il loro contribuito per quell’obiettivo (mi perdonerete se suona retorico, ma mentre lo scrivo ho i brividi) e non hanno vissuto a sufficienza per vederlo realizzato. 

La medaglia dell’Italvolley femminile ha anche scoperchiato definitivamente un vaso di pandora: milioni di italiani, compresi coloro che a pallavolo hanno giocato l’ultima volta alle medie, si sono trovati a tifare e urlare di gioia per una squadra che rappresenta plasticamente un esempio di società moderna, nuova, aperta, frutto di meravigliose contaminazioni. Una squadra, nello sport più di squadra che esista, l’unico dove passarsi la palla è obbligatorio per regolamento, dove le differenze non esistono, anzi diventano punti di forza. 

Ecco, forse, di che cosa abbiamo nostalgia: di essere messi quotidianamente di fronte a un modello di società che non è solo “futuro”, ma che è già “presente” e capace di funzionare con tanta grazia. Un modello di società che non vuole avvitarsi su stessa, che è capace di accogliere, di valorizzare, di sbagliare, di correggersi, di migliorare e di essere migliorata. I Giochi Olimpici parigini ci lasciano questo sentimento struggente: un mondo migliore è possibile, era lì davanti ai nostri occhi, nella sua sfolgorante bellezza. Le atlete e gli atleti hanno fatto il loro compito, squarciando un velo. 

Ora tocca a noi e non è facile. Ecco, dunque, l’oggetto della nostra nostalgia: poter continuare a vedere in azione la parte migliore di noi, esseri umani.

www.avvenire.it

 

giovedì 5 gennaio 2017

MEMORIA, NOSTALGIA, FUTURO

NEL CANTIERE
 DEL TEMPO E DEL MONDO, 
CON CURA E SENZA PAURA

Prendersi cura del mondo nuovo che sta nascendo,

di ALESSANDRO ZACCURI

Mai eccedere nello zelo, intimava il principe di Talleyrand. E almeno una volta all’anno, nel passaggio fra dicembre e gennaio, viene istintivo dargli ragione. Troppi propositi che si affastellano, troppe aspettative che rischiano di rimanere deluse. Vogliamo scegliere un augurio, uno soltanto per il 2017 in arrivo? Bene, facciamolo parafrasando Talleyrand: surtout pas trop de nostalgie. Non che ci sia niente di male, nel coltivare un po’ di rimpianto verso il passato. Purché sia un po’, e purché passi in fretta.
La nostalgia, al contrario, sembra essere diventata il sentimento unico di quella parte del mondo che, con una certa ingenuità, si ostina a credere di rappresentare il mondo intero. Accada quel che deve accadere, ma giù le mani dai nostri ricordi. Il problema riguarda principalmente – ma non esclusivamente – i baby boomers occidentali: i sessantenni d’America e i cinquantenni d’Europa, che ormai sono disposti a provare nostalgia di tutto, dalle sfilate di moda negli anni Ottanta al gracchiare dei modem negli anni Novanta. Non sono loro, però, ad aver inventato questa particolare attitudine nei confronti del passato.
Già nel 1949, di ritorno dal suo viaggio negli Stati Uniti, Jean Cocteau si stupiva di come in quella società esistesse una bizzarra propensione a considerare classico ciò che era accaduto da pochi giorni, a volte addirittura da pochi minuti. Una forma di nostalgia istantanea che da allora non ha mai smesso di dimostrarsi remunerativa sul piano commerciale (il collezionismo, le rievocazioni, le riproposte in edizione limitata), ma della quale sarebbe sbagliato sottovalutare la portata politica. Perché nulla, in questo momento, è più politico della nostalgia. Nessuna virtù civile, di conseguenza, è più necessaria della memoria.
I due termini non sono affatto sinonimi, nonostante insistano sullo stesso oggetto, che è per l’appunto il passato. Tanto una – la memoria – è vitale e disponibile alla riflessione, tanto l’altra – la nostalgia – è irriducibile al ragionamento e incrollabile nel pregiudizio. Era meglio prima: ecco qual è il motto universale della nostalgia, la parola d’ordine di ogni populismo, il programma riconosciuto di ogni restaurazione. Lo dimostrano le forze che si fronteggiano in queste ore sulla scena internazionale: da una parte lo zarismo implicito della Russia putiniana, dall’altra l’ambiguità degli Stati Uniti, con il presidente uscente Obama che si lascia travolgere dal rimpianto per quello che poteva essere e non è stato (è questo, in fondo, il senso della battuta sulla vittoria, del tutto ipotetica, nel caso di un impossibile terzo mandato) e il suo successore, Donald Trump, che del buon tempo andato ha fatto sin dall’inizio la propria bandiera (nel suo slogan elettorale, Make America Great Again, le parole più importanti erano le ultime due, 'grande' e 'di nuovo').
La nostalgia non è la memoria, dunque, ma la paralisi della memoria, una sua degenerazione. Che in apparenza mette a repentaglio il futuro, ma in effetti porta a ignorare il presente. Un 2017 non nostalgico potrebbe essere, semplicemente, un anno intero dedicato a comprendere che cosa sta succedendo nel mondo, senza chiudere gli occhi davanti agli orrori che pure esistono, ma anche senza trincerarsi dietro la deprecazione per partito preso. Il mondo, a dispetto di quello che pensano i vagheggiatori di un passato inesistente, non è mai stato un posto del tutto confortevole e se oggi crediamo di saperla lunga rispetto ai drammi della storia è soltanto perché qualcuno ci ha già raccontato com'è andata a finire. Anche il 2016  è stato qualcosa di più interessante e più complesso rispetto al susseguirsi di decessi eccellenti da cui i media sono rimasti stregati. È vero abbiamo perso tanti artisti negli ultimi mesi, ma se davvero vogliamo onorare la loro opera dobbiamo smettere di rimpiangerli, dobbiamo sottrarci al ricatto della nostalgia.
Non per cinismo, non perché la vita va avanti e non abbiamo tempo da perdere. No, il proposito da fare è un altro: prendersi cura del mondo nuovo che sta nascendo, evitando di stupirci quando non riusciamo a comprenderlo, di farci terrorizzare da chi non vuole che accada, di demotivarci nell’impegno per renderlo più umano. Ma non sarebbe nuovo, se non risultasse anche misterioso. In fondo, non cedere alla nostalgia significa non cedere alla paura.