CORRESPONSABILITA' EDUCATIVA
Un tredicenne accoltella
la propria insegnante. Un fatto grave che interroga la capacità del mondo
adulto di educare e dare il buon esempio
-di MARGHERITA
SIBERNA BENAGLIA*
La drammatica vicenda del
tredicenne che alcuni mesi fa ha accoltellato la propria insegnante ha
profondamente colpito l’opinione pubblica. Un fatto grave, che ha suscitato
sgomento e interrogativi. Ma sarebbe un errore considerarlo un episodio
isolato. Con modalità e gravità diverse, eventi che raccontano il disagio delle
relazioni educative, la perdita di fiducia negli adulti e l’incapacità di
gestire conflitti e frustrazioni si susseguono ormai con una frequenza
preoccupante. Aggressioni a docenti, episodi di violenza tra coetanei, atti di
bullismo, minacce e comportamenti sempre più estremi sono purtroppo entrati
nella cronaca quotidiana del nostro Paese.
Come Agesc, Associazione
Genitori Scuole Cattoliche, siamo da sempre convinti che l’educazione sia
un’opera comunitaria. La famiglia è il primo e principale soggetto educativo,
ma nessuna famiglia può essere lasciata sola. Allo stesso modo, nessuna scuola
e nessun docente possono essere lasciati soli di fronte alle sfide educative
del nostro tempo. La corresponsabilità educativa non è uno slogan: è una
necessità.
Colpiscono, nelle parole
attribuite al ragazzo, il senso di isolamento, la percezione di essere vittima
di adulti che non lo comprendono e non si prendono cura di lui. Al di là della
fondatezza di tali convinzioni, emerge un dato che non si può ignorare: quando
viene meno la fiducia negli adulti e nelle istituzioni educative, il giovane
rischia di chiudersi in una lettura distorta della realtà, nella quale il
conflitto non trova più mediazione e l’altro non è più una persona con cui
dialogare, ma un ostacolo da eliminare.
Per questo oggi è
fondamentale ricostruire la fiducia. Fiducia nella famiglia, nella scuola,
nelle istituzioni, nella capacità degli adulti di accompagnare e orientare. Una
società che delegittima costantemente ogni figura educativa finisce per
lasciare i più giovani senza punti di riferimento credibili. L’autorevolezza
non nasce dall’imposizione, ma dalla coerenza, dalla vicinanza e dalla capacità
di costruire relazioni significative. I ragazzi hanno bisogno di adulti
presenti, capaci di ascoltare, ma anche di indicare una direzione.
Accanto alla fiducia,
occorre recuperare il senso del limite e della legalità. Viviamo in un contesto
culturale che spesso fatica a riconoscere il valore delle regole come strumento
di libertà e di convivenza. Eppure educare significa anche aiutare a comprendere
che non tutto ciò che si desidera è legittimo, che il
conflitto non giustifica mai la violenza e che la
dignità dell’altro rappresenta un confine invalicabile.
La legalità non è soltanto rispetto formale delle norme: è educazione alla responsabilità, al rispetto reciproco, alla consapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni. Questa sfida riguarda i giovani, ma anche gli adulti. Non possiamo chiedere ai ragazzi di riconoscere l’autorità delle regole se per primi offriamo modelli improntati all’aggressività, alla delegittimazione continua dell’avversario o all’idea che ogni limite sia un ostacolo da abbattere. L’educazione alla legalità inizia dalla testimonianza quotidiana.
Infine, questa vicenda
richiama con forza la necessità di una vera alleanza contro la solitudine
educativa. Troppo spesso genitori e docenti vivono le proprie responsabilità in
isolamento, talvolta persino in contrapposizione reciproca. Invece di costruire
ponti, si alzano muri; invece di collaborare, si cercano colpe. Ma quando
famiglia e scuola smettono di riconoscersi come alleati, i primi a pagarne il
prezzo sono proprio i ragazzi.
L’Agesc continua a
credere che la strada sia quella del dialogo, della corresponsabilità e della
comunità educante. Servono spazi di incontro autentico tra famiglie, insegnanti
e studenti; servono adulti capaci di fare rete; serve una società che torni a
considerare l’educazione non come una questione privata, ma come il più
importante investimento sul futuro.
Di fronte a fatti che ci
feriscono e ci interrogano, la risposta non può essere la rassegnazione. Deve
essere un rinnovato impegno educativo. Perché ogni ragazzo ha bisogno di
sentirsi accompagnato, ogni genitore ha bisogno di sentirsi sostenuto e ogni insegnante
ha diritto di non essere lasciato solo. Solo così sarà possibile ricostruire
quella fiducia senza la quale nessuna comunità educante può esistere.
*Vicepresidente Nazionale AGESC
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