ESSERE
SACRA
UNA GUERRA?
E' un dato storico il fatto che, di frequente, le guerre sfocino
in un esito non previsto da coloro che le hanno scatenate.
La constatazione conferma che il detto secondo cui
la storia è maestra di vita è da intendersi
soprattutto come un invito poco ascoltato.
- di Pietro Stefani
Un
aspetto significativo al riguardo è costituito dalla durata. Se si fosse saputo
che le azioni intraprese si sarebbero prolungate per un tempo molto superiore
al previsto, forse non si sarebbe dato corso alle ostilità.
Sorge una domanda:
il presidente della Federazione russa Vladimir Putin avrebbe,
nel febbraio del 2022, intrapreso l’«operazione miliare speciale» se avesse
preventivato che nel luglio di 4 anni dopo gli esiti della guerra sarebbero
stati ancora avvolti nell’incertezza? E Cirillo, il patriarca di Mosca e di tutte le Russie, avrebbe
santificato l’«operazione» se fosse stato a conoscenza della quantità
elevatissima di vittime (mai ufficialmente comunicata) presenti fra le file dei
soldati russi?
Come ha attestato
l’«inutile strage» della Prima guerra mondiale, quando il numero dei caduti supera
una certa soglia, la loro sacralizzazione e il loro martirio sono obbligati ad
assumere un carattere secolare. Allora si viene costretti a trovare un
significato al fatto che una massa enorme di uomini sia stata massacrata
inutilmente. (1)
Sul piano memoriale uno
dei modi per farlo è di sacralizzare, in chiave mondano-patriottica, i caduti.
A Roma, l’Altare della patria contiene, dal 4 novembre 1921, le
spoglie del «milite ignoto». Il suo valore simbolico di rappresentare tutta la
moltitudine degli altri caduti è indissolubilmente legato alla mancanza di un
nome proprio.
Il rilievo misura, di per
sé, la distanza dai processi propri della santificazione religiosa; anche
quando non si conoscono i nomi dei santi, non è stata quella privazione a
diventare condizione necessaria per la loro canonizzazione. I bimbi trucidati
al posto di Gesù sono chiamati «innocenti», non «ignoti». Nei memoriali di
guerra gli spazi dichiaratamente religiosi non rappresentano mai l’aspetto
fondamentale.
Nel Sacrario militare di
Redipuglia (inaugurato nel 1938), la cappella (ora chiesa) costituisce un aspetto collaterale. Il cuore
dell’immensa area (oltre 100 ettari) è costituito, infatti, dalla tomba
di Emanuele Filiberto di Savoia-Aosta, soprannominato il duca
invitto. Le spoglie di oltre 100.000 uomini (e di una sola donna) morti in tre
anni e mezzo di guerra eccedono i confini del sacro inteso in senso
proprio.
Nel settembre del 2022
il patriarca Cirillo indirizzava ai soldati russi queste
parole: «Vai coraggiosamente a compiere il tuo dovere militare. E ricorda che
se muori per il tuo paese, sarai con Dio nel suo regno, gloria e vita
eterna». (2)
In quel frangente la
sacralizzazione della morte era ancora formulata in base a parametri religiosi.
In epoca più recente dai media occidentali non sono state registrate
dichiarazioni dello stesso tenore (o almeno le notizie non sono state date con
pari enfasi). Pure la retorica sacralizzante sembra avere dei limiti. Tuttavia
nell’ambito ortodosso, tanto legato alla tradizione, già nel 2022 si sarebbero
potuti (o meglio dovuti) trovare motivi per respingere ogni forma di
sacralizzazione religiosa di coloro che in guerra sono stati uccisi perché
prima erano disposti a uccidere.
L’ortodossia nell’Impero bizantino
Occorre andare indietro
di oltre un millennio, ma nel mondo ortodosso ciò non costituisce un problema.
Il personaggio che ci interessa è l’imperatore Niceforo II Foca (912-969). Uomo di guerra
di famiglia aristocratica cappadoce, Niceforo fu uno dei più prestigiosi
generali dell’Impero bizantino. Nel 963 riuscì a ottenere il titolo di basileus
e a sposare Teofano, vedova del precedente imperatore Romano II.
Le sue costanti campagne
militari furono contraddistinte da molte vittorie ma anche da un certo numero
di sconfitte. È dato certo che esse costarono all’erario somme assai ingenti.
Il fatto indusse l’imperatore ad attuare una politica fiscale opprimente che
gli alienò il consenso della popolazione. Abbandonato anche dalla moglie,
morì assassinato nella sua camera da letto.
Nella sua lotta, per lo
più vittoriosa, contro i musulmani, Niceforo arrivò a chiedere al patriarca
Polieucte di proclamare martiri i soldati caduti in guerra. La risposta fu però
negativa: «Come si potrebbero considerare martiri, o uguali ai martiri, coloro
che hanno ucciso o che sono stati uccisi in guerra, se i santi canoni li
obbligano alla penitenza e li tengono per tre anni lontani dalla santa e
venerabile comunione?». (3)
Il patriarca non
condannava la guerra, ne respingeva la sacralizzazione rifiutando di vederla,
in se stessa, occasione per dischiudere ai caduti le porte del cielo.
In Occidente, già verso
lo scadere dell’Alto medioevo le cose stavano diversamente. Al pontificato di
Sergio IV (1009-1012) è attribuita una lettera dall’autenticità assai dubbia.
Se risalisse effettivamente ai primi del XI secolo sarebbe da collegare alla devastazione del santo Sepolcro compiuta dal califfo fatimide al-Hakim (18 ottobre 1009); se, come
è assai più probabile, è un falso risalirebbe alla curia romana all’epoca della
propaganda della Prima crociata, indetta nel concilio di Clermont del
1095.
Allora essi non
ricevettero il battesimo, ma dopo la vittoria giunsero all’onore dell’Impero
romano e ricevettero il perdono [indulgentiam] dei loro peccati. E se noi
agiremo allo stesso modo, otterremo senza alcun dubbio la vita
eterna». (4)
L’idea di guerra nel
cristianesimo antico
Il perdono dei peccati
per chi muore in guerra non fu il solo premio promesso. Almeno all’epoca delle
crociate, per coloro che combattevano fu promessa una ricompensa che
congiungeva l’aldilà all’aldiquà.
Mentre le truppe
stazionavano davanti ad Antiochia, nell’inverno 1097-1098 fu spedita una
lettera attribuita a uno dei capi crociati: «La Chiesa nostra madre spirituale grida: “Venite, miei
benamati figli, venite a me, levate via la corona dai figli dell’idolatria
(idolatriae filii) che si sono sollevati contro di me. Questa corona è
destinata a voi fin dall’inizio del mondo (cf. Mt 25,34)” […] Venite quindi:
affrettatevi a ricevere la doppia ricompensa, cioè “la terra dei viventi” (cf.
Sal 26,13; Is 38,11; Ger 11,19; Ez 26,20, ecc.) e “la terra in cui scorre latte
e miele” (Es 3,8.17; Nm 13,27) e che abbonda di ogni bene». (5)
In base al fatto che il
paradiso è assicurato a chi è stato ucciso dopo aver ucciso, ci si è chiesti se
sulla sacralizzazione cristiano-occidentale della guerra abbia influito l’idea
del jihad islamico. Non lo si può escludere; tuttavia le cause
sembrano soprattutto altre. Accanto a indubbie somiglianze, vanno infatti
registrate alcune fondamentali differenze; tra queste ultime vi è la
constatazione che il jihad è direttamente collegato alla predicazione coranica
(cf., in particolare, Sura 9,1-29), mentre in ambito cristiano vi fu bisogno di
un lungo processo storico di risacralizzazione della guerra. Soprattutto le
società semitiche non conoscono la tripartizione oratores, bellatores,
laboratores fondamentale nel mondo cristiano: «triplice è dunque la casa di
Dio. Unica essa è solo davanti alla fede, ché pregano gli uni, combattono
altri, altri infine faticano». (6)
Non a caso, fin
dall’epoca carolingia il riferimento alla scena in cui Mosè prega e Giosuè
combatte contro Amalèk (cf. Es 17,8-16) divenne un vero e proprio topos. Nella
lettera indirizzata da Carlo Magno a papa Leone III in occasione dell’elezione
di quest’ultimo si legge: «A noi spetta, secondo l’aiuto della divina
misericordia, difendere con le armi ovunque, all’esterno, la santa Chiesa di Cristo dall’incursione dei pagani e dalla
devastazione degli infedeli, e all’interno fortificarla con il riconoscimento
della fede cattolica. A voi invece, padre santissimo, spetta alzare – come Mosè
– le mani a Dio per aiutare la nostra milizia, cosicché, con la vostra
intercessione e grazie alla guida e alla concessione di Dio, il popolo
cristiano riporti sempre e ovunque vittoria sui nemici del suo santo nome, e il
nome del Signore nostro Gesù Cristo sia glorificato nel mondo intero».
(7)
1 Cf. E. Canetti, Potere
e sopravvivenza, Adelphi, Milano 1974, 24.
2 Testo riportato in un
tweet dal media indipendente bielorusso Nexta il 23.9.2022. Cf. anche
Regno-att. 18,2022,557.
3 Cit. in J. Flori, La
guerra santa. La formazione dell’idea di crociata nell’Occidente cristiano, Il
Mulino, Bologna 2003, 141.
4 Cit. in ivi, 328.
5 Cit. in K. Allen Smith, The Bible and Crusade
Narrative in the Twelfth Century, The Boydell Press, Woodbridge 2020,
112s.
6 Adalberone Di Laon,
«Carmen ad Robertum Regem [attorno al 1030]», in M.L. Picascia, La società
trinitaria: un’immagine medievale, Zanichelli, Bologna 1980. Per il testo
integrale, cf. https://osiris.df.unipi.it/~rossi/Ascelin_carmen_bilingue.pdf
7 Carlo Magno, Lettere,
trad. it. di D. Tessore, Città Nuova, Roma 2001, lettera IX.
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