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mercoledì 10 settembre 2025

SANTI NELLA VITA

 

Acutis e Frassati: 

primi della classe? 

No, santi nella vita. 

Consigli ai docenti di oggi

 

Giovani, belli, benestanti, sportivi, capaci di coinvolgere e aggregare, appassionati, in ricerca, attenti agli ultimi. Piergiorgio e Carlo hanno tanti aspetti in comune. Entrambi hanno frequentato le scuole dei gesuiti, rispettivamente a Torino e Milano. Nel colloquio con i docenti, che li hanno conosciuti o ne hanno approfondito la testimonianza, alcuni tratti comuni e appunti per far nuova anche la scuola.

 -di Laura Galimberti

 “Altro da fare”

Non erano proprio secchioni. I due giovani avevano tanto “altro da fare”. Lo confermano documenti e docenti. Così capitava che Carlo, alunno “comunque brillante”, non eseguisse a volte i compiti di matematica per impegni non ben specificati. Istituto Leone XIII, Milano, quarta ginnasio: “Non era particolarmente appassionato alla mia materia” racconta la sua docente di matematica, Maria Capello. “A volte arrivava in ritardo. L’anno è finito con una leggera insufficienza. Ho dato 5 ad un santo! Solo dopo ho scoperto quali erano gli impegni. Faceva il bene, senza dirlo, senza mai vantarsene. A settembre aveva recuperato egregiamente, ma non ho avuto neanche il tempo di dirglielo”. Lo conferma Antonio Bertolotti, suo docente nel 2005 di italiano: “Un ragazzo normale, nella media. Le materie umanistiche erano quelle in cui si muoveva meglio. Di quanto faceva oltre la scuola non avevo percezione. La sua scomparsa è stato un evento dirompente. Da lì abbiamo iniziato a riannodare i fili”.

Frassati: bocciato e rimandato due volte in latino al Liceo classico Massimo d’Azeglio passa all’Istituto Sociale. Accetta l’insuccesso, va oltre. “Bellissima la lettera che Piergiorgio scrive al padre: la sua voglia di riscattarsi, di andare avanti” racconta Antonello Famà, storico docente di religione nella scuola. Sarà questo poi uno dei suoi motti: “vivere non vivacchiare”.

In ricerca profonda

“Domande, domande e quel suo sorriso. Una curiosità sempre positiva” ricorda Fabrizio Zaggia, docente di religione di Carlo in IV ginnasio. “Vai a posto! Dobbiamo iniziare la lezione – gli dicevo ogni tanto, anche se poi spesso ero io a cambiare la lezione a partire dalle sue domande”. Concorda anche Bertolotti, ora preside della secondaria inferiore del Leone XIII. “Alla quindicesima domanda lo mandavo al suo banco. Spaziava da temi trattati in classe, all’attualità. Sembrava davvero interessato a quel che pensavo e voleva comunicarmi anche i suoi interessi. Ricordo in particolare la sua grafia, piccolissima. Era piuttosto produttivo nei temi: 5 o 6 pagine. Ogni tanto mi innervosivo nel correggerli. Era una scrittura da grande, non aveva tratti infantili”. Al cambio d’ora entrava l’insegnante di matematica. Le domande ora erano per lei: “Era giovane per quegli interrogativi, pensavo. Spesso si fermava a pregare nella cappella del liceo. Così faceva anche in parrocchia, abbiamo saputo dopo”.

Frassati, all’Istituto Sociale dal 1913, incontra diversi interlocutori che saranno estremamente preziosi per il suo percorso: si avvicina agli Esercizi Spirituali, che vivrà tante volte a Villa Santa Croce. Poi la preghiera, l’eucarestia giornaliera. Una fede attiva, incarnata nella storia, nella carità.

Ragazzi per gli altri

“Tre, due, uno: Menga mettiti nel gruppo!”. È la battuta iniziale del breve cortrometraggio curato da Carlo e realizzato con la sua classe, su proposta del prof di religione, per partecipare ad un concorso sulla promozione del volontariato. “Hanno bocciato il video di un santo” sorride il prof. Non abbiamo vinto ma in quel progetto Carlo è stato capace di coinvolgere tutti. Ricordo la sua grande disponibilità: Non si preoccupi: giro, monto e scelgo le musiche – mi diceva. Ha inserito anche qualche breve secondo della colonna sonora di Mission di Morricone. Era attento che nessuno venisse escluso, in particolare introversi e più deboli. Amico di tutti. Deciso nelle sue idee, ma mai arrabbiato o prepotente”. “Sereno” aggiunge Bertolotti “una persona di cui fidarsi. I compagni, e le compagne in particolare, con lui parlavano e si confidavano volentieri”.

A salire in montagna con Piergiorgio sono stati sempre tanti gli amici. Fonda con alcuni di loro la “Compagnia dei Tipi Loschi”, che tra scherzi e goliardia aspirava a rapporti profondi e autentici, fondati su preghiera e fede. “Gioia di vivere e profondità nelle relazioni, sono tratti perfettamente conciliabili in loro” sottolinea Famà, giovani aggregatori naturali di relazioni.

Attenti agli ultimi

Entrambi escono dalle zone di comfort in cui sono nati. I privilegi? Servono per aiutare gli ultimi. Piergiorgio al Sociale conosce la Società di San Vincenzo. “Entra nelle case dei poveri di Torino degli anni ‘20. Ne sente la puzza. Non si tappa il naso ma abbraccia quelle situazioni. Non l’estetica della carità, ma la condivisione, l’attenzione concreta alle periferie di cui ha parlato Papa Francesco” spiega Famà. “Lo studio si accende dopo, al Politecnico. Sceglie ingegneria mineraria. Vuole lavorare accanto ai minatori per migliorarne le condizioni di vita”.

“Chi incontrava aiutava” racconta la prof. Capello di Carlo. “Si faceva prossimo, senza mai voltarsi indietro. Dava quello che poteva: un sacco a pelo, una coperta ai poveri. A chi non aveva bisogno, offriva il suo sorriso. Una vita spesa per gli altri”. “Il processo di canonizzazione? Non accolto positivamente dai suoi compagni” confida Bertolotti “in particolare dai più brillanti. La santità mette addosso un po’ di inquietudine, soprattutto se è quella del compagno del banco accanto”.

 Consigli ai docenti di oggi

Testimonianze che mettono in discussione genitori, docenti, educatori, davanti ai tanti giovani che si incontrano, unici, speciali, tutti possibili santi.

Osservare, ascoltare

“Ci sono cose importanti per i ragazzi, più dei compiti e dello studio. Dobbiamo imparare ad ascoltare. Hanno messaggi preziosi che nell’immediato non capiamo” spiega la Capello. A partire da quelli possiamo poi trovare strade per stimolare interessi e ricerca per favorire la maturazione di ciascuno”. “Dietro ogni ragazzo c’è un mistero. Il Signore è al lavoro, anche se noi non vediamo” aggiunge Zaggia.

L’alunno al centro, per promuovere il suo magis

“I giovani di oggi vivono spesso l’apprendimento in forma passiva, sono sdraiati. L’approccio che hanno rispetto all’informatica è quello dell’uomo raccoglitore” sottolinea Bertolotti. “Non serve sforzo. La filosofia del copia e incolla è analoga a quella dell’uomo di Neaderthal. Non sono curiosi, perché non sono e non si sentono al centro del processo di apprendimento ma in mezzo al mare magnum, in cui sono convinti che basta allungare la mano per prendere quel che serve.

Altro regresso è quello comunicativo: non sanno formulare il pensiero né comunicarlo. Non c’è sequenzialità logica anche nei loro messaggi WhatsApp. Tanto l’intelligenza artificiale risolve il problema! Carlo non era uno sdraiato. Faceva tanto altro. Toglieva il coperchio al mondo che gli stava davanti. Ai ragazzi dico non buttate via il tempoanche quello scolastico!”.

“Dobbiamo aiutare i ragazzi a recuperare questo desiderio di conoscere, scoprire” aggiunge Famà. “ritrovando il giovane come soggetto dell’azione educativa, della riflessione anche di noi professori, da aiutare e supportare nei momenti di difficoltà, cogliendone e e promuovendone l’unicità. Il magis, della pedagogia ignaziana, non è concetto teorico ma relativo” sottolinea Famà. “Ciascuno ha il suo magis. L’eccellenza di oggi invece è una proposta escludente. Dio ha su ognuno di noi un progetto individuale, particolare, diverso che non taglia fuori nessuno”.

Una didattica esperienziale

“È importante favorire iniziative in contesti diversi. Far vivere ai ragazzi esperienze vere li aiuta a capire meglio se stessi, gli altri e aiuta anche noi a crescere con loro” spiega la Capello. “Sono tanti i progetti attivi nelle scuole della Compagnia: volontariato e cammini vogliono valorizzare relazioni e imparare a guardare il mondo con occhi nuovi”.

A servizio del prossimo

“Dalla scatola gentile, alla catena alimentare, alle raccolte per diverse iniziative solidali. Sono tanti gli strumenti che mettiamo in atto fin dai più piccoli” spiega il prof. Zaggia. “Poi i ragazzi crescono e così le proposte, che nella rete delle scuole dei gesuiti sono strutturali. Esperienze a Scampia, in Africa, per calarsi nelle realtà, mettersi in gioco, donare gratuitamente il proprio tempo, cambiare sguardo. All’estero sono oramai esperienze curricolari”.

Attenzione alle fragilità

“Ancora dobbiamo imparare a riconoscere e abbracciare le fragilità, come hanno fatto Piergiorgio e Carlo. Non solo dal punto di vista caritativo ma anche dell’azione politica” aggiunge Famà. “Creare opportunità, dialogare e promuovere giustizia sociale”.

Dalle cattedre al sagrato di San Pietro, i docenti domenica saranno lì accanto all’altare, pronti a reimparare da due studenti “brillanti” l’arte della vita piena.


Fonte: Gesuiti
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giovedì 4 settembre 2025

SANTI DELLA PORTA ACCANTO


Frassati e Acutis, 

giovani santi 

della strada


Ai media vaticani, il prefetto del Dicastero delle cause dei Santi, racconta la santità giovane dei prossimi due santi che saranno canonizzati da Papa Leone XIV in Piazza San Pietro. Giovani comuni che hanno fatto della sequela del Vangelo la loro ragione di vita

- Benedetta Capelli - Città del Vaticano

Due santi pieni di vitalità con il cuore infiammato dall’amore per Cristo, vissuti nel mondo ma non del mondo. Il cardinale Marcello Semeraro, prefetto del Dicastero delle cause dei santi, racconta la santità giovane di Pier Giorgio Frassati (1901-1925) e di Carlo Acutis (1991-2006) che Leone XIV canonizzerà domenica, 7 settembre, in piazza San Pietro. Giovani diversi per età — il primo morì a 24 anni, il secondo a quindici — simili nella dedizione ai poveri e nel nutrimento quotidiano dell’Eucaristia. "C’è sempre qualcosa di sorprendente nei santi — afferma il porporato —, molti di loro si assomigliano e d’altra parte l’esercizio delle virtù cristiane non è mai un esercizio isolato, è sempre accompagnato dall’esercizio di molte altre virtù". Si potrebbe dire che la santità è una sinfonia ma il cardinale Semeraro preferisce richiamare l’immagine del poliedro, usata da Papa Francesco nell’esortazione apostolica post-sinodale Christus vivit quando disegnava la Chiesa. "Essa — scriveva Papa Bergoglio — può attrarre i giovani proprio perché non è un’unità monolitica, ma una rete di svariati doni che lo Spirito riversa incessantemente in essa, rendendola sempre nuova nonostante le sue miserie".

Frassati, con Cristo incontro ai poveri

"Pier Giorgio Frassati — afferma  il prefetto del Dicastero delle cause dei santi — incarna il modello del fedele laico offerto dal Concilio Vaticano II. È colui che, impegnato nella vita, ha una particolare esperienza in diverse realtà del mondo, è quella che il Concilio chiama l’indole secolare del fedele laico che ha vissuto in piena consonanza con il Vangelo, incarnandolo in ogni aspetto". Per il cardinale Semeraro che ha scritto il libro Pier Giorgio Frassati, Alpinista dello spirito (Edizioni Messaggero Padova 2025, pp. 184, euro 18), l’agire nel nascondimento del giovane torinese ricorda quanto scritto nella Lettera agli Efesini di sant’Ignazio di Antiochia: "meglio essere cristiani in silenzio che chiacchierare, dirlo e non esserlo". Quel fare il bene senza gridarlo che si manifesterà poi in una corposa presenza ai funerali di Frassati di persone povere, diseredate, gente ai margini che lui aveva aiutato sempre nel nascondimento. Un’umanità che squarcia il velo sugli occhi della famiglia, ignara della dedizione del figlio verso gli ultimi. "La sua morte è stata un’epifania": sottolinea il porporato per il quale "Frassati è andato dai poveri perché aveva incontrato Cristo".

Acutis e la santità dell'adolescente

Anche al funerale di Carlo Acutis parteciparono tanti poveri e anche la sua famiglia non sapeva. "Acutis è stato una scoperta anche per i suoi genitori, ha fatto quello che ha fatto con le sue possibilità di adolescente, con le sue possibilità di giovane". Carlo è espressione della "santità di un ragazzo, pronto ad aprirsi alla vita avendo come punto di riferimento l’Eucaristia, la sua autostrada per il cielo". "Queste santità diverse dovrebbero indurci a riflettere sul senso delle età della vita". Il riferimento del cardinale è a Romano Guardini e alla sua opera: Le età della vita appunto. "Frassati ci mostra un’età della vita particolare, Acutis quella del mondo adolescenziale che oggi forse è la fase della vita più critica". Giovani comunque comuni che profumano di una santità «da porta accanto», come amava ripetere Papa Francesco.  Due figure che lo stesso Leone XIV ha proposto come modello per le nuove generazioni durante il recente Giubileo dei Giovani. "Ci sono dei santi — afferma il prefetto del Dicastero vaticano — che, come sottolineava la mistica Madeleine Delbrêl, crescono nei vivai perché sono in un istituto religioso, sono consacrati. Ce ne sono altri come Acutis e Frassati che sono stati nel mondo, i santi della strada".

Leone XIV ai giovani: aspirate a cose grandi. Contagiate tutti con la testimonianza di fede

Vatican News

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sabato 31 ottobre 2020

QUANDO LA FEDE RENDE LEGGERI

CARLO ACUTIS 

MODELLO DI LEGGEREZZA

Giorgio Gusella

È il 10 ottobre 2020, all’interno della Basilica di San Francesco d’Assisi, il cardinale Agostino Vallini legge la lettera apostolica di Papa Francesco, proclamando solennemente: “[…]Concediamo che il venerabile servo di Dio Carlo Acutis, laico, che con l’entusiasmo della giovinezza coltivò l’amicizia con Gesù, mettendo l’Eucarestia e la testimonianza della carità al centro della propria vita, d’ora in poi sia chiamato beato”. Il coro e l’assemblea intonano “Amen” e il drappo bianco lentamente disvela l’immagine del giovane Carlo, che a soli 15 anni, a causa di una leucemia fulminante, nasceva al cielo il 12 ottobre del 2006.

Tanto è stato detto su Carlo Acutis, sulla sua ordinarietà e allo stesso tempo straordinarietà. Mi piacerebbe però riflettessimo insieme sul significato di questa beatificazione. Perché la Chiesa ha ufficialmente riconosciuto come modello di fede il giovane Carlo?. Uno degli aspetti che credo possa essere d’ispirazione per tanti giovani, e non, che vogliano lasciarsi guidare dall’esempio del beato Carlo è sicuramente la fede vissuta come leggerezza. Per comprendere il significato della leggerezza pensiamo alla danza, che, come ricorda il professore Giuseppe Savagnone, è l’espressione di una serie di movimenti armonici tra di loro, e quindi carichi di senso, frutto di impegno e sacrificio. Un buon ballerino, scrive il professore in “Educare oggi alle virtù”, è tanto più fedele al suo ruolo quanto più è capace di interpretarlo con libertà e leggerezza. I suoi gesti – pur essendo stati appresi con consapevole paziente esercizio, che richiede immensi sacrifici – appaiono del tutto naturali, spontanei, irriducibili ad ogni regola prestabilita.

La leggerezza: autenticità nella testimonianza

La leggerezza del ballerino è la leggerezza di chi ha avvertito il senso più profondo della sua danza, non è la leggerezza del nulla, della superficialità, l’assenza di peso dei movimenti disarmonici. È qui che la vita di Carlo viene a scuotere le coscienze di tanti credenti, ricordando che una vita di fede sarà tanto più autentica quanto più sarà intrecciata con la vita così da diventare una cosa sola, “non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20) . Così come  i movimenti del buon ballerino appariranno agli altri naturali e spontanei, non meccaniche riproduzioni di un copione, e ne gusteranno un inevitabile senso di leggerezza, così il credente testimonierà realmente il Vangelo quando la sua stessa carne sarà Vangelo. Carlo Acutis ci parla oggi di una fede che è possibile vivere con leggerezza e con gioia.

La relazione al centro della fede

La lettera del Papa si esprime in questi termini: “ […] che con l’entusiasmo della giovinezza coltivò l’amicizia con Gesù, mettendo l’Eucarestia e la testimonianza della carità al centro della propria vita”. Carlo viene a scardinare tanti atteggiamenti, a risvegliare tante “vite di fede” che hanno adombrato il vero cuore della questione: l’amicizia con Gesù. Seppur in una breve esistenza terrena Carlo ha compreso quello che tanti credenti faticano ad accettare, la fede è un incontro! Si potranno scrivere valanghe di libri, si potranno indire valanghe di Concili e documenti ma se noi credenti dimentichiamo o non sperimentiamo l’incontro con Gesù Risorto, sempre vivo, allora il nostro cuore non si potrà mai infiammare come avvenne ai discepoli di Emmaus che ascoltavano Gesù lungo il cammino. Se la vita di fede non esperimenta l’incontro personale con Dio, attraverso i suoi testimoni che incontriamo lungo la nostra vita, allora potremo parlare di tutto ma non di una storia d’amore. Diceva Carlo: “Essere sempre unito a Gesù, ecco il mio programma di vita”.

Al cuore della vita

Il suo stretto rapporto con Gesù Eucarestia ci interroga non solo sull’immensa ricchezza che il Signore ci ha donato e che ci dona ogni giorno tramite la Chiesa, ma anche su un modo nuovo di guardare la vita. Carlo, come tutti i santi, non era alienato dal mondo e dalle sue dinamiche. Basti conoscere la sua storia per rendersi conto di quanti interessi e passioni orbitassero attorno a lui, ma allo stesso tempo, l’Eucarestia, che Carlo definiva “la mia autostrada per il cielo”, era in grado di far sì che quello sguardo si posasse sulle cose del mondo, e non le sorvolasse distrattamente. L’adorazione eucaristica educa lo sguardo a diventare “contemplativo”, a scendere più in profondità, a scavare la superficie del reale. Mons. Bruno Forte, che al mistero trinitario dedica lo splendido libro “Trinità come storia”, sottolinea: “[…] all’esigenza teologica di conoscere Colui che per primo ci ha amati, si congiunge la domanda antropologica di conoscere in Lui e nel Suo amore l’uomo, il senso della vita e della storia. Questa seconda conoscenza si rivela pienamente possibile soltanto a condizione della prima: le profondità dell’uomo, grazie alla rivelazione del mistero, appaiono radicate nelle profondità di Dio! […] [Nel tabernacolo] ci si approssima, in umiltà e povertà adorante, alla soglia del mistero, non per catturare Dio, quanto piuttosto per lasciarsi fare prigionieri da Lui, non per mortificare la nostra umanità, quanto piuttosto per vivere fino in fondo il rischio di volersi veramente umani”. Ed è questo il rischio su cui siamo chiamati a riflettere. Un rischio che Carlo non ebbe paura di correre perché intuì che nel rapporto con Gesù si giocava sì la sua salvezza e quella degli altri, ma allo stesso tempo tutta la sua umanità: “Tutti nascono come originali – diceva – ma molti muoiono come fotocopie”. Il parroco della chiesa che Carlo era solito frequentare ricorda queste sue parole: “ [l’adorazione eucaristica] mi aiuta ad essere più leggero, Mi fermo qui per imparare a stare con gli altri”. Non due mondi distanti, due universi separati, ma un’ amicizia intima, “resta con noi perché si fa sera, e il giorno già volge al declino” (Lc 24, 29).

Profondità e leggerezza

In fondo, una vita vissuta alla luce del Vangelo, è una vita trasfigurata, una vita vista con occhi diversi. “La conversione – diceva Carlo – non è altro che lo spostare lo sguardo dal basso verso l’Alto, basta un semplice movimento degli occhi”. Quando la leggerezza diventa connaturata in noi ecco che tutto si fa più semplice e vero, più credibile. La leggerezza ha accompagnato la vita di Carlo sino al momento della sua scomparsa avvenuta in soli tre giorni, dopo avere offerto le sue sofferenze al Signore e alla Chiesa. Il beato Carlo Acutis non ci ha lasciato una formula magica per una vita felice, ma una testimonianza vera a cui possiamo guardare con speranza, ricordandoci che la santità non appartiene a pochi eletti, ma a tutti! Vivere la profondità della vita e del mondo con gli occhi di Cristo rende leggeri e non ci appesantisce, “Il mio giogo è dolce e il mio peso leggero” (Mt 11,25-30). Il cristiano vive con leggerezza non perché si sia lasciato alle spalle i problemi del mondo e dell’uomo e cammini in un cielo di nuvole bianche, ma perché al contrario ha sperimentato in Cristo il senso della vita e della storia, consapevole che la morte non avrà mai l’ultima parola, “Dov’è, o morte, la tua vittoria? Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?” (1Cor 15, 55).  La ricetta per una vita santa? Diceva Carlo “Non io ma Dio!”

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