rimasto
di quel progetto?
Dove e come
la scuola
dell’inclusione
disegnata dalla
Costituzione è ancora vitale?
-di Anna Granata
Io direi che il progetto
sopravvive: userei questa parola. Sopravvive quasi come un atto di resistenza.
Anzi, sono convinta che se la democrazia in Italia tiene è perché abbiamo
ancora una scuola così, che è presidio di accoglienza dell’altro e di educazione
all’incontro con l’altro. Il punto è che noi abbiamo un patrimonio pedagogico
di tutto rispetto, a cui il mondo guarda, abbiamo sperimentazioni ottime e che
in certi contesti sopravvivono… ma non c’è stata quasi mai la volontà politica
di portarle a sistema. In alcuni casi è avvenuto, per esempio con il tempo
pieno che a Torino è stato presto “copiato” anche dalle scuole “bene” del
centro o agli anni incredibili del maestro Manzi, ma poi si sono fatti dei
passi indietro.
Non è mai troppo tardi,
del maestro Alberto Manzi, tra il 1960 e il 1968 istruisce a distanza migliaia
di adulti analfabeti: questo lo sappiamo tutti. I numeri sono incredibili:
circa 1 milione e mezzo di adulti, dopo aver seguito la trasmissione, ha
conseguito la licenza elementare. Forse chi non c’era non sa – io non lo
sapevo – che accanto a lui c’erano 2mila maestri mandati dallo Stato nei
territori: seguivano la trasmissione e accompagnavano gli studenti in quelli
che si chiamavano “Pat – Posti di Ascolto Telescuola”, istituiti dal ministero,
collocati capillarmente nel Paese nelle sedi di associazioni, parrocchie,
sindacati. Questi maestri facevano da tutor e il grandissimo successo di Non
è mai troppo tardi non ci sarebbe stato senza di loro. Nel 1992 il
maestro Manzi venne richiamato per fare Impariamo insieme, una
trasmissione rivolta ai cittadini stranieri arrivati in Italia in quegli anni.
La trasmissione va in onda alle 13: «Un orario assurdo», commenterà poi Manzi,
perché a quell’ora gli extracomunitari non stavano certo davanti alla tv. Cosa
ci dice questa storia?
Questa storia è molto
interessante perché fa capire come quando c’è stata la volontà politica di
alfabetizzare gli italiani, per mesi la Rai si è mobilitata per trovare il
genio creativo al servizio dell’inclusione. Manzi era un genio, ma sapeva che
aveva bisogno di altre risorse, i maestri sui territori: li ha chiesti e gli
sono stati dati. Lì c’è stato un investimento economico enorme del Paese su un
progetto di scuola inclusiva. Quando anni dopo si è tentata una nuova
operazione per alfabetizzare gli immigrati, non c’è stato lo stesso
investimento nei territori né lo stesso investimento economico. Ma se la storia
la conosciamo per come è andata, davvero possiamo dire che la scuola inclusiva
in questo secondo caso ha fallito? O banalmente ha fallito perché non ci si è
investito? Come si può pensare di fare una scuola creativa, inclusiva, aperta a
tutti ma anche ad ognuno, che si trovi la via della personalizzazione per
valorizzare i diversi ritmi dell’apprendimento e le diverse intelligenze… senza
un investimento? Anche oggi vedo un po’ la stessa dinamica. La scuola inclusiva
è sotto attacco da più parti, ma mi viene da dire che forse questa scuola dove
si incontra l’altro, dove lo si rispetta e dove in fondo ci si educa alla pace
è una scuola scomoda, che fa paura e che dà fastidio.
Però anche molti
insegnanti sono inclusio-scettici, per
dirla con le parole della ricerca di Dario Ianes…
È vero, scettici sono
anche una parte degli insegnanti: i dati lo dicono. Io ho molto rispetto di
tanti insegnanti che sono demoralizzati e penso lo siano perché si trovano in
aula da soli: si è voluto questo negli ultimi anni, non c’è più la compresenza,
non c’è più la cooperazione. Insegnare invece è un mestiere cooperativo, che si
fa collettivamente. Noi adesso abbiamo di fronte una grandissima opportunità:
davanti al calo demografico, mantenendo lo stesso numero di insegnanti, avremmo
la possibilità di ridurre il numero di studenti per classi. Ci sarebbero così
dei piccoli gruppi da gestire in maniera flessibile, anche superando la rigida
distinzione per età che non sempre è la cosa migliore per i ritmi
dell’apprendimento, da seguire in compresenza, dove i docenti possano fare una
didattica laboratoriale, più adatta alle nuove generazioni, che i contenuti li
trovano ovunque con l’intelligenza artificiale.
Chi attacca la scuola
inclusiva, lo fa affermando che è impossibile far convivere sotto lo stesso
tetto studenti così diversi. Il punto, dice lei, è proprio cambiare il tetto.
È questo che la storia
dell’inclusione ci insegna: il tetto è la cosa da rivedere. Cambiare il tetto,
cambiare la didattica, cambiare la scuola. È quello che è successo a Torino con
il tempo pieno, un esempio molto significativo di questo movimento di cambiamento
della scuola dal basso, bottom up, che caratterizza la nostra
scuola. Noi adesso sentiamo che in Germania vogliono smantellare le poche
scuole inclusive che hanno, ma lì il cambiamento era arrivato dall’alto perché
l’Onu nel 2006 ha chiesto di promuovere l’inclusione: da noi non è andata così,
da noi l’inclusione degli alunni con disabilità è partita dalle madri dei
bambini, dai presidi. E la riforma che nasce dal basso è molto più potente di
quella che viene calata dall’alto. Lo stesso possiamo dire per l’accoglienza
dei migranti. Abbiamo questa storia bellissima di scuole torinesi che si sono
trovati con le classi sovraffollate a seguito dell’immigrazione dal Sud Italia,
in particolare a Mirafiori. I docenti erano totalmente impreparati ad
accogliere bambini che ai loro occhi parlavano un’altra lingua, che a volte non
erano mai stati a scuola. Una situazione veramente molto sfidante. Inizialmente
hanno reagito provando a fare delle classi ghetto, oppure ignorando questi
studenti. Poi hanno avuto un “lampo di genio collettivo” e hanno cominciano a
“cambiare il tetto”: hanno allungato il tempo-scuola, riempiendo quel tempo –
che poi diventerà il tempo pieno – di attività diverse, portando i bambini
fuori. Abbiamo esempi di outdoor education e le prime uscite
didattiche, tutte attività che prima non esistevano. Quel metodo viene poi
guardato con interesse anche dalle scuole del centro di Torino, in particolare
dalla scuola D’Azeglio, frequentata dall’élite torinese. Tutto questo ha portato
nel 1971 alla riforma del tempo pieno.
Inclusione ed eccellenza che vanno di pari passo e che nascono non da “eroi solitari” ma da intere comunità di insegnanti che cooperano e sperimentano insieme: è il tema che torna per tutto il libro. È questo il punto? La scuola inclusiva è quella che esprime la massima qualità formativa?
Esattamente. L’inclusione
è sfidante, complessa, difficile. Non voglio in alcun modo dire che sia facile
perché non lo è. Ma io vorrei dire agli insegnanti che mi leggeranno che è
proprio in quel solco che noi abbiamo tirato fuori dei metodi educativi eccellenti,
guardati da tutto il mondo. Le classi patinate che a volte facciamo, costruite
ad hoc con bambini che si presume essere simili fra loro, classi che sono un
artificio… non smuovono le competenze degli insegnanti, non fanno nascere nulla
di nuovo. L’innovazione che diventa eccellenza nasce invece nei contesti di
sfida. Nella storia della nostra scuola è sempre stato così.
Agli insegnanti di
domani, lei cosa si sente di dire?
Ai miei studenti dico
“andate a cercare dei luoghi che sono apparentemente marginali. Andate nelle
periferie. Andate lì a fare tirocinio, nei contesti più sfidanti. Non abbiate
paura”. Spesso fra l’altro questi contesti sono anche i più accoglienti per i
giovani futuri insegnanti, che qui non vengono visti come un’intrusione
esterna. In questi luoghi noi vediamo anche oggi un gran fermento, sia sul
fronte dell’articolo 34 della Costituzione, che parla di una scuola aperta a
tutti, sia dell’articolo 33, che parla della libertà di insegnamento.
Nella foto di apertura,
l’avvio dell’anno scolastico alla Scuola Scandellara, istituto comprensivo 7
quartiere San Donato-San Vitale, a Bologna, che ha riaperto il 31 agosto 2026
nell’ambito di un progetto regionale. Foto di Alessandro Ruggeri / LaPresse. La
foto di Anna Granata è stata inviata dall’intervistata
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