Il Papa con i giovani ad Assisi: costruire la civiltà dell'amore
non delle contrapposizioni
Nella piazza di Santa Maria degli Angeli, Leone risponde alle domande dei ragazzi spiegando il senso della radicalità evangelica, che è “l’opposto del fondamentalismo: non rende ciechi e violenti, ma sensibili, attenti”, accoglienti verso tutti. Esorta a non strumentalizzare la religione, ad andare oltre i muri alimentati da cattiva informazione e pregiudizio. Poi accenna al proprio cammino vocazionale fino all'elezione a Pontefice: "Dio mai mi ha lasciato solo"
-di Antonella Palermo –
Città del Vaticano
Come applicare l’eredità
spirituale di San Francesco d’Assisi nell’oggi, come portare uno stile di
servizio e accoglienza in un mondo sempre più pervaso da logiche di
sopraffazione e consumismo, come fidarsi ancora della Chiesa non immune da
crisi e contraddizioni? Sono alcune delle questioni presentate oggi, 6 agosto,
al Papa da tre giovani che si sono fatti portavoce di istanze simili assai
diffuse non solo nelle nuove generazioni. Leone XIV, che proprio ai ragazzi e
alle ragazze ha voluto dedicare il primo appuntamento della sua visita
pastorale nella piazza di Santa Maria degli Angeli, nella cittadella umbra,
risponde ampiamente a ciascun interrogativo, spunto per ribadire concetti
fondamentali: dal ‘no’ alla strumentalizzazione politica della religione al
‘sì’ per un modello di leadership liberante, responsabile, partecipato. Lo fa
in un clima di grande e sincera amicizia e affetto filiale - "Sono
veramente contento di essere qui con voi!", esclama all'inizio
dell'incontro - con cui è stato abbracciato da giovani ma anche da
famiglie, religiose, educatori, sacerdoti. Decine e decine le mani strette
durante il percorso, all'arrivo e dopo il dialogo con i giovani, con un popolo
di Dio che in questa terra è particolarmente legato a tante esperienze di santi
e mistici e oggi ha l'occasione di ravvivare un fuoco sacro.
LEGGI QUI IL TESTO INTEGRALE DELLE PAROLE DEL PAPA CON I
GIOVANI AD ASSISI
Andare controcorrente:
purificare la memoria, coltivare la riconciliazione
La prima a prendere la
parola è Karolina, da Zagabria. Chiede come si fa a rimanere autentici
discepoli di Cristo, come contagiare di una fede viva che non rimanga chiusa
nelle chiese. Il Papa risponde tornando sul tema della guerra, anche alla luce
della provenienza geografica di Karolina, “una regione dell’Europa che solo
trent’anni fa ha conosciuto la guerra e il pericoloso intreccio tra confessione
religiosa e nazionalismo”, ricorda. L’educazione secolare al dialogo, promossa
dai francescani anche in questi contesti ha contribuito alla convivenza
pacifica tra cattolici, ortodossi e musulmani. Questo è l’approccio su cui
perseverare, suggerisce Leone.
Oggi, essere fedeli a
questa tradizione di prossimità significa andare controcorrente, lavorando alla
purificazione della memoria e coltivando la riconciliazione. Ai cristiani sarà
sempre più chiesto di diventare operatori di pace all’interno di società tentate
di strumentalizzare la religione nella contrapposizione delle identità.
Cattiva informazione e
pregiudizi creano paure, Cristo allarga il cuore
Vivere da figli
spirituali di Francesco d’Assisi significa, sottolinea il Pontefice, cogliere
il senso autentico della radicalità evangelica che “è l’opposto del
fondamentalismo: non rende ciechi e violenti, ma sensibili, attenti, sempre
alla sequela di Gesù e quindi umili, accoglienti verso tutti. Non è facile, ma
dà molta gioia”. Si tratta, insomma, di intraprendere anche strade non
accomodanti, lascia intendere il Successore di Pietro, non modaiole, svincolate
da qualsiasi tentativo manipolatorio.
Essere testimoni di
Cristo rimane quindi affascinante e impegnativo, perché allarga la mente e il
cuore oltre confini artificiali, cioè al di là di paure indotte dalla cattiva
informazione e dai muri del pregiudizio.
La tecnologia disabitua a
stare insieme, testimoniare fraternità
Papa Leone approfondisce
quell’intuizione di San Francesco per cui la povertà può avvicinare i lontani,
ricorda il significato di essere Chiesa: una casa aperta a tutti, in ascolto,
che gusta il sapore della fraternità, che recupera la concretezza dei corpi
oltre ogni virtualità e quel silenzio che “è il contrario della guerra, con le
sue violenze, grida e crudeltà”.
“Cari giovani, come è
bello stare insieme a “ragionare di Dio” e così, alla sua luce, della vita
stessa, nella sua bellezza, nel suo mistero, nella sua serietà!”
Testimoniate questo stile
dappertutto, specialmente in un tempo in cui la tecnologia disabitua a stare
insieme, fra persone in carne ed ossa.
Le scelte definitive,
l’atto più rivoluzionario
Giovanni, da Bologna,
pone dinanzi al Papa la domanda su come dire un "sì" pieno a Dio in
un mondo dove prevalgono atteggiamenti che non guardano al lungo periodo,
all’eternità. Il giovane si spinge anche a chiedere cosa abbia aiutato Robert
Prevost nel suo cammino vocazionale. Il Pontefice incoraggia: “Compiere una
scelta definitiva è forse l’atto più rivoluzionario”. Il problema è che oggi è
in voga “una lettura a volte confusa della libertà” che può nutrire illusioni:
“che i problemi si risolvano scappando, o tradendo, o provando a fare pochi
passi su strade sempre diverse, senza mai andare lontano”. Il più delle volte,
avverte il Papa, moltiplicare esperienze, contatti, consumi corrisponde a un
vuoto interiore che può anche portare all’uso delle persone, come fossero
merce. Amare veramente è ben altro.
Decidere per sempre non
ci rinchiude in una gabbia, ma ci apre a un dinamismo più grande. Amare è un
esodo, una strada da scoprire, un cammino che Dio percorre con noi, e questo è
il vero senso di ogni vocazione.
“Provocato” da Giovanni,
Leone si concede accenni al proprio vissuto personale per dire che le decisioni
sono da prendere ogni giorno, che la vocazione è “cammino di redenzione e
guarigione” ed è da rinnovare ogni giorno, restando vigili su quell’inquinamento
della chiarezza, così lo definisce, generato dal peccato.
Nella mia esperienza
posso dire che il Signore mai mi ha lasciato solo: mi ha sempre accompagnato,
donandomi anche delle persone con le quali camminare. Così, nella vocazione ad
essere sacerdote, membro della comunità agostiniana, missionario, ho trovato
come una luce che mi ha guidato fino ad oggi, fino a quando ho dovuto dire “sì”
a una chiamata tutta speciale: quella ad essere Papa.
Quei muri invisibili che
riempiono le città
Il siciliano
ventiduenne Luigi affida al Papa una considerazione che ha a che fare
con il tema dell’obbedienza al Successore di Pietro, anche quando ci sta
stretta, quando si osservano scandali nella Chiesa. Come si fa a rimanere in
“questo Amore riparatore?”, chiede. A Gesù sta a cuore l’unità, insiste Leone
XIV che ne ha fatto il proprio motto episcopale. Un’unità, anch’essa
“rivoluzionaria”. Semplicemente, afferma il Papa, questa è possibile ed è
visibile, nonostante cadute e ferite.
Attorno a Gesù diventano fratelli e sorelle uomini e donne che altrimenti non si sarebbero mai incontrati o frequentati. Quando questo miracolo della Chiesa continua ad avvenire, grazie a Dio, rimane sorprendente anche oggi nelle nostre città, piene di muri invisibili che separano gli uni dagli altri. Quante discriminazioni e diseguaglianze possono finire subito, appena ci riconosciamo fratelli e sorelle!
Il potere di Gesù: forza
che non umilia, ma solleva
La risposta del Papa
rovescia la logica del mondo, riecheggia il canto del Magnificat. Il
potere si misura non nella capacità di guardare sé stessi ma nella capacità di
servire l’altro, umilmente. “Non afferrare, ma ricevere; non trattenere, ma
restituire: è la vita di Dio che ripara la Chiesa e la rende un popolo libero,
un luogo di respiro e di salvezza”.
Il desiderio di Gesù per
la Chiesa è chiaro: si tratta di diventare il suo corpo e manifestare la sua
vita, di seguire il suo esempio ed esercitare un diverso tipo di forza, che non
umilia, ma solleva.
Vatican News
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