"I promessi sposi"
nel biennio delle superiori?"
Non solo un romanzo storico,
ma una storia viva
che insegna a leggere
la realtà con occhi critici
Qualche giorno fa mi è arrivato un testo scolastico fresco di stampa su I promessi sposi, curato dall’amico Giovanni Fighera, che ricorda come «dalla riforma Gentile del 1923 sono solo due i testi della letteratura italiana che devono essere letti obbligatoriamente nel percorso degli studi delle superiori: la Divina Commedia e I promessi sposi».
Quest’ultimo «è l’unico capolavoro della modernità che tutti gli studenti d’Italia devono conoscere» (p. 38).
Il suo impiego nei primi anni delle scuole superiori ha un intento
formativo legato alle analisi narrative, rappresentando una tappa decisiva – e
ciò avviene già dai primi decenni del Regno d’Italia – per la crescita e la
diffusione della lingua italiana.
Il romanzo manzoniano
chiede tempo, stratificazione, ritorni, restando un laboratorio insostituibile. E,
proprio per questo, dovrebbe accompagnare gli studenti lungo l’intero percorso
delle superiori, diventando una sorta di bussola narrativa e linguistica che
permette di attraversare registri, stili, scelte lessicali che ancora oggi
plasmano la nostra italica prosa.
Sul piano del romanzo
storico, poi, I promessi sposi è un modello che non smette di
interrogare. Manzoni non si limita a raccontare
un’epoca: la scava, la problematizza, la mette in tensione con il presente. La
peste, la giustizia, il potere, la paura collettiva, la fragilità delle
istituzioni, l’affidamento a ciò che si percepisce presente ma non si può
controllare con l’ausilio della tecnica (la Provvidenza): temi che gli studenti
riconoscono immediatamente come attuali. Ma per coglierne la profondità è
necessario il tempo, serve un dialogo costante tra storia, letteratura e vita,
oltre alla concreta possibilità di tornare sui capitoli con occhi diversi, anno
dopo anno.
Leggere Manzoni in
profondità è un investimento culturale, perché significa
offrire ai ragazzi un testo che cresce con loro, che si lascia scoprire
progressivamente, che educa alla complessità dell’esistenza senza rinunciare
alla limpidezza dei valori che contano davvero e che non invecchiano. Vuol
dire, soprattutto, restituire alla scuola la sua missione più alta: non solo
inseguire i programmi, ma formare lettori capaci di pensare, interpretare,
riconoscere nella grande letteratura parole decisive per la propria crescita.
Un ruolo essenziale, in
questo senso, spetta agli insegnanti, che non solo devono
impegnarsi a spiegare la finezza dello stile manzoniano e della lingua
italiana tout-court (oggi tanto bistratta
ideologicamente), ma anche a far amare quei libri fondamentali per orientare
l’esistenza. La critica spesso ripetuta è che, una volta conclusa la scuola
dell’obbligo, questi testi vengano rifiutati o addirittura detestati: il compito
è allora quello di far emergere anche il loro messaggio più recondito, capace –
com’è – di raggiungere qualsiasi persona di ogni tempo. Il buon docente, oltre
ai discorsi eruditi, dovrebbe condurre al cuore del “senso” racchiuso
nell’opera manzoniana (come negli altri classici), senza piegarla a ideologie
di parte né scadere nell’indottrinamento, ma mostrando il tesoro che si cela
tra le righe.
Non esiste un’età per
imparare ad ascoltare un messaggio capace di cambiare il modo di guardare la
realtà e oggi è urgente tornare a letture “vere”,
“necessarie”, realmente “profonde”, evitando quelle che propagandano un mondo
irreale. I giovani hanno bisogno – anche a quattordici e quindici anni – di
rileggere la propria interiorità, superando gli schemi imposti da certa
“cultura” e difficili da respingere perché onnipresenti in qualsivoglia
piattaforma educativa e presentati come “diritti di civiltà”. Anche ne I
promessi sposi si parla all’uomo in quanto uomo (e non solo a quello
dell’Ottocento) e si consegna un messaggio straordinario – che sintetizzo con
l’ausilio del grande pedagogista Franco Nembrini –: la vita è davvero una
promessa di bene. La parola manzoniana più adeguata sarebbe “verità”: «già il
titolo stesso del romanzo – I promessi sposi – identifica,
fotografa il desiderio dell’uomo, che ha dentro la parola “promessa” e la
parola “sposi”, cioè quella forma di unità e di pace che è il rapporto tra
l’uomo e la donna, il matrimonio, la forma forse più alta e più difficile di
unità e di pace e di letizia» (Che c’è d’allegro in questo maledetto paese?,
p. 60).
Non saranno, forse,
proprio questi valori a non piacere più in una società confusa come l’attuale?
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