sabato 19 settembre 2026

IL MEZZO o IL FINE ?


QUANDO 

IL MEZZO 

DIVENTA 

IL FINE

  

La corsa dell’IA e il bene comune da salvare

-di PIETRO SACCÒ

 Pensiamo a un robot maggiordomo, uno di quei dispositivi umanoidi tuttofare che sempre più spesso troviamo nelle cronache del futuro in arrivo (quasi sempre dalla Cina). Immaginiamo che ce ne propongano uno a un prezzo davvero vantaggioso. Potrebbe sbrigare tutti i lavori di casa: pulisce, riassetta, prepara pranzo e cena, può arrivare a scegliere per noi la serie da vedere la sera in tv, risparmiandoci ore di scrolling davanti alla strabordante offerta di Netflix, Amazon Prime Video e simili.

Avremmo un sacco di tempo in più a disposizione. C’è solo una controindicazione: a un certo punto il robot maggiordomo potrebbe decidere di ucciderci. La probabilità che la collaborazione domestica si concluda con questo tragico esito è attorno al 10%. Di dieci clienti, uno sarebbe fatto fuori dal maggiordomo. Chi di noi completerebbe comunque l’acquisto?

Messa così, in termini personali invece che universali, il bivio a cui sembriamo essere già arrivati nel valutare il rapporto tra noi e l’Intelligenza artificiale è un po’ più chiaro. La straordinaria potenza di questi sistemi è già evidente a chiunque abbia iniziato a inserirli nella sua routine quotidiana. L’intrinseca pericolosità era già nota da tempo ai loro creatori. Da anni Sam Altman, l’uomo di Open AI, non esita a paragonarsi a Robert Oppenheimer, il direttore del progetto Manhattan che portò allo sviluppo della bomba atomica. «Cerco di essere franco – ammise già nel 2019 in un’intervista al New York Times –. Sto facendo qualcosa di buono? O qualcosa di davvero cattivo?». Lo stesso dilemma che affligge Dario Amodei, dell’azienda rivale Anthropic, che con la sua lettera sabato scorso ha rilanciato con una forza nuova il dibattito sulla necessità di rallentare.

Non è un mistero che negli uffici dove i migliori informatici del pianeta sviluppano i modelli di IA nessuno sia ancora in grado di ricostruire pienamente perché, all’interno delle loro enormi reti neurali, emergano determinati ragionamenti e comportamenti, a volte imprevedibili e sorprendenti. Nel mostrare uno strumento interno di Anthropic, chiamato “Che cosa sta pensando Claude”, un matematico dell’azienda che studia il modo in cui il sistema ragiona ha raccontato come chiunque entri in Anthropic da altri settori ci metta un paio di settimane a rendersi conto che il Large language model rivale di ChatGPT è incredibilmente “strano”.

L’attacco di un gruppo di agenti IA “ribelli” di Open AI alle infrastrutture del rivale Hugging Face, avvenuto lo scorso luglio, ha certamente rappresentato un punto di svolta nel confermare che i comportamenti imprevedibili dell’IA possono avere conseguenze gravissime che potrebbero andare ben oltre gli incidenti informatici. Non esageravano gli scienziati, esperti di biotecnologie e geni dell’informatica – Altman e Amodei compresi – che a giugno hanno chiesto al Congresso americano di agire rapidamente contro il rischio della creazione di nuovi virus e altri agenti patogeni da parte di malintenzionati potenziati dall’IA. Il mese scorso ricercatori di Stanford e dell’Arc Institute hanno utilizzato modelli di IA per progettare interi genomi di batteriofagi: sedici dei progetti generati hanno dato origine in laboratorio a virus vitali, innocui per l’uomo perché capaci di infettare batteri. Il successo dell’Università californiana ci ricorda che qualcuno potrebbe seguire la loro strada con obiettivi molto diversi. Nel suo testo di sabato, Amodei ripete che non si aspettava l’accelerazione

La richiesta di frenare sull’innovazione che arriva dagli stessi leader americani dell’IA, al di là dei retropensieri sulle loro motivazioni (può darsi che vogliano sembrare più potenti di quanto siano?) ha il merito di rimettere al centro del dibattito il tema del bene comune, portandolo agli estremi. Che cos’è preferibile tra l’innovazione tecnica e la sopravvivenza dell’umanità? La risposta sarebbe scontata anche per chi colpevolmente non ha letto l’enciclica Magnifica humanitas. Eppure l’opposizione netta davanti a questo bivio di Donald Trump e di altri leader politici americani – i quali, probabilmente, più di ogni altro essere umano hanno il potere di scegliere che strada intraprendere – fa capire che il rischio che qualche robot possa sterminarci tutti nel giro di un decennio è rilevante, ma non quanto la necessità di evitare che sia la Cina ad arrivare per prima alla meta epocale dell’intelligenza artificiale generale, l’AGI, capace di imparare, ragionare e applicare le sue conoscenze a campi disparati, proprio come un essere umano, ma molto più potente. È una politica che elegge l’innovazione – e il potere che porta con sé – a fine ultimo della società, subordinando ad essa persino l’idea di bene comune. Il filosofo Emanuele Severino aveva descritto proprio questo rovesciamento: la tecnica che da mezzo diventa fine, mentre gli altri fini finiscono per essere misurati sulla sua capacità di accrescere se stessa. Fosse ancora vivo, forse si stupirebbe anche lui della rapidità della piega che hanno preso gli eventi.

www.avvenire.it

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