PENSO
DI POTER FARE
QUELLO
CHE VOGLIO
Il richiamo ai valori perduti
dall’Europa
Si sottovaluta solitamente la
portata culturale, oserei dire “filosofica”, del trumpismo. Lo si riduce al
personaggio umano che lo rappresenta, con il suo narcisismo, le sue buffonate,
le sue contraddizioni. A ricordarci che dietro questo c’è molto di più sono
stati i suoi due uomini di fiducia, il vicepresidente J. D. Vance e il
segretario di Stato Marco Rubio – non a caso i più probabili candidati a
succedergli, nelle prossime elezioni presidenziali – i quali, in due importanti
discorsi, hanno delineato una prospettiva ideale destinata a sopravvivere
all’attuale inquilino della Casa Bianca e a influire in modo decisivo sul
futuro degli Stati Uniti e dell’intero Occidente.
Nel discorso tenuto a Monaco
nel febbraio del 2025 Vance aveva detto: «La minaccia che mi preoccupa di più
nei confronti dell’Europa non è la Russia, non è la Cina, non è nessun altro
attore esterno. Ciò che mi preoccupa è la minaccia dall’interno. Il ritiro
dell’Europa da alcuni dei suoi valori più fondamentali: valori condivisi con
gli Stati Uniti d’America».
Dove, si noti, il problema è
posto in termini culturali ed etici – «i valori» – prima che politici o
economici. Vance denunziava una decadenza dell’Europa che nasceva dal
tradimento di questi valori, in passato «condivisi con gli Stati Uniti
d’America». In realtà le sue critiche, allora, si sono appuntate sul tema della
libertà di pensiero – probabilmente in rapporto al “cordone sanitario” che
allora emarginava l’estrema destra tedesca – e su quello dell’eccessiva
apertura ai flussi migratori. Entrambi sono problemi sui quali – forse anche
per effetto del suo discorso – l’Europa si è, da allora, molto avvicinata alla
linea additata dal vicepresidente americano.
In Germania Alternative für
Deutschland non è più isolata, anzi ormai occupa anche ruoli istituzionali, e
in paesi come la Francia, la Spagna e il Regno Unito i partiti di destra sono
considerati favoriti alle prossime elezioni. Anche per le politiche migratorie
oggi Vance potrebbe solo rallegrarsi nel vedere che l’accoglienza dei migranti,
da lui denunciata come fattore decisivo dell’eclisse dell’Europa, è ormai un
ricordo. Assistiamo oggi a una gara dei governi europei, con l’eccezione della
Spagna, a imitare e potenziare il modello Albania, proposto dall’Italia di
Meloni.
Ci sarebbe da chiedersi se
questi cambiamenti stiano aprendo davvero alla prospettiva di un futuro in cui
l’Europa torni a essere “grande”. Soprattutto, è strano che questo adeguamento
ai «valori» proposti dagli Stati Uniti non sia avvenuto sulla base di una seria
riflessione e di un dibattito a livello comunitario. È forse questa mancanza di
pensiero a rivelare il vuoto in cui i Paesi europei e l’intera UE si trovano
oggi a navigare, in balìa di un potente alleato, gli Stati Uniti, che li
sovrasta non solo e non tanto perché più forte economicamente e militarmente,
ma perché persegue un disegno che si ispira a una precisa visione.
Un fuoco che va riacceso
Una visione messa in luce pochi
giorni fa, il 7 ottobre scorso, quando il segretario di Stato Marco Rubio, in
un discorso tenuto ad Atene, ha parlato – come Vance a Monaco – dei rapporti
tra Stati Uniti ed Europa, ponendosi anche lui sul piano dei valori, ma dando
al tema una profondità di prospettiva storica e una carica ideale che mancavano
nella dura reprimenda di Vance.
A sollecitare questo
cambiamento è stato anche il contesto. Rubio ha fatto il suo intervento sullo
sfondo dell’Acropoli, in una terra che ha visto la nascita della nostra
civiltà. E il Dipartimento di Stato aveva anticipato che egli avrebbe
parlato della necessità di un «grande rinnovamento dello spirito occidentale»,
facendo risalire l’eredità che accomuna Europa e Stati Uniti a un percorso che
parte da Atene e Roma, attraversa la cristianità e arriva alla fondazione della
Repubblica americana.
«Crediamo che l’Europa possa
risvegliarsi dal suo lungo torpore e ravvivare il fuoco che era qui migliaia di
anni fa», ha detto il segretario di Stato americano. E ha parlato di una fase
decisiva per l’Occidente, evidenziando che «oggi ci troviamo a un bivio perché
il prossimo decennio e le decisioni che prenderemo scriveranno la storia del
prossimo secolo. Il percorso che sceglieremo determinerà se l’Occidente
manterrà il suo posto alla guida del mondo o se si rassegnerà a un futuro di
atrofia, servitù e declino. O sceglieremo di agire ora oppure perderemo del
tutto la possibilità di scegliere».
Ciò implica, però, secondo
Rubio, una radicale conversione dalla cultura distorta – il riferimento era
chiaramente a quella woke – che è alla radice della crisi attuale:
«Siamo arrivati al punto di vergognarci delle cose che ci rendevano unici. Il
nostro benessere è diventato fonte di senso di colpa».
Così, sottolinea Rubio, anche
la difesa dei propri interessi nazionali sarebbe diventata un tabù.
«Nazionalismo è diventata una parolaccia. Così abbiamo abbattuto i nostri
monumenti, condannato la nostra stessa storia e, in troppi luoghi, insegnato ai
nostri figli a vergognarsi dei Paesi che avrebbero ereditato».
Anche nell’analisi del
segretario, come in quella di Vance, un fattore cruciale nella nascita di
questa crisi profonda è la questione migratoria, questa volta però coniugata
con quella del riarmo: «Nel frattempo abbiamo aperto i nostri confini (…) e
permesso che le nostre forze armate si indebolissero e decadessero». Non è
mancato un riferimento alle forze ostili che ci minacciano: «E mentre la
fiducia dell’Occidente vacillava, i suoi avversari e rivali diventavano sempre
più assertivi, costruendo al posto nostro la propria ricchezza e il proprio
potere».
Le radici greche dell’Occidente
alla base del sovranismo
Ben altri erano, secondo Rubio,
i valori che caratterizzavano la nostra civiltà alle sue origini. «Qui, ad
Atene, troviamo la prima piena espressione di tutti i tratti essenziali che
avrebbero definito l’Occidente: un’individualità fiera e una determinazione
incrollabile; l’audacia nell’esplorare e nell’inventare; il desiderio di
scoperta, di avventura, di rischio e di gloria (…). L’impazienza di fronte
all’idea dell’impossibile, l’insofferenza verso ogni confine e ogni limite, la
tensione a scrutare nelle profondità dell’ignoto».
«E in America,» ha continuato
Rubio, «quella stessa tradizione si riscoprì nuovamente. Una terra aperta e
selvaggia divenne il luogo di una grande rinascita dell’immaginazione e
dell’ambizione occidentali. L’aspirazione greca verso nuovi orizzonti divenne
lo spirito della frontiera americana».
Questo spirito, ha precisato,
ha una precisa ricaduta nella politica. «Oggi è diventato di moda pensare che
una politica estera illuminata significhi anteporre la comunità globale al
proprio popolo. E credo che anche qui abbiamo molto da imparare dagli uomini
dell’antica Grecia, perché sapevano che non c’era nulla di egoistico o di
sbagliato nella fedeltà alla propria nazione, né nel combattere per difenderne
gli interessi sopra ogni altra cosa».
È un chiaro riferimento alla
filosofia dell’«America First». E l’oratore lo ha esplicitato sottolineando
che, «con Trump, gli Stati Uniti hanno fatto la loro scelta.
Scegliamo di perseguire senza vergogna la potenza nazionale».
Ciò, secondo Rubio, non è a
detrimento degli interessi degli altri Stati. «Non crediamo che l’amicizia
transatlantica debba essere un gioco a somma zero. Al contrario: la nostra
visione è quella di un’alleanza la cui forza sia superiore alla somma delle sue
parti». Un esempio recentissimo di questo è stato, secondo lui, il «nuovo
accordo senza precedenti tra Stati Uniti, Danimarca e Groenlandia»: «tutti e
tre i partner di quell’accordo ne sono usciti vincitori (…). Vogliamo vincere
insieme. Dobbiamo vincere insieme».
Il segretario di Stato
americano ha anche affermato di vedere già dei chiari indizi che l’Europa
procede in questa direzione: «Stiamo assistendo a quelli che speriamo siano gli
inizi di un cambiamento generazionale», tra cui, ha detto, «una crescita vertiginosa
della spesa per la difesa».
Quali valori?
Un discorso di ampio respiro,
che si presta, però, ad alcune considerazioni critiche. Rubio (che pure
personalmente, come Vance, è cattolico) nella sua ricostruzione della
tradizione occidentale parla molto della visione greca e poco di quella
cristiana, che secondo lui è stata in perfetta continuità con la prima. In
realtà la mancata sottolineatura della differenza tra le due prospettive fa sì
che egli presenti come «spirito occidentale» una visione che, anche per la
forte contaminazione con l’individualismo liberale e la logica del capitalismo,
ricorda più Nietzsche che il Vangelo. Una visione basata sull’affermazione
della propria eccellenza e sul superamento di tutti i limiti, ma senza alcun
riferimento alla fraternità, al rispetto dei diritti degli altri e alla cura
dei più deboli.
Così come, a livello politico,
non rientra certo nella visione cristiana – almeno non in quella cattolica –
l’idea di essere fedeli alla propria nazione al punto di «combattere per
difenderne gli interessi sopra ogni altra cosa». Il bene della comunità umana
viene prima di quello dei singoli Stati. E scegliere «di perseguire senza
vergogna la potenza nazionale» come valore fondamentale nega le conquiste che
proprio l’Occidente ha saputo fare, attraverso un’evoluzione secolare, per
sostituire la legge del più forte con quella della giustizia, elaborando un
diritto internazionale a cui gli interessi delle singole nazioni devono
adeguarsi.
Non si tratta solo di un
problema teorico. La prassi della seconda presidenza trumpiana rispecchia
perfettamente «l’insofferenza verso ogni confine e ogni limite» di cui parla
Rubio. Trump stesso ha espressamente dichiarato, nella famosa intervista al «New
York Times», quando gli è stato chiesto se vedesse limiti ai suoi «poteri
globali»: «La mia moralità. La mia mente. È l’unica cosa che può fermarmi. Non
ho bisogno del diritto internazionale». E ha concluso: «Rispondo solo a me
stesso».
E così si è comportato in
politica interna, con una deportazione spietata degli immigrati, condotta con
estrema violenza e con esibizioni pubbliche, senza alcun rispetto della loro
umanità.
Così si è comportato in
politica estera, schiacciando il Canada per costringerlo a rinunziare alla sua
sovranità; imponendo dazi arbitrari ed esorbitanti perfino ai Paesi amici;
costringendo i governi alleati a un riarmo forzato; appoggiando incondizionatamente
il massacro del popolo di Gaza (con l’ironica proposta di trasformare la loro
terra devastata in un resort di lusso); rapendo illegalmente il dittatore
Maduro (e non per instaurare la democrazia in Venezuela, ma per impadronirsi
del suo petrolio); strangolando Cuba («Penso di poterci fare tutto quello che
voglio»); aggredendo l’Iran contro ogni regola di diritto.
Che poi questo sia compatibile, come Rubio sostiene, con la crescita degli altri Paesi, può darsi, ma nel ruolo di satelliti rigorosamente subordinati, come i fatti dimostrano. «America First» può forse significare prosperità anche per loro, ma a prezzo della loro dignità. Lo stesso esempio dell’accordo sulla Groenlandia lo conferma: Rubio afferma trionfante che hanno vinto tutti, ma non dice che questo accordo arriva al termine di una storia di minacce e di ricatti che già di per sé hanno costituito un’umiliazione per un piccolo Paese alleato come la Danimarca e per il popolo groenlandese.
Questa è la «nuova frontiera»
in cui l’Occidente, posto al bivio, è chiamato secondo Rubio a credere e sui
cui valori deve puntare. Si dirà che dall’altra parte ci sono gli Ayatollah,
Hamas, i dittatori sudamericani, la Cina. Questo non rende i “valori” dell’attuale
amministrazione statunitense una prospettiva accettabile. La filosofia del
trumpismo non è la salvezza dell’Occidente, ma il punto estremo della sua
eclisse. E alla cortese e colta offerta di Rubio, la sola risposta possibile,
per chi ha il senso dei valori umani autentici, è: «No, grazie»

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