il tempo
del saper vivere
non di abbandono: il nuovo saggio dello psichiatra.
Il primo si riferiva al
tempo lineare, che si sussegue regolarmente e batte come in un orologio
meccanico.
Il secondo definiva il
tempo che ritorna e il riferimento è alle stagioni ma anche al ripetersi di
gesti, da quando ci si alza dal letto a quando vi si ritorna la sera, in attesa
del nuovo giorno. Il terzo rimanda all’eterno, a un tempo che quindi si ferma,
poiché ha una dimensione che non può essere allungata. Il tempo psicologico non
è nemmeno quello della fisica newtoniana né di quella di Einstein, che ha
legato il tempo allo spazio. Un tempo quest’ultimo non del singolo individuo,
ma dell’universo. Il tempo psicologico, invece, appartiene al vissuto, alla
percezione che deriva da una elaborazione esistenziale e dipende dall’io di
ciascuno. Si potrebbe dire che esiste una unità io-tempo come fondamento per
definire l’esperienza nella attività temporale. Lo si può dividere in alcune
categorie: la prima riguarda l’infanzia in cui il tempo è inconsapevole anche
se ritmato dai bisogni, di cui il primo è dato dalla nutrizione [...]. Il tempo
diventa poi consapevole in quella che possiamo chiamare la seconda infanzia,
quando il bambino incomincia a muoversi autonomamente e a usare il linguaggio.
Si tratta ancora di un tempo ritmato dai bisogni che aumentano di numero, a
quelli primari si aggiungono il gioco e il bisogno, oltre della presenza
materna, di altre figure. Si arriva a un tempo fatto di minuti, scandito
meccanicamente dentro un orologio e che si colora di riferimenti sociali.
Questo preambolo serve
per riportarci all’interno delle diverse età, riferendoci in particolare alla vecchiaia, con caratteristiche nuove nell’epoca attuale.
Forse è quella che identifica meglio la società contemporanea. La prima novità
è che il periodo che va oltre i 65 anni – quando incomincia la vecchiaia – ha
una rappresentazione che riguarda il 25% della popolazione e che dura almeno
vent’anni. Il periodo della crescita parte dalla nascita, comprende l’infanzia
fino alla pubertà (12-13 anni), l’adolescenza fino ai 20-21 anni, quando inizia
l’età del giovane adulto, e curiosamente mostra la stessa durata della vecchiaia,
che descrive una decrescita. E, sempre giocando sul significato delle parole,
il tempo per saper vivere dura esattamente quanto quello che è necessario per
saper morire.
Che, in un momento storico in cui si sentono venti di guerra, vengano dimenticati i vecchi è un peccato, poiché è certo che non vorrebbero rivedere la guerra, ma dedicarsi a descriverne la brutalità e a urlare che essa nega la dimensione umana.
Vittorino Andreoli, Brevi lezioni di resistenza. Per vivere nel nuovo mondo, (pagine 144, euro 15,50).
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