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giovedì 12 febbraio 2026

UN CLIC ALLA VOLTA

 

Così i social stanno sabotando

 la democrazia, 

un clic alla volta


di Leonardo Becchetti

Il modo più efficace per catturare attenzione è far litigare le persone, così gli algoritmi premiano chi litiga. Per questo dobbiamo regolamentare e rendere trasparenti le formule delle piattaforme digitali

C’è una cosa che dobbiamo fare, se vogliamo salvare la democrazia. E dobbiamo farla subito: regolamentare e rendere trasparenti gli algoritmi delle piattaforme digitali. Le agorà digitali sono diventate un luogo centrale nell’interazione e dello scambio tra esseri umani. Da anni molti di noi sperimentano, quasi “a pelle”, che il terreno di gioco è truccato. Ma fino a oggi mancavano prove chiare. Il caso emblematico è Twitter, oggi X. Chi lo frequenta sa bene che un messaggio carico di rabbia, livore o attacco personale ottiene molto più seguito – like, commenti, repost – di una riflessione pacata che invita alla concordia e all’incontro tra le parti. Perché succede? La logica economica è semplice. I proprietari della piattaforma puntano al massimo profitto, che dipende dalla capacità di catturare l’attenzione. Più attenzione significa più tempo speso online, più contatti, maggiori entrate pubblicitarie. E il modo più efficace per catturare attenzione è far litigare le persone. È un vecchio trucco già visto nei talk show televisivi, dove lo scontro era messo in scena alla luce del sole. Negli algoritmi, invece, tutto è più subdolo. C’è qualcuno – o meglio qualcosa – che decide se il tuo post va in “prima pagina”, viene messo nel dimenticatoio o invece fatto leggere come primo post a chi già sappiamo reagirà con rabbia perché di idee opposte. E ci sono infinite strade per manipolare i consensi premiando chi semina zizzania, livore e conflitto.

Oggi sappiamo ancora meglio come questo esattamente accade. Il proprietario di X ha reso nota la formula che valuta i post in base alla loro capacità di generare engagement, cioè coinvolgimento. Apparentemente è un criterio neutro: si mostra ciò che “interessa”. Ma quando la metrica principale diventa la quantità di interazioni, i contenuti polarizzanti e aggressivi vengono premiati, perché generano reazioni più immediate e intense. Non è necessario che la piattaforma “voglia” esplicitamente più rabbia: è sufficiente che premi l’engagement, perché la rabbia è una delle forme più efficienti di cattura dell’attenzione. I modi in cui questo avvelena la democrazia sono almeno due. Primo: i violenti e gli arrabbiati prevalgono su chi vuole promuovere dialogo, riflessione e conciliazione. Secondo: le persone alla ricerca di consenso, progressivamente, si trasformano. Si accorgono che la rabbia “funziona” e finiscono per adottarla.

Un algoritmo che amplifica sistematicamente contenuti aggressivi e penalizza quelli dialogici entra in conflitto con principi costituzionali fondamentali. Richiama l’art. 21, perché la libertà di espressione non è solo “poter parlare”, ma anche poter partecipare a un dibattito pubblico non strutturalmente distorto da meccanismi opachi di visibilità. Interroga l’art. 3, perché crea una disuguaglianza di fatto nell’accesso alla sfera pubblica premiando chi urla e marginalizzando chi argomenta.

 Tocca l’art. 2, perché un ambiente progettato per incentivare ostilità e disprezzo erode solidarietà e legami sociali. Riguarda l’art. 1, perché la sovranità popolare richiede cittadini informati e un’opinione pubblica non manipolata. Infine chiama in causa l’art. 41, perché l’iniziativa economica privata non può svolgersi contro dignità umana e utilità sociale, fondando così un dovere pubblico di regolazione e trasparenza.

 I social sono uno strumento straordinario (lo Speaker’s Corner globale) e non dobbiamo gettare il bambino con l’acqua sporca. Ma l’epoca del Far west deve finire. Piattaforme più sane – dove la discussione non sia sistematicamente premiata quando diventa insulto e disprezzo – devono diventare la regola e non l’eccezione.

Qualcosa si muove. Il premier spagnolo Pedro Sánchez ha annunciato un pacchetto di misure che va nella direzione giusta: obbligo di trasparenza e pubblicazione degli algoritmi, responsabilità legale dei dirigenti, nuovi reati per la manipolazione algoritmica e l’amplificazione di contenuti illegali, sistemi di monitoraggio dell’odio e della polarizzazione, e un rafforzamento serio della verifica dell’età per proteggere i minori. E, aggiungiamo noi, identità di chi scrive e interventi severi di antitrust che eliminano le barriere all’entrata di quasi monopoli creando una concorrenza tra più piattaforme su basi eguali. Nel mondo occidentale i reiterati appelli al liberalismo, alla concorrenza e al mercato stranamente si fanno silenti quando i nodi da affrontare sono più importanti e su terreni delicati come questo. 

La trasparenza degli algoritmi e l’eventuale intervento in caso di incostituzionalità è fondamentale, beninteso, non per eliminare il confronto anche aspro ed accesso tra idee diverse nella nostra vita sociale. Il punto è che contrasto franco di idee, da una parte, e tentativi di trovare punti d’incontro e di promuovere armonia e concordia, dall’altra, devono poter gareggiare ad armi pari. Se al contrario l’algoritmo diventa una macchina che premia sistematicamente inimicizie, discordia, divisioni, fazioni, allora la politica e le istituzioni hanno il dovere di intervenire. 

Perché la democrazia non è solo voto: è relazione, fiducia, capacità di riconoscere l’altro come persona. E nessuna società può restare libera a lungo se l’arena pubblica viene progettata per renderci ogni giorno un po’ più arrabbiati.

www.avvenire.it

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sabato 6 aprile 2024

L'ARTE DEL COOPERARE

 


IL PARADIGMA

 COOPERATIVO

 



-         di LEONARDO BECCHETTI*

 

In un articolo di qualche giorno fa, su queste colonne, Mauro Magatti ha efficacemente sintetizzato l’impazzimento della comunità globale: il mondo ha abbandonato la logica della cooperazione multilaterale e si è avvitato in una spirale di conflitti sempre più violenti che rischiano di portarci alla catastrofe.

 Il vizio dell’ignoranza di legami e interdipendenze è iscritto nella logica del vecchio mainstream economico, paradigma in cui si è a lungo cullata l’illusione che fosse possibile un equilibrio dove ciascuno persegue il proprio interesse, indipendentemente dai vincoli del contesto. In questa visione la concorrenza, gli incentivi e le regole sono decisivi per conciliare desideri individuali e benessere sociale, mentre le virtù, pur apprezzate, sembrano quasi ridondanti. I mali della società contemporanea sembrano indurre a un ripensamento. Il Nobel Angus Deaton ha scritto recentemente, riferendosi agli economisti, di come abbiano «smesso di parlare di etica, diventando tecnocrati focalizzati sull’efficienza».

A aggiunge Deaton, da economista: «Spesso facciamo corrispondere il benessere con il denaro e il consumo, perdendo ciò che conta veramente» . Nel pensiero economico corrente, sostiene ancora il premio Nobel, «gli individui contano di più delle relazioni tra le persone, nelle famiglie o nelle comunità».

 Tale sguardo avvilente trascura sia gli aspetti positivi sia quelli negativi delle interdipendenze. L’homo economicus, privo di intelligenza relazionale ed emotiva, non è così in grado di risolvere dilemmi sociali con la “quinta operazione” della cooperazione, quella in grado di generare plusvalore per sé e per la società. L’impresa che massimizza il profitto “non-importa- come” ignora infatti le interdipendenze e il rischio di produrre danni in materia di sostenibilità sociale ed ambientale.

 Qualche mese fa abbiamo provato a lanciare tra gli economisti italiani un manifesto per il rinascimento dell’economia, con l’obiettivo si superare simili problemi. Elaborando una visione che riconosce come la generatività sia la componente principale di soddisfazione e ricchezza di senso di vita, con indicatori di benessere multidimensionale in grado di misurare il valore delle relazioni e della generatività. Una visione, già incarnata e vissuta dalle migliori pratiche associative e imprenditoriali del nostro Paese, che tiene dunque conto di relazioni, legami, interdipendenze e impatto (sociale e ambientale) valorizzandone le potenzialità e contrastandone gli aspetti negativi. Il manifesto è stato firmato da più di 300 colleghi e verrà discusso ed approfondito a Perugia in un evento programmato per il prossimo giugno.

 Per capire che non si tratta solo di “massimi sistemi”, proviamo a rendere concrete e operative le sue conseguenze, accennando a tre direzioni promettenti. La prima è quella di una visione dell’economia che passa dall’essere “una guerra per una torta data” a “cooperazione per innovare e creare torte più grandi”. Come accaduto ad esempio con la nascita della CECA, la Comunità del carbone e dell’acciaio, che ha iniziato il percorso dell’Unione Europea trasformando risorse contese ed oggetto di guerre in ricchezza comune su cui costruzione una cooperazione innovativa e competitiva tra Stati. Nella vecchia logica della contesa per la torta data, un israeliano e un palestinese sono due belligeranti che si contendono la proprietà di un pezzo di terra come condizione imprescindibile di benessere. Nella logica della torta da creare insieme innovando, invece, gli stessi due individui sono colleghi di lavoro in un’impresa high-tech dove la loro diversità e la complementarietà diventa un fattore competitivo che stimola l’innovazione. Per questi motivi pensare che la guerra aiuti l’economia è una grandissima sciocchezza, vittima di una visione assolutamente primitiva e superata.

 Altre due regole fondamentali che possono aiutarci a regolare ed orientare il mondo del futuro in ottica di gestione di legami ed interdipendenze sono la Global minimum tax e il (carbon) Border adjustment mechanism. La competizione e il commercio globali non possono infatti essere campionati senza regole, dove inevitabilmente vince la squadra più fallosa, ma devono essere competizioni leali dove non è più consentita la corsa al ribasso per risparmiare sulla dignità del lavoro, la tutela dell’ambiente e la giustizia fiscale. Per ottenere questo risultato, sono necessari meccanismi in grado di bloccare tale “incentivo perverso”. E favorire contemporaneamente situazioni di mutuo vantaggio negli scambi internazionali in grado di creare le premesse per la pace e il bene comune.

 * Professore ordinario di Economia politica presso l'Università di Roma Tor Vergata.

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