Ieri tutti abbiamo alzato gli occhi al cielo per vedere il disco nero della Luna sovrapporsi a quello luminoso del Sole ed eclissarlo. Un'ora, poi tutto è finito: i raggi non hanno più trovato ostacoli e oggi il Sole splende esattamente come prima, indifferente all'emozione di chi ha viaggiato, fotografato, filmato e postato il grande fenomeno celeste.
-di Vito Mancuso
Eclissi di Dio è il titolo di un libro che il filosofo Martin Buber pubblicò nel 1952. La metafora è
potente perché contiene una differenza essenziale rispetto alla celebre
affermazione di Nietzsche sulla "morte di Dio". Ciò che muore non è più; ciò che si
eclissa invece continua a esistere, anche se non più visibile per un po'. Noi
torneremo a rivedere il Dio al momento eclissato, nascosto dal disco nero non
della Luna ma della Storia? Oppure non più, perché Dio non è temporaneamente
eclissato bensì definitivamente morto?
L'immagine del Sole per
parlare di Dio è antichissima, né poteva essere altrimenti. Prima che la fisica
spiegasse la natura di quella sfera incandescente e la sua distanza da noi, gli
esseri umani avevano compreso una cosa ben più elementare e decisiva: senza il
Sole non c'è vita. Dal Sole vengono la luce e il calore, grazie al Sole
crescono le piante e maturano i frutti, si alimentano gli ecosistemi ed è
possibile la nostra stessa esistenza. Era naturale quindi che proprio il Sole
diventasse una delle più potenti immagini del divino. Lo fu in modo eminente
nell'antico Egitto, dove ben tre divinità rappresentavano il
Sole: Khepri allo stato nascente dell'alba, Ra nel pieno splendore del
meriggio, Atum al tramonto. Il medesimo fenomeno richiedeva ben tre nomi per
esprimere tutta la forza simbolica di una luce che nasce, raggiunge il pieno
fulgore, infine muore per poi rinascere. L'identificazione tra divinità e luce
solare attraversa gran parte della storia religiosa dell'umanità: per Platone il Sole e la Luna sono «Dei visibili»,
la Bibbia afferma che Dio «si avvolge di luce come di un
manto», il cristianesimo definisce Cristo «luce del mondo» e nel Credo descrive
il suo rapporto col Padre in termini di «luce da luce».
La luce solare è forse la
più pura metafora della trascendenza perché illumina le cose senza presentarsi
a noi come una cosa. Consente di vedere, ma, quando è troppo intensa, non può
essere guardata direttamente. È presenza e insieme distanza, illumina ma anche
acceca, rivela ma anche nasconde, scalda ma anche brucia, esattamente secondo
la dinamica di "mysterium fascinans" e insieme "tremendum"
che contrassegna la fenomenologia del divino: qualcosa di amabile e al contempo
di spaventoso.
Per gli antichi
un'eclissi poteva rappresentare davvero qualcosa di spaventoso perché per loro
il Sole era una manifestazione del divino e quindi il suo oscurarsi annunciava
un'incrinatura nell'ordine del mondo, per esempio la morte di un sovrano, una
guerra, una carestia. Nessuno di noi invece ieri ha avuto paura. Tutti sapevamo
perfettamente cosa stava accadendo e quando e perché, e per questo abbiamo
trasformato anche questo fenomeno in ciò in cui la nostra società sembra
trasformare ormai tutto: in uno spettacolo. A milioni ci siamo spostati nei
luoghi più idonei per vederlo, moltissimi hanno acquistato gli occhiali adatti,
preparato i telefonini, cercato l'inquadratura più suggestiva. L'eclissi è
diventata un evento da non perdere e, soprattutto, da mostrare agli altri di
non aver perso. Nulla di male naturalmente, c'è anzi qualcosa di bello nel
fatto che per una volta milioni di esseri umani abbiano alzato insieme gli
occhi verso il cielo come ai vecchi tempi, e non più in basso sui telefonini.
Eppure, mentre guardavamo l'eclissi del Sole, avremmo potuto pensare a
quell'altra eclissi di cui parlava Buber, perché l'eclissi astronomica è
passata, quella spirituale no. Il Sole è tornato a splendere, Dio invece
continua a rimanere oscurato per buona parte della coscienza occidentale. È un
bene o un male? Di certo è un fatto storico: il termine "Dio", che
per millenni ha indicato il punto più alto verso cui tendere il cuore umano,
per molti oggi non indica più nulla, se non un incomprensibile passato remoto.
Sei anni prima di Buber, Heidegger descriveva il nostro tempo come una notte:
«Il tempo della notte del mondo è il tempo della povertà perché diviene sempre
più povero; è già diventato tanto povero da non poter riconoscere la mancanza
di Dio come mancanza». Anche l'uomo folle di Nietzsche annunciando la morte di Dio,
ben lungi dal festeggiare, ammoniva i presenti così: «Che mai facemmo a
sciogliere questa terra dalla catena del suo sole? Dov'è che si muove ora?
Dov'è che ci muoviamo noi? Via da tutti i soli?».
La morte o l'eclissi di
Dio non riguarda solo il clero e i credenti; anzi, si può dire che essa non li
riguardi affatto perché per loro Dio è sempre vivo e splendente; riguarda
piuttosto l'insieme di questo nostro mondo che non ha più un fondamento solido
a cui ancorare la coscienza. E aggiungeva Heidegger: «L'epoca a cui manca il
fondamento pende nell'abisso». Noi pendiamo nell'abisso. Abbiamo problemi
enormi: l'emergenza climatica, le migrazioni, le guerre e il riarmo,
la crisi del diritto internazionale, l'imperversare dell'Ai senza controlli
etici e giuridici adeguati. In base a quale fondamento comune poterli
affrontare? La scomparsa di Dio dalla coscienza occidentale pone quindi una
questione che è non solo religiosa, ma è anche politica: può una società vivere
senza qualcosa che trascenda gli interessi individuali e costituisca un
orizzonte condiviso? E quale può essere oggi questo orizzonte? Buber scelse la
parola "eclissi" e non "tramonto" o "morte"
perché conservava una speranza. C'è quindi una domanda che il fenomeno di ieri
fa nascere in noi: cosa si è frapposto tra noi e l'idea di Dio? I nostri occhi
hanno finalmente iniziato a vedere meglio, o sono peggiorati e non riescono più
a distinguere la vera luce? Stiamo camminando in avanti o indietro? Tutta
questa potenza tecnologica ci fa essere più umani, oppure pericolosamente
meno?
Dell'eclissi del Sole
conoscevamo in anticipo persino il minuto in cui sarebbe terminata ed è
terminata.
Nessuno invece sa dire se
e quando finirà l'eclissi di Dio. E se con essa non vi sarà anche l'eclissi
dell'uomo.
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