Io sono quello che gli altri mi hanno riconosciuto”.
Quando una presenza può cambiare una vita
Il filosofo Umberto
Galimberti ci spiega come un bambino impara chi è attraverso gli sguardi, le
parole e le relazioni...
Siamo abituati a pensare
che tutto cominci da noi. Prima ci siamo noi, con il nostro carattere, le
nostre scelte, la nostra identità. Poi arrivano gli altri, è quasi naturale
pensarlo. Eppure Galimberti rovescia questa certezza: “L’uno nasce dal due,
l’uno non precede il due, è il contrario.” Quindi se il due viene
prima dell’uno allora noi non siamo il punto di partenza.
Prima di sapere chi
siamo, siamo già dentro un legame. Galimberti porta questa
riflessione fino all’origine della vita: “Noi nasciamo dal corpo di una
donna che quando è incinta è due: la relazione viene prima dell’identità.”
Prima ancora di poter
pronunciare “io”, dunque, esiste un “noi”. Ed è quel “noi” che non scompare con
la nascita.
Un bambino viene al mondo
affidato a qualcuno. Ha bisogno di uno sguardo, di una voce, di una presenza.
Ha bisogno di qualcuno che lo guardi e, attraverso quella relazione, gli
restituisca lentamente un’immagine di sé.
“Infatti i bambini
possono crescere solo in base alla relazione con i loro genitori, al
riconoscimento. Io sono quello che gli altri mi hanno riconosciuto.”
È difficile leggere
queste parole senza fermarsi. Perché se l’identità nasce anche nello sguardo
degli altri, allora nessuno diventa completamente se stesso da solo.
Ci sono gli incontri, le
parole, gli sguardi e le persone attraverso le quali, nel tempo, impariamo a
riconoscerci. Ed è proprio per questo che Galimberti afferma: “Non è
interessante come nasce un bambino ma come cresce. I bambini sono figli
dell’educazione.”
Dunque, per Galimberti,
non basta nascere. Bisogna crescere dentro le relazioni, dentro quel lento e
misterioso processo attraverso cui una persona comincia a diventare se stessa.
Ed educare, allora, non
significa soltanto trasmettere conoscenze. Significa entrare nella vita di un
altro essere umano quando ancora molte cose di lui devono prendere forma.
Una parola può restare
per anni. Uno sguardo può diventare una certezza. Un giudizio può trasformarsi
in una ferita. Un incontro può cambiare la direzione di una vita.
E poi c’è l'amore. La
relazione nella sua forma più vertiginosa. Quella in cui
l’io, così abituato a sentirsi padrone di sé, scopre improvvisamente di non
bastare più a spiegare ciò che gli accade.
Galimberti parla di
follia d’amore. Ricorda anche l’origine della parola “entusiasmo”, dal greco enthusiasmós:
il dio che smania dentro di te. Non è un caso che quando siamo innamorati
diciamo: mi fai perdere la testa, mi fai impazzire. L’altro ci porta fuori
dalla nostra misura.
E proprio lì può accadere
qualcosa. “L’amore è sì inquietante ma anche profondamente generativo:
quando l’io si è immerso nella propria follia, appunto grazie all’altro,
riemerge rigenerato.”
C’è un paradosso
bellissimo in queste parole: per ritrovare noi stessi, a volte dobbiamo
perderci nell’altro. L’altro non ci completa semplicemente, ma ci modifica; ci
costringe a guardarci da un punto di vista che prima non avevamo.
Ed è proprio questo che
significa mettere il due prima dell’uno: non diventiamo noi stessi nonostante
gli altri, ma anche attraverso gli altri.
La famiglia, gli amici,
gli insegnanti, gli amori, tutte le persone che abbiamo incontrato non sono
passate semplicemente nella nostra vita. Sono rimaste dentro di noi.
E allora, se “l’uno nasce
dal due”, nessuno diventa se stesso completamente da solo.
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