venerdì 9 ottobre 2026

LA FILOSOFIA DEL TRUMPISMO

 

PENSO 

DI POTER FARE 

QUELLO 

CHE VOGLIO



di  Giuseppe Savagnone 

Il richiamo ai valori perduti dall’Europa

Si sottovaluta solitamente la portata culturale, oserei dire “filosofica”, del trumpismo. Lo si riduce al personaggio umano che lo rappresenta, con il suo narcisismo, le sue buffonate, le sue contraddizioni. A ricordarci che dietro questo c’è molto di più sono stati i suoi due uomini di fiducia, il vicepresidente J. D. Vance e il segretario di Stato Marco Rubio – non a caso i più probabili candidati a succedergli, nelle prossime elezioni presidenziali – i quali, in due importanti discorsi, hanno delineato una prospettiva ideale destinata a sopravvivere all’attuale inquilino della Casa Bianca e a influire in modo decisivo sul futuro degli Stati Uniti e dell’intero Occidente.

Nel discorso tenuto a Monaco nel febbraio del 2025 Vance aveva detto: «La minaccia che mi preoccupa di più nei confronti dell’Europa non è la Russia, non è la Cina, non è nessun altro attore esterno. Ciò che mi preoccupa è la minaccia dall’interno. Il ritiro dell’Europa da alcuni dei suoi valori più fondamentali: valori condivisi con gli Stati Uniti d’America».

Dove, si noti, il problema è posto in termini culturali ed etici – «i valori» – prima che politici o economici. Vance denunziava una decadenza dell’Europa che nasceva dal tradimento di questi valori, in passato «condivisi con gli Stati Uniti d’America». In realtà le sue critiche, allora, si sono appuntate sul tema della libertà di pensiero – probabilmente in rapporto al “cordone sanitario” che allora emarginava l’estrema destra tedesca – e su quello dell’eccessiva apertura ai flussi migratori. Entrambi sono problemi sui quali – forse anche per effetto del suo discorso – l’Europa si è, da allora, molto avvicinata alla linea additata dal vicepresidente americano.

In Germania Alternative für Deutschland non è più isolata, anzi ormai occupa anche ruoli istituzionali, e in paesi come la Francia, la Spagna e il Regno Unito i partiti di destra sono considerati favoriti alle prossime elezioni. Anche per le politiche migratorie oggi Vance potrebbe solo rallegrarsi nel vedere che l’accoglienza dei migranti, da lui denunciata come fattore decisivo dell’eclisse dell’Europa, è ormai un ricordo. Assistiamo oggi a una gara dei governi europei, con l’eccezione della Spagna, a imitare e potenziare il modello Albania, proposto dall’Italia di Meloni.

Ci sarebbe da chiedersi se questi cambiamenti stiano aprendo davvero alla prospettiva di un futuro in cui l’Europa torni a essere “grande”. Soprattutto, è strano che questo adeguamento ai «valori» proposti dagli Stati Uniti non sia avvenuto sulla base di una seria riflessione e di un dibattito a livello comunitario. È forse questa mancanza di pensiero a rivelare il vuoto in cui i Paesi europei e l’intera UE si trovano oggi a navigare, in balìa di un potente alleato, gli Stati Uniti, che li sovrasta non solo e non tanto perché più forte economicamente e militarmente, ma perché persegue un disegno che si ispira a una precisa visione.

Un fuoco che va riacceso

Una visione messa in luce pochi giorni fa, il 7 ottobre scorso, quando il segretario di Stato Marco Rubio, in un discorso tenuto ad Atene, ha parlato – come Vance a Monaco – dei rapporti tra Stati Uniti ed Europa, ponendosi anche lui sul piano dei valori, ma dando al tema una profondità di prospettiva storica e una carica ideale che mancavano nella dura reprimenda di Vance.

A sollecitare questo cambiamento è stato anche il contesto. Rubio ha fatto il suo intervento sullo sfondo dell’Acropoli, in una terra che ha visto la nascita della nostra civiltà.  E il Dipartimento di Stato aveva anticipato che egli avrebbe parlato della necessità di un «grande rinnovamento dello spirito occidentale», facendo risalire l’eredità che accomuna Europa e Stati Uniti a un percorso che parte da Atene e Roma, attraversa la cristianità e arriva alla fondazione della Repubblica americana.

«Crediamo che l’Europa possa risvegliarsi dal suo lungo torpore e ravvivare il fuoco che era qui migliaia di anni fa», ha detto il segretario di Stato americano. E ha parlato di una fase decisiva per l’Occidente, evidenziando che «oggi ci troviamo a un bivio perché il prossimo decennio e le decisioni che prenderemo scriveranno la storia del prossimo secolo. Il percorso che sceglieremo determinerà se l’Occidente manterrà il suo posto alla guida del mondo o se si rassegnerà a un futuro di atrofia, servitù e declino. O sceglieremo di agire ora oppure perderemo del tutto la possibilità di scegliere».

Ciò implica, però, secondo Rubio, una radicale conversione dalla cultura distorta – il riferimento era chiaramente a quella woke – che è alla radice della crisi attuale: «Siamo arrivati al punto di vergognarci delle cose che ci rendevano unici. Il nostro benessere è diventato fonte di senso di colpa».

Così, sottolinea Rubio, anche la difesa dei propri interessi nazionali sarebbe diventata un tabù. «Nazionalismo è diventata una parolaccia. Così abbiamo abbattuto i nostri monumenti, condannato la nostra stessa storia e, in troppi luoghi, insegnato ai nostri figli a vergognarsi dei Paesi che avrebbero ereditato».

Anche nell’analisi del segretario, come in quella di Vance, un fattore cruciale nella nascita di questa crisi profonda è la questione migratoria, questa volta però coniugata con quella del riarmo: «Nel frattempo abbiamo aperto i nostri confini (…) e permesso che le nostre forze armate si indebolissero e decadessero». Non è mancato un riferimento alle forze ostili che ci minacciano: «E mentre la fiducia dell’Occidente vacillava, i suoi avversari e rivali diventavano sempre più assertivi, costruendo al posto nostro la propria ricchezza e il proprio potere».

Le radici greche dell’Occidente alla base del sovranismo

Ben altri erano, secondo Rubio, i valori che caratterizzavano la nostra civiltà alle sue origini. «Qui, ad Atene, troviamo la prima piena espressione di tutti i tratti essenziali che avrebbero definito l’Occidente: un’individualità fiera e una determinazione incrollabile; l’audacia nell’esplorare e nell’inventare; il desiderio di scoperta, di avventura, di rischio e di gloria (…). L’impazienza di fronte all’idea dell’impossibile, l’insofferenza verso ogni confine e ogni limite, la tensione a scrutare nelle profondità dell’ignoto».

«E in America,» ha continuato Rubio, «quella stessa tradizione si riscoprì nuovamente. Una terra aperta e selvaggia divenne il luogo di una grande rinascita dell’immaginazione e dell’ambizione occidentali. L’aspirazione greca verso nuovi orizzonti divenne lo spirito della frontiera americana». 

Questo spirito, ha precisato, ha una precisa ricaduta nella politica. «Oggi è diventato di moda pensare che una politica estera illuminata significhi anteporre la comunità globale al proprio popolo. E credo che anche qui abbiamo molto da imparare dagli uomini dell’antica Grecia, perché sapevano che non c’era nulla di egoistico o di sbagliato nella fedeltà alla propria nazione, né nel combattere per difenderne gli interessi sopra ogni altra cosa».

È un chiaro riferimento alla filosofia dell’«America First». E l’oratore lo ha esplicitato sottolineando che, «con Trump, gli Stati Uniti hanno fatto la loro scelta. Scegliamo di perseguire senza vergogna la potenza nazionale».

Ciò, secondo Rubio, non è a detrimento degli interessi degli altri Stati. «Non crediamo che l’amicizia transatlantica debba essere un gioco a somma zero. Al contrario: la nostra visione è quella di un’alleanza la cui forza sia superiore alla somma delle sue parti». Un esempio recentissimo di questo è stato, secondo lui, il «nuovo accordo senza precedenti tra Stati Uniti, Danimarca e Groenlandia»: «tutti e tre i partner di quell’accordo ne sono usciti vincitori (…). Vogliamo vincere insieme. Dobbiamo vincere insieme».

Il segretario di Stato americano ha anche affermato di vedere già dei chiari indizi che l’Europa procede in questa direzione: «Stiamo assistendo a quelli che speriamo siano gli inizi di un cambiamento generazionale», tra cui, ha detto, «una crescita vertiginosa della spesa per la difesa».

Quali valori?

Un discorso di ampio respiro, che si presta, però, ad alcune considerazioni critiche. Rubio (che pure personalmente, come Vance, è cattolico) nella sua ricostruzione della tradizione occidentale parla molto della visione greca e poco di quella cristiana, che secondo lui è stata in perfetta continuità con la prima. In realtà la mancata sottolineatura della differenza tra le due prospettive fa sì che egli presenti come «spirito occidentale» una visione che, anche per la forte contaminazione con l’individualismo liberale e la logica del capitalismo, ricorda più Nietzsche che il Vangelo. Una visione basata sull’affermazione della propria eccellenza e sul superamento di tutti i limiti, ma senza alcun riferimento alla fraternità, al rispetto dei diritti degli altri e alla cura dei più deboli.

Così come, a livello politico, non rientra certo nella visione cristiana – almeno non in quella cattolica – l’idea di essere fedeli alla propria nazione al punto di «combattere per difenderne gli interessi sopra ogni altra cosa». Il bene della comunità umana viene prima di quello dei singoli Stati. E scegliere «di perseguire senza vergogna la potenza nazionale» come valore fondamentale nega le conquiste che proprio l’Occidente ha saputo fare, attraverso un’evoluzione secolare, per sostituire la legge del più forte con quella della giustizia, elaborando un diritto internazionale a cui gli interessi delle singole nazioni devono adeguarsi.

Non si tratta solo di un problema teorico. La prassi della seconda presidenza trumpiana rispecchia perfettamente «l’insofferenza verso ogni confine e ogni limite» di cui parla Rubio. Trump stesso ha espressamente dichiarato, nella famosa intervista al «New York Times», quando gli è stato chiesto se vedesse limiti ai suoi «poteri globali»: «La mia moralità. La mia mente. È l’unica cosa che può fermarmi. Non ho bisogno del diritto internazionale». E ha concluso: «Rispondo solo a me stesso».

E così si è comportato in politica interna, con una deportazione spietata degli immigrati, condotta con estrema violenza e con esibizioni pubbliche, senza alcun rispetto della loro umanità.

Così si è comportato in politica estera, schiacciando il Canada per costringerlo a rinunziare alla sua sovranità; imponendo dazi arbitrari ed esorbitanti perfino ai Paesi amici; costringendo i governi alleati a un riarmo forzato; appoggiando incondizionatamente il massacro del popolo di Gaza (con l’ironica proposta di trasformare la loro terra devastata in un resort di lusso); rapendo illegalmente il dittatore Maduro (e non per instaurare la democrazia in Venezuela, ma per impadronirsi del suo petrolio); strangolando Cuba («Penso di poterci fare tutto quello che voglio»); aggredendo l’Iran contro ogni regola di diritto.

Che poi questo sia compatibile, come Rubio sostiene, con la crescita degli altri Paesi, può darsi, ma nel ruolo di satelliti rigorosamente subordinati, come i fatti dimostrano. «America First» può forse significare prosperità anche per loro, ma a prezzo della loro dignità. Lo stesso esempio dell’accordo sulla Groenlandia lo conferma: Rubio afferma trionfante che hanno vinto tutti, ma non dice che questo accordo arriva al termine di una storia di minacce e di ricatti che già di per sé hanno costituito un’umiliazione per un piccolo Paese alleato come la Danimarca e per il popolo groenlandese.

Questa è la «nuova frontiera» in cui l’Occidente, posto al bivio, è chiamato secondo Rubio a credere e sui cui valori deve puntare. Si dirà che dall’altra parte ci sono gli Ayatollah, Hamas, i dittatori sudamericani, la Cina. Questo non rende i “valori” dell’attuale amministrazione statunitense una prospettiva accettabile. La filosofia del trumpismo non è la salvezza dell’Occidente, ma il punto estremo della sua eclisse. E alla cortese e colta offerta di Rubio, la sola risposta possibile, per chi ha il senso dei valori umani autentici, è: «No, grazie»

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