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martedì 19 aprile 2022

SCUOLA. VAX, NO VAX E ALTRO


 -         di Alessandro Artini

 Parlare di scuola, oggi, non è facile perché sono in atto tendenze diverse e contrastanti, alcune rivolte al cambiamento e altre tendenti a riproporre lo statu quo antecedente. Una situazione complessivamente non decodificabile, almeno con uno sguardo intuitivo. Forse per rendere conto, anzitutto a noi stessi, di quanto sta avvenendo conviene usare delle immagini, riferite a situazioni concrete.

Ecco la prima, quella del ritorno a scuola dei docenti sospesi perché non in regola con l’obbligo vaccinale. Riammessi a scuola, ma non in classe, proprio perché non vaccinati. Cosa possono fare? Partecipano ad attività di servizio e documentazione in biblioteca, all’organizzazione dei laboratori, ai servizi amministrativi e altro ancora. Praticamente svolgono compiti laterali rispetto all’insegnamento. Il governatore De Luca, battutista, ha osservato che, in questo modo, i presidi organizzeranno corsi di burraco, per far loro passare il tempo.

Si parla anche di attività collegiali, ma quali? Certamente possono prendere parte al collegio dei docenti, ma non ai consigli di classe o ai ricevimenti dei genitori. Questi ultimi, infatti, sono affidati ai loro supplenti, come le lezioni in classe, perché i riammessi a scuola, privi di vaccino, non possono entrare in contatto con gli alunni. Così, in questo modo, lo Stato paga due stipendi: quello del docente rientrato dalla sospensione e quello del supplente. Paradossale? Certamente, ma non solo.

L’amico onorevole Gabriele Toccafondi ha spiegato, in Parlamento, che ciò risulta anche diseducativo. Gli alunni, infatti, avranno comunque l’occasione di vedere i loro docenti, che non potranno giustamente restare reclusi in un sottoscala: cosa penseranno nel vederli a scuola ma non al lavoro in classe? Forse potrebbero trarre la conclusione che chi non ha rispettato l’obbligo vaccinale abbia ricevuto una sorta di premio, con l’astensione dal lavoro. In un mondo alla rovescia, ricordare che la funzione essenziale e primaria per i docenti è quella di insegnare potrebbe apparire perfino provocatorio, ma, in quel mondo, anche monsieur De Lapalisse finirebbe per apparire un pensatore bizzarro.

I test a risposta multipla e i concorsi per entrare a scuola: questa è la seconda immagine. Con i test possono avere luogo concorsi di livello nazionale, utilizzando i laboratori delle scuole e la sorveglianza del personale. In questi termini, essi sono relativamente poco costosi e rapidi: due notevoli vantaggi. Ma vantaggi per cosa? Non certo per effettuare una valida selezione del corpo docente. Il risparmio per lo Stato e la velocità nell’espletamento del concorso non garantiscono la ricerca dell’autentico valore. Darwin si lamentava di non avere prontezza nel rispondere a tutte le obiezioni che venivano mosse alla teoria evoluzionista, nel corso delle sue conferenze. Forse non avrebbe superato i quiz, nel vortice dei pochi minuti previsti… La capacità di pensare in profondità richiede tempo.

I concorsi nazionali non funzionano, come le graduatorie, che sono ingestibili. Spesso non si trovano i supplenti. In compenso molti avvocati lavorano nel contenzioso sindacale che si ingenera a dismisura.

Occorre offrire alle scuole la libertà di selezionare il personale di cui hanno bisogno. Ovviamente è necessario, poi, misurare il rendimento delle scuole stesse, perché, se fosse basso, ciò significherebbe che le loro scelte sono state sbagliate. E ne dovrebbe rispondere il preside e tutta la dirigenza della scuola. Mi rendo conto che non è un programma di poco conto (“vasto”, avrebbe detto De Gaulle!), per questo potremmo iniziare dai supplenti, offrendo alle scuole una piena, ma motivata, libertà di scelta. Dovremmo anche procedere a testa bassa con i test Invalsi e la valutazione complessiva delle scuole autonome.

Qual è il sentimento oggi predominante nella scuola? C’è un forte desiderio di ritorno alla normalità, che cozza contro il nocciolo della realtà e i tragici eventi di guerra, le cui immagini invadono la nostra vita. Sappiamo anche che la pandemia non è finita e che, non potendola debellare definitivamente, ci siamo rassegnati a considerarla come endemica. Questa è la terza immagine: l’ansia di normalità che si appresta a trovare soddisfazione nel rito dei viaggi d’istruzione, invocati a furor di popolo (vuoi dagli alunni, vuoi dagli insegnanti). Essi sono deliberati dagli organi collegiali, ma si va anche oltre le delibere. Per chi non lo sapesse, c’è anche il rito dei Cento giorni dal termine della scuola (ma spesso si va oltre il centesimo…), nel corso del quale le classi dell’ultimo anno se ne vanno a festeggiare il termine degli studi, come se fosse una sorta di addio al celibato o al nubilato.

Cosa hanno in comune queste tre immagini? Il fatto che nella scuola, paradossalmente, ci stiamo dimenticando la dimensione educativa, assimilando la sua struttura a un mero servizio. Per questo occorre ritrovarne l’anima, che non si vede nel rientro dei no vax, una soluzione posticcia, che aggiusta (perché forse evita qualche ricorso al giudice) ma non risolve. Un’anima che non si riscontra nei concorsi, dove non si considerano, né emergono, le persone che si candidano a insegnare; che non si vede, infine, nel ruolo educativo verso gli alunni, che dovrebbero essere invitati a riflettere su una normalità tuttora inesistente, perché è in atto ancora la pandemia con un surplus di guerra.

 Il Sussidario

 

 

domenica 21 ottobre 2018

INSEGNANTI E CFU - DIVENTARE INSEGNANTI .... SENZA ESSERE PRESI IN GIRO

 La storia sbagliata dei «24 cfu», una modesta proposta

di Roberto Carnero

Non c’è nulla che possa scoraggiare un giovane il quale voglia intraprendere una data professione più dell’incertezza del percorso per accedervi. E negli ultimi anni non sembra esserci un mestiere la cui strada sia più incerta di quello dell’insegnante. Non tanto per il precariato fatto di supplenze, più o meno lunghe, che da sempre costituisce spesso l’inevitabile gavetta per poi entrare finalmente in ruolo: perché negli ultimi anni, con i pensionamenti che ci sono stati e ci saranno, le cattedre vacanti sono tutt’altro che scarse; la necessità di docenti di sostegno, poi, ha reso disponibili ulteriori posti.
Il problema riguarda invece un aspetto che potrebbe essere molto semplice: l’iter formativo, e burocratico, per diventare insegnanti. Il Governo Gentiloni aveva emanato i decreti attuativi della cosiddetta legge sulla “buona scuola” (107/2015), che tutta buona alla fine non si è rivelata. Tra le altre cose si stabiliva che, per accedere al percorso finalizzato a diventare insegnanti, il “Fit” (formazione iniziale e tirocinio), i laureati nelle diverse materie dovessero avere ottenuto, all’interno del proprio piano di studi, 24 crediti formativi universitari (Cfu), corrispondenti grosso modo a quattro vecchi esami “annuali”, in psicologia, pedagogia, antropologia e didattica disciplinare.
Di per sé era buona l’idea di inserire queste competenze come obbligatorie per andare a svolgere un lavoro, quello dell’insegnante, sempre più complesso e delicato per i tanti risvolti non solo culturali, ma anche psicologici e sociali che esso comporta nella scuola di oggi.
Peccato però che quella richiesta avesse valore retroattivo: si applicava, cioè, anche a chi si era già laureato prima dell’entrata in vigore del provvedimento. Così molti laureati (magari anche da diversi anni) interessati all’insegnamento si sono dovuti iscrivere di nuovo all’università per sostenere quegli esami che mancavano loro per poter accedere al concorso. Gli atenei, a loro volta, hanno attivato questi “corsi d’emergenza”, vista la pressante domanda in vista del bando concorsuale dato per imminente. Essendomi trovato a insegnare Didattica dell’italiano in un grande ateneo del Nord, posso testimoniare direttamente la frustrazione, e talora anche la rabbia, di laureati giovani e meno giovani, che magari già insegnavano da anni come supplenti, costretti a tornare sui banchi per ottenere quei crediti mancanti. Mi sono sempre chiesto come mai i sindacati non abbiamo fatto le barricate su una cosa simile.
Ora circolano voci per cui il ministro dell’Istruzione Marco Bussetti sarebbe intenzionato a modificare la normativa, rendendo i 24 Cfu un requisito “accessorio”, dunque non obbligatorio, per iscriversi al concorso per insegnanti. Se ciò è vero, l’intenzione del ministro è lodevole, poiché si andrebbe a correggere una stortura. Ma bisogna pensare anche a un altro risvolto, diciamo così, di “pace sociale”. Che cosa proverebbero coloro che con molta fatica (e sborsando anche i quattrini delle tasse universitarie) negli ultimi mesi hanno fatto i salti mortali per ottenere quei benedetti 24 Cfu? Avrebbero l’impressione di aver fatto una fatica inutile e – sostanzialmente – di essere stati presi in giro dallo Stato. Che il «Governo del cambiamento» intenda cambiare ciò che non va, sta bene. Ma bisogna osservare che quando si continuano a cambiare le carte in tavola, il gioco alla fine rischia di risultare truccato.
Ci permettiamo perciò di suggerire una soluzione di compromesso, che possa salvare capra e cavoli. Bene togliere il requisito, almeno per chi si sia già laureato, dei 24 crediti aggiuntivi. Chi però li ha sostenuti ha acquisito importanti competenze che ne aumentano la professionalità. È, questo, un fatto innegabile.
Dunque che tale requisito, per quanto “accessorio”, venga adeguatamente valorizzato in termini di punteggio, in modo che possa segnare, quanto alla posizione in graduatoria, una differenza che oggettivamente c’è.