Le due facce dell'essere soli.
-di Luigi Ciotti
La
solitudine ha due facce, come una moneta. E come una moneta può rappresentare
una ricompensa che si riceve o un prezzo che si deve pagare, a volte anche
molto salato. Personalmente ho incontrato il volto benigno della solitudine
diverse volte e in diversi luoghi, uno però in particolare: la montagna che
tanto amo. Lassù sulle cime ho scoperto la gioia di sentirmi solo ma non
isolato, anzi in una speciale forma di connessione col mondo. Ecco la
solitudine come ricchezza da custodire!
In montagna spesso
saliamo per scendere dentro noi stessi, nei nostri abissi, nelle nostre
emozioni, insomma imbastire quel dialogo interiore che può avvenire soltanto
nella solitudine, perché ha bisogno di risuonare in uno spazio depurato da ogni
chiacchiera o rumore di sottofondo. Le giornate frenetiche, affollate di
impegni e incontri, sono la norma per tanti di noi.
Eppure, tutti, credo,
desideriamo dei momenti di pausa per risintonizzarci su quella frequenza
sommessa che è il battito del nostro cuore Eppure tutti, credo, desideriamo dei
momenti di pausa per risintonizzarci su quella frequenza sommessa che è il
battito del nostro cuore, il ronzio dei nostri pensieri. Dobbiamo avere cura di
questi momenti, e non cedere al “sequestro della solitudine” oggi causato dai
dispositivi digitali, il cui uso ininterrotto non produce vera relazione, ma
solo grande distrazione. Il ritrovarsi a tu per tu con sé stessi è un bisogno
primario: coltiviamo la solitudine feconda che serve a rigenerarci, a
riflettere e anche rivelarci che ciascuno di noi non è altro che un piccolo e
fragile essere umano, chiamato a scegliere passo passo, con fatica, il cammino
da percorrere.
Causa e conseguenza di
malessere
L’altro volto della
solitudine, quello doloroso, è l’isolamento: con i suoi costi altissimi in
termini sia personali, sia sociali. Parliamo qui di una solitudine non cercata,
ma subita. Lo sfilacciarsi dei legami affettivi, la difficoltà a entrare in dialogo
con gli altri, il senso di invisibilità e di abbandono. Chi lavora con le
persone in difficoltà lo sa bene: la solitudine è un fattore determinante nelle
situazioni di disagio. Posso essere molto povero o affrontare un grave problema
di salute, subire un trauma, un lutto, un reato: se ho qualcuno intorno che mi
fa da spalla è più facile che riesca a sollevarmi, a restare agganciato alla
vita. Se invece sono totalmente solo, il pericolo è scivolare lungo una china
sempre più drammatica.
La solitudine può essere
causa o conseguenza del malessere, e spesso è entrambe le cose insieme. Si sta
male perché non ci si sente “visti”, ascoltati o compresi dal mondo esterno, e
allora si cade in comportamenti a rischio: dai disturbi alimentari all’uso di droghe, dalle relazioni
abusanti al ritiro sociale. Quando poi ci si ritrova, feriti ed
esausti, a desiderare l’aiuto di qualcuno, a volte si scopre di avere il vuoto
attorno. Perché, magari senza accorgercene, con la nostra sofferenza abbiamo
fatto soffrire altre persone, che pur volendoci bene si sono allontanate da
noi. Per fortuna esiste chi, per professione ma soprattutto tensione morale, sa
che nessuno può essere lasciato indietro. Ecco allora che dove si spezzano i
legami personali intervengono, o dovrebbero intervenire, i servizi sociali pubblici e privati.
Esistono schiere di
operatori e operatrici che ogni giorno, con generosità e tenacia, affiancano le
persone più sofferenti ed emarginate, affrontando i loro problemi ma anche un
enorme paradosso. Sulla solitudine di chi sta male si innesta infatti molte volte
la solitudine di chi prova a tendergli una mano. La rete dei servizi, per
mancanza di risorse e carenze organizzative diffuse, ha troppi strappi. Si
dovrebbe intervenire in modo coordinato, circondando chi ha bisogno di tutte le
competenze e le opportunità necessarie per rimettersi in piedi, però spesso non
è possibile. Così ci si accontenta di mettere una pezza su un problema singolo,
mentre la persona rimane sola e disorientata ad affrontarne tantissimi altri.
Fatichiamo insomma ad abbracciarla tutta intera, questa persona che soffre, per
farla sentire parte di una comunità della cura!
Uscire dalla
solitudine
Senza voler idealizzare
il passato, devo ammettere che questo nostro tempo sembra caratterizzato da
una pandemia della solitudine come malattia che si
cronicizza e secca le vene della società. La rende più povera, più debole, più
sfibrata.
Provo allora a ricordare
cosa mi ha fatto stare meglio, nelle occasioni in cui io stesso mi sono sentito
solo, in senso negativo. Quando, ad esempio, ho affrontato certe incomprensioni
dentro la mia Chiesa, oppure ho percepito la sordità della politica su temi che
mi sembravano cruciali, e sui quali nessuna voce gridava. Ne sono uscito
rendendomi conto che l’isolamento era solo apparente: nella realtà molti amici,
con discrezione, mi stavano offrendo il loro appoggio, e altre voci, con
accenti diversi dal mio, stavano comunque tentando di esprimere lo stesso
messaggio, la stessa richiesta di giustizia. Accettare di avanzare insieme, pur
nelle differenze, ha significato sentirci tutti più forti.
Mentre la solitudine è
dialogo intimo, quindi una forma di relazione con la vita, l’isolamento diventa
un monologo, una fuga o un senso di espulsione dalla vita. Non si è mai soli
davvero, se si ha il coraggio di aprirsi alla solitudine degli altri! Il coraggio
di vedere che nessuno di noi basta a sé stesso, ma tutti abbiamo bisogno di un
cenno di amicizia, di consolazione e di fiducia.
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