venerdì 1 maggio 2026

RENZO e LUCIA

 


Perché continuare a leggere 

"I promessi sposi"

 nel biennio delle superiori?"


Non solo un romanzo storico, 

ma una storia viva

 che insegna a leggere

 la realtà con occhi critici


 -         di Samuele Pinna

Qualche giorno fa mi è arrivato un testo scolastico fresco di stampa su I promessi sposi, curato dall’amico Giovanni Fighera, che ricorda come «dalla riforma Gentile del 1923 sono solo due i testi della letteratura italiana che devono essere letti obbligatoriamente nel percorso degli studi delle superiori: la Divina Commedia I promessi sposi». 

Quest’ultimo «è l’unico capolavoro della modernità che tutti gli studenti d’Italia devono conoscere» (p. 38). 

Il suo impiego nei primi anni delle scuole superiori ha un intento formativo legato alle analisi narrative, rappresentando una tappa decisiva – e ciò avviene già dai primi decenni del Regno d’Italia – per la crescita e la diffusione della lingua italiana.


Il romanzo manzoniano chiede tempo, stratificazione, ritorni, restando un laboratorio insostituibile. E, proprio per questo, dovrebbe accompagnare gli studenti lungo l’intero percorso delle superiori, diventando una sorta di bussola narrativa e linguistica che permette di attraversare registri, stili, scelte lessicali che ancora oggi plasmano la nostra italica prosa.

Sul piano del romanzo storico, poi, I promessi sposi è un modello che non smette di interrogare. Manzoni non si limita a raccontare un’epoca: la scava, la problematizza, la mette in tensione con il presente. La peste, la giustizia, il potere, la paura collettiva, la fragilità delle istituzioni, l’affidamento a ciò che si percepisce presente ma non si può controllare con l’ausilio della tecnica (la Provvidenza): temi che gli studenti riconoscono immediatamente come attuali. Ma per coglierne la profondità è necessario il tempo, serve un dialogo costante tra storia, letteratura e vita, oltre alla concreta possibilità di tornare sui capitoli con occhi diversi, anno dopo anno.

Leggere Manzoni in profondità è un investimento culturale, perché significa offrire ai ragazzi un testo che cresce con loro, che si lascia scoprire progressivamente, che educa alla complessità dell’esistenza senza rinunciare alla limpidezza dei valori che contano davvero e che non invecchiano. Vuol dire, soprattutto, restituire alla scuola la sua missione più alta: non solo inseguire i programmi, ma formare lettori capaci di pensare, interpretare, riconoscere nella grande letteratura parole decisive per la propria crescita.

Un ruolo essenziale, in questo senso, spetta agli insegnanti, che non solo devono impegnarsi a spiegare la finezza dello stile manzoniano e della lingua italiana tout-court (oggi tanto bistratta ideologicamente), ma anche a far amare quei libri fondamentali per orientare l’esistenza. La critica spesso ripetuta è che, una volta conclusa la scuola dell’obbligo, questi testi vengano rifiutati o addirittura detestati: il compito è allora quello di far emergere anche il loro messaggio più recondito, capace – com’è – di raggiungere qualsiasi persona di ogni tempo. Il buon docente, oltre ai discorsi eruditi, dovrebbe condurre al cuore del “senso” racchiuso nell’opera manzoniana (come negli altri classici), senza piegarla a ideologie di parte né scadere nell’indottrinamento, ma mostrando il tesoro che si cela tra le righe.

Non esiste un’età per imparare ad ascoltare un messaggio capace di cambiare il modo di guardare la realtà e oggi è urgente tornare a letture “vere”, “necessarie”, realmente “profonde”, evitando quelle che propagandano un mondo irreale. I giovani hanno bisogno – anche a quattordici e quindici anni – di rileggere la propria interiorità, superando gli schemi imposti da certa “cultura” e difficili da respingere perché onnipresenti in qualsivoglia piattaforma educativa e presentati come “diritti di civiltà”. Anche ne I promessi sposi si parla all’uomo in quanto uomo (e non solo a quello dell’Ottocento) e si consegna un messaggio straordinario – che sintetizzo con l’ausilio del grande pedagogista Franco Nembrini –: la vita è davvero una promessa di bene. La parola manzoniana più adeguata sarebbe “verità”: «già il titolo stesso del romanzo – I promessi sposi – identifica, fotografa il desiderio dell’uomo, che ha dentro la parola “promessa” e la parola “sposi”, cioè quella forma di unità e di pace che è il rapporto tra l’uomo e la donna, il matrimonio, la forma forse più alta e più difficile di unità e di pace e di letizia» (Che c’è d’allegro in questo maledetto paese?, p. 60).

Non saranno, forse, proprio questi valori a non piacere più in una società confusa come l’attuale?

IL TIMONE

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