venerdì 16 ottobre 2026

SANCHEZ E LA SPAGNA

 


Perché Sánchez 


è 


destinato a cadere




di Giuseppe Savagnone 

Le ragioni di una crisi

Lo sapevamo da tempo; ce lo dicevano gli amici spagnoli; lo ribadivano i sondaggi, che mantengono inalterata, anche in questi ultimi giorni, la loro sentenza: Pedro Sánchez non sarà più, per volontà popolare, il primo ministro della Spagna. Anche la sua ultima disperata mossa – indire elezioni anticipate – sembra non avere sortito un effetto decisivo.

Sui giornali si è molto parlato delle ragioni di questo declino del consenso nei confronti del premier spagnolo. In primo piano sembrano esserci gli scandali che ultimamente hanno colpito diverse persone della sua cerchia più ristretta. 

Dal luglio del 2025, quando è stato arrestato, per accuse relative a tangenti e appalti irregolari, Santos Cerdán, ex segretario del Partito socialista spagnolo (PSOE); al maggio 2026, che ha visto indagato José Luis Rodríguez Zapatero, lo storico leader socialista, mentore e ispiratore politico di Sánchez; al giugno 2026, quando  José Luis Ábalos,ministro dei Trasporti nel suo governo dal 2020 al 2021 e a lui molto vicino, è stato condannato  a 24 anni e 3 mesi di carcere per  corruzione e associazione a delinquere; al luglio di quest’anno, in cui il fratello David è stato condannato a 9 anni di interdizione dai pubblici uffici per abuso d’ufficio; allo scorso settembre,  quando è stata rinviata a giudizio sua moglie, Begoña Gómez, è stato un susseguirsi di colpi mortali  alla credibilità della sua leadership.

A questo si è aggiunto un forte senso di disagio della maggioranza della popolazione che, a dispetto dei numeri confortanti relativi alla crescita dell’economia spagnola, non percepisce la ricaduta di questo trend positivo sulla qualità della propria vita. Da qui un diffuso malcontento verso il governo, accusato di nascondere dietro una facciata di pretesi successi, le reali contraddizioni del Paese.

Su tutto questo sono piombate come un uragano due eventi. Il primo è stato la crisi di Ceuta, gestita malissimo da Sánchez, che l’ha sottovalutata e affrontata con leggerezza. Ha indignato la sua decisione di non rinunziare alle vacanze nelle Canarie, mentre nell’exclave migliaia di cittadini spagnoli si trovavano nel caos. Il secondo, l’esplodere della protesta per lo sfratto dell’ottantasettenne Maricarmen Abascal dalla sua casa, che ha evidenziato uno dei punti più dolenti del disagio di cui si parlava: la carenza di alloggi.

Si capisce, in questo quadro, il logoramento del premier il quale, peraltro, già in partenza si trovava a presiedere, dal 2023, un governo di minoranza, avvalendosi dell’appoggio esterno di Junts, il partito indipendentista catalano di centrodestra, con le difficoltà e i compromessi derivanti dalle tendenze separatiste di quest’ultimo, che hanno indebolito l’azione dell’esecutivo.

Sta di fatto che a fine settembre la distanza nei sondaggi tra i partiti di destra (Vox e i Popolari) e i partiti di sinistra (PSOE, Sumar e Podemos), che appoggiano il governo, era di ben 18 punti percentuali e non sembra destinato a ridursi.

L’ultimo non-sovranista

È anche vero che, accanto a questi aspetti negativi, ce ne sono altri innegabilmente positivi, riconosciuti anche da osservatori esterni non sospettati di simpatie socialiste. Cito per tutti Aldo Cazzullo che, in un editoriale sul «Corriere della Sera» di qualche giorno fa, ha scritto: «Se la politica fosse razionale, Pedro Sánchez non dovrebbe indire elezioni anticipate, e soprattutto non avrebbe la quasi certezza di perderle. La Spagna è l’unico Paese europeo che va bene, cresce al 2 per cento, ha un’economia che tira. Certo, l’inflazione e la difficoltà a trovare casa esistono anche lì, come in tutto l’Occidente […]. Nonostante sia il Paese europeo governato più a lungo dalla sinistra nell’ultimo mezzo secolo, la Spagna ha meno tasse, meno burocrazia, meno vincoli all’intrapresa rispetto ad altri […]. Sánchez ha puntato sulle energie alternative e su misure sociali di sostegno ai lavoratori poveri». E, se è vero che ci sono gli scandali, «l’unica differenza tra i socialisti e i popolari è che gli scandali socialisti sono più recenti».

Per Cazzullo, «la vera causa delle difficoltà di Sánchez è che, pur di restare al potere, ha stretto un patto con i nazionalisti baschi e con i separatisti catalani» e «un po’ tutti gli altri spagnoli si sono indignati, perché detestano i separatisti catalani».

Può darsi che questa spiegazione sia fondata. Ma forse il motivo ultimo del suo tramonto è il suo isolamento, in un Occidente che – come era avvenuto un secolo fa, fra le due guerre – è teatro del dilagare di forze di destra più o meno estreme. Così è stato in Italia, con l’avvento al governo di Giorgia Meloni, e negli Stati Uniti, con l’elezione di Donald Trump; così quasi certamente sarà in Francia, dove il Rassemblement National di Marine Le Pen è dato per sicuro vincitore delle prossime elezioni; e in Germania, con Alternative für Deutschland, guidata da Alice Weidel; e in Inghilterra con Reform UK di Nigel Farage.

Per non parlare del quasi certo successo di Flavio Bolsonaro in Brasile, dopo quelli di Milei in Argentina, di Abelardo de la Espriella in Colombia, di Keiko Fujimori in Perù, di José Kast in Cile. Una marea, a fronte della quale il solo governo socialista del mondo occidentale rimane quello di Pedro Sánchez (la premier socialdemocratica danese, Mette Frederiksen, è di fatto assai più vicina a Meloni).

La questione migratoria

Non si tratta solo di etichette, ma di scelte opposte che riguardano le vite di milioni di persone. Emblematica, su tutte, la questione migratoria. Per Trump, per Meloni e, sulla scia di quest’ultima, anche per la maggior parte dei governi europei, i migranti sono una minaccia da cui difendersi alzando muri e da cacciare via (la sempre più spesso evocata remigrazione).

Agli antipodi è la posizione di Sánchez, il quale ha più volte dichiarato di considerarli invece esseri umani da rispettare e una preziosa risorsa per la crescita del suo Paese. «La Spagna» – ha detto in un discorso al parlamento nell’ottobre del 2024 – «è un paese di emigranti. Dobbiamo sempre iniziare ricordando questo fatto. Il nostro dovere adesso è essere quella società accogliente che i nostri stessi emigranti avrebbero voluto trovare al di là dei Pirenei o dell’Atlantico. Questo è il debito morale che abbiamo nei confronti dei nostri antenati».

Ma, ha aggiunto, «l’immigrazione non è solo una questione di umanità, il che basterebbe. È necessaria per la nostra economia e per la nostra prosperità». Come dimostrano i dati. Anche grazie agli immigrati, che hanno permesso di compensare la grave crisi demografica che affligge la Spagna, come il resto d’Europa, il Pil spagnolo nel 2025 ha registrato una crescita del 2,9%: più del doppio della media europea. E anche per il 2026 si prevede un aumento del 2%, ben maggiore dell’1,2% del Regno Unito e dell’1% di Francia e Germania, nonché dello 0,8% dell’Italia. Uno schiaffo al sovranismo, confermato dalla regolarizzazione di 500.000 immigrati.

In questo contesto si è verificata la crisi di Ceuta, analoga peraltro a quella che all’inizio di settembre 2023 aveva gettato nel caos Lampedusa, per l’invasione di diecimila migranti nel giro di pochi giorni. Entrambe chiaramente legate ai rapporti con i Paesi di provenienza – nel caso di Ceuta il Marocco, in quello di Lampedusa la Libia – e non alle politiche migratorie, del resto molto diverse, dei due governi europei coinvolti.

Ma, mentre nel 2013 l’Italia aveva avuto la solidarietà degli altri governi dell’UE, proprio il nostro governo si è subito affrettato a sferrare un attacco alla politica di integrazione promossa da Sánchez, attribuendo a essa la situazione creatasi alla frontiera. «Le immagini che arrivano da Ceuta» – ha scritto il nostro ministro degli Esteri – «dimostrano come la scelta del Governo di Madrid di dare la cittadinanza spagnola, quindi europea, a oltre 500.000 immigrati irregolari sia profondamente sbagliata e incentivi il traffico di essere umani».  Da qui anche la sospensione degli accordi di Schengen.

In realtà, il governo spagnolo in questi anni ha condiviso con tutti gli altri Paesi europei l’impegno di controllare le frontiere, per evitare «un’immigrazione incontrollata» – quella di cui i suoi critici interni ed esterni infondatamente lo accusano di essere fautore – che impedirebbe il processo di integrazione progressiva in corso. Ma siamo in un tempo in cui, più che la realtà, contano le immagini…

Il solo difensore di una sovranità rispettosa del diritto internazionale

Contrario al sovranismo, Sánchez è stato anche il solo leader europeo che ha difeso con fermezza la sovranità del suo Paese dalle arroganti prese di posizione di Donald Trump. Lo ha fatto contestando, nel 2025, l’imposizione di dazi esorbitanti da parte degli Stati Uniti, mentre, spinta anche da Meloni, l’Europa si piegava al sopruso («non è una maniera intelligente per far fronte alle sfide del XXI secolo in un mondo interconnesso»). Lo ha fatto, nello stesso anno, rifiutando, unico in Europa, di aumentare la spesa militare della Spagna al 5% (hanno dovuto accettare per lui una speciale esenzione).

Lo ha fatto riconoscendo, nel 2024, lo Stato palestinese e condannando senza mezzi termini il genocidio (lo ha chiamato così) di Gaza, mentre gli altri governi occidentali tacevano. Lo ha fatto deprecando decisamente l’illegale e predatorio intervento statunitense in Venezuela (Meloni lo ha definito un «legittimo intervento difensivo», proponendo poco dopo Trump per il premio Nobel per la pace). Lo ha fatto condannando fermamente l’attacco degli USA e di Israele all’Iran e rifiutando l’uso delle basi americane sul suo territorio.

Per chi ha presenti lo stile e i contenuti dei discorsi di Trump, quello che il premier spagnolo ha fatto in questa occasione si pone evidentemente a un livello di civiltà politica ormai sconosciuto. «La posizione della Spagna», ha detto il premier – «in questo momento è chiara e forte, è la stessa che abbiamo mantenuto in Ucraina e anche a Gaza: in primo luogo, no alla violazione del diritto internazionale che ci protegge tutti – soprattutto i più indifesi, la popolazione civile – e, in secondo luogo, no all’idea che il mondo possa risolvere i suoi problemi solo attraverso il conflitto, attraverso le bombe». Tutto ciò non comporta, ha spiegato, alcuna complicità con il perverso regime iraniano: «La questione non è se siamo o meno a favore degli ayatollah; nessuno lo è. Certamente il popolo spagnolo non lo è e, ovviamente, non lo è nemmeno il governo spagnolo. La questione, invece, è se siamo o meno dalla parte della legalità internazionale e, quindi, della pace». Perché «non si può rispondere a un’illegalità con un’altra illegalità».

Qualcuno a questo punto mi accuserà di “beatificare” il premier spagnolo. In realtà non so nulla di lui, ma parlo di quello che appare dai suoi discorsi e dalle sue scelte dichiarate. I suoi avversari lo accusano di ipocrisia e di incoerenza. Non sono in grado di valutare le sue intenzioni e l’effettiva attuazione dei suoi progetti. Ma, se anche le accuse fossero vere, preferisco questa ipocrisia e questa incoerenza alla sincerità e alla coerenza di chi, come Trump e tanti leader sovranisti, dice e fa cose sbagliate.

Ciò non vuol dire che condivida in toto le scelte di Sánchez. Sono sempre stato e rimango estremamente critico nei confronti delle sue idee sia in tema di vita nascente e di fine vita, sia in tema di famiglia e di gender, in quanto ritengo riflettano una visione della persona in contrasto con quelle sostenute in sede politica migratoria e internazionale. Ma constato con tristezza che non è affatto per questo che Sánchez è isolato e attaccato. Egli è destinato a cadere perché le sue prese di posizione – sincere o no – ricordano troppo all’Occidente uno stile politico in cui la forza non sostituiva il diritto e la misura della politica di uno Stato non era l’affermazione del proprio potere e del proprio prestigio, ma il rispetto degli esseri umani.

www.tuttavia.eu

 

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