sabato 30 maggio 2020

GRANDI SFIDE PER L'OCCIDENTE


- Segnali inquietanti 
da Minneapolis - 

Giuseppe Savagnone

L’ultimo episodio di violenza razziale, a Minneapolis, negli Stati Uniti, agli occhi di molti non fa altro che confermare i tanti segnali inquietanti che ormai da tempo giungono dal Paese in cui il mondo occidentale, dalla fine della seconda guerra mondiale in poi, si è riconosciuto, accettandone l’egemonia non solo economica e politica, ma anche, in larga misura, culturale.
I fatti
I fatti sono noti: un afroamericano di 46 anni, George Floyd, è morto dopo essere stato fermato da un agente di polizia bianco, che lo ha fatto scendere dalla sua auto «perché sembrava drogato», lo ha immobilizzato e per nove minuti gli ha tenuto il ginocchio pressato sul collo, ignorando le disperate invocazioni dell’uomo: «Non riesco a respirare!».
La polizia di Minneapolis ha archiviato il decesso parlando di un «incidente medico», ma un video aveva registrato tutta la scena e, immesso nella rete, è diventato virale. Qualche ora dopo, il capo della polizia della città ha comunicato il licenziamento dei quattro agenti che avevano partecipato all’arresto. Ma intanto migliaia di persone sono scese in piazza per protestare contro un omicidio il cui significato razzista è stato subito evidente. Lo stesso sindaco di Minneapolis, Jacob Frey, sui suoi profili ha scritto che «essere nero negli Stati Uniti non dovrebbe equivalere a una sentenza di morte».
La rabbia degli afroamericani
Non si tratta, infatti, di un caso isolato. Nel 2014 un altro afroamericano, il diciottenne Michael Brown, era stato ucciso da alcuni colpi di pistola sparati da un agente della polizia di Ferguson in Missouri, dopo aver commesso una rapina, pur non essendo armato. Nello stesso anno, in circostanze molto simili a quelle di Floyd, Eric Garner, anche lui afroamericano,  rimase soffocato durante un tentativo di arresto da parte della polizia di New York.
Anche il coronavirus ha evidenziato il permanere negli Usa di disuguaglianze economiche e sociali che hanno reso più fragili latinos e afroamericani rispetto ai bianchi e li ha esposti a percentuali di mortalità decisamente superiori.
Non stupisce l’esplosione di rabbia della comunità afroamericana di fronte a questo nuovo atto di discriminazione e di violenza. Il commissariato di Minneapolis è stato incendiato, molti negozi sono stati assaltati e saccheggiati, per fronteggiare i disordini è stato necessario a un certo punto mobilitare la Guardia nazionale.
Il permanere delle disuguaglianze
L’immagine oleografica, spesso circolata, di un Paese che è riuscito ad armonizzare felicemente le differenti etnie presenti sul suo territorio, esce profondamente scossa. E la memoria va alle dure lotte sostenute da uomini come Martin Luther King – che ne hanno pagato il prezzo sulla loro pelle – per giungere a una reale uguaglianza tra bianchi e neri. Le conquiste ci sono state – anche se è stato necessario attendere il 1964 perché una legge dichiarasse illegali le disparità di registrazione nelle elezioni e la segregazione razziale nelle scuole, sul posto di lavoro e nelle strutture pubbliche in generale –, ma evidentemente non sono venute meno le resistenze a livello culturale. Soprattutto in alcuni Stati del Middle West – quelli in cui i bianchi frustrati e impoveriti hanno votato in massa per Trump – la mentalità liberal, aliena dal razzismo, stenta ad attecchire.
Una cattiva alternativa
Anche perché essa stessa, per altri versi, presta il fianco all’accusa di essere  collegata alla cinica logica neocapitalista, che sacrifica le persone alla finanza e avalla un individualismo basato unilateralmente sui diritti, senza tenere conto della solidarietà verso i più deboli (non si dimentichi che l’alternativa a Trump, nelle elezioni del 2016, era Hillary Cinton, grande sostenitrice degli interessi delle banche e promotrice entusiasta di “Planned Parenthood”, l’organizzazione che raccoglie le cliniche abortiste degli Usa).
La libertà del neocapitalismo
Si inserisce in questo quadro inquietante l’ondata di risentite proteste che si sono svolte, con l’incoraggiamento del presidente Trump, in varie città degli Stati Uniti, contro le misure di confinamento decise dai governatori degli Stati più colpiti. Nel Michigan uomini armati hanno invaso il Parlamento locale per protestare contro il lockdown decretato dalla governatrice Gretchen Whitmer davanti al dato che il Michigan era il quarto Stato più colpito degli Stati Uniti.
La logica della protesta è che la libertà – in particolare quella economica – è una priorità anche rispetto alla vita fisica (soprattutto quella dei più deboli: si è già notato che a pagare in percentuale maggiore sono gli afroamericani e i latini). A rifiutare con più decisione ogni forma di chiusura a tutela della salute degli operai è stata l’industria delle armi, che negli Stati Uniti costituisce una lobby potentissima e che gode di un ampio sostegno non solo dal presidente, ma dall’opinione pubblica, restia ad ogni limitazione del libero commercio in questo ambito.
Frammenti di un quadro più complesso
Sono solo frammenti di un quadro complesso, che deve sicuramente tenere conto anche dei tanti aspetti positivi della società americana e che non può essere usato per avallare il facile anti-americanismo da sempre di moda in Italia. È vero però che essi costituiscono degli indizi di una fragilità sociale e culturale degli Stati Uniti, che in realtà è sempre esistita, ma che lo strapotere economico e tecnologico ha a lungo nascosto.
C’è bisogno di Europa già a livello politico
Prenderne atto, però, sarebbe sterile se non si accompagnasse alla presa di coscienza che l’Occidente ha bisogno, davanti alle grandi sfide già in corso (come quella con il mondo islamico) e a quelle che si profilano all’orizzonte (in primo piano quella con la Cina), di poter contare sull’Europa.
Questo è vero già sul piano politico. Il costante impegno di Trump di alimentare le divisioni interne del continente europeo per scoraggiarne l’unità politica, è da questo punto di vista assolutamente miope e dimostra solo l’inadeguatezza, in questo come in tanti altri casi, del moto «America first», “prima l’America”. Perché è vero che degli Stati Uniti d’Europa sarebbero per gli americani un partner di ben diverso peso e un concorrente anche economico assai più agguerrito, ma anche un alleato molto più capace di assumere le proprie responsabilità.
Al di là di una dipendenza
Le contraddizioni e le debolezze culturali degli Stati Uniti evocano però soprattutto l’esigenza di una rinascita della coscienza europea proprio su questo piano. Il declino politico ed economico dell’Europa l’ha portata per troppo tempo ad essere subalterna al suo “Grande Fratello” d’oltreoceano anche sul piano culturale. Lo stesso anti-americanismo a cui accennavo è in fondo un segno di questa dipendenza, simmetrico peraltro all’americanismo per altri versi imperante (si pensi al dominio culturale dell’inglese e al dilagare della terminologia di questa lingua anche nel nostro linguaggio corrente).
L’Europa alla ricerca di se stessa
L’Europa ha una civiltà che non va contrapposta a quella americana, ma che certamente ha radici assai più antiche e profonde. Deve però ritrovare la sua anima. Assistiamo in questi giorni, di fronte alla sfida della pandemia, a timidi tentativi di recuperare il senso di una solidarietà che in passato è stata sempre messa in ombra (si pensi al caso della crisi della Grecia). L’Europa è alla ricerca di se stessa. Ma questa ricerca non si può concretizzare solo nel dibattito sul recovery fund. Bisogna ritrovare un patrimonio di valori comuni, attingendo ad una tradizione ricchissima, che non può essere frettolosamente liquidata, ma che ha bisogno di essere riletta e reinterpretata creativamente. Per evitare che le contraddizioni degli Stati Uniti determinino il tramonto irreversibile dell’Occidente.




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