parola giusta
per noi
Un viaggio nelle parole delle nuove generazioni,
per capire cosa ci rivelano del nostro mondo
I giovani, la nave di
Teseo e ChatGPT
Per gli adulti cambiare è
una promessa o una minaccia; per i ragazzi è l’esperienza quotidiana attraverso
cui prendono forma cercando se stessi.
Con questa serie di
articoli, Luigi Ballerini, scrittore per ragazzi e medico psicoterapeuta, ci
accompagna in un viaggio nelle parole dei giovani per provare a capire che cosa
rivelano, a noi adulti, del loro mondo. Il lemma che commentiamo oggi è tratto
dal «Piccolo Dizionario (immaginario) delle ragazze e dei ragazzi – Terza
Edizione». Un progetto promosso e realizzato da Fondazione
Pordenonelegge con la collaborazione della Fondazione Treccani Cultura e la
partecipazione dell’Istituto Toniolo e di Parole Ostili, sotto l’egida di
Pordenone Capitale della Cultura 2027 e dedicato alle ragazze e ai ragazzi di
tutte le scuole secondarie di I grado d’Italia.
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di LUIGI BALLERINI
La parola cambiamento compare spesso nei discorsi degli adulti. La utilizziamo per parlare della società, della tecnologia, della politica, del lavoro, la invochiamo come una promessa oppure la temiamo come una minaccia. Talvolta la trasformiamo addirittura in un valore assoluto. Le ragazze e i ragazzi che hanno scritto questa definizione, invece, la riportano dentro l’esperienza concreta del vivere. «È la parola giusta per noi», scrivono. In poche parole stanno definendo se stessi. Il cambiamento rappresenta una delle esperienze più tipiche della condizione giovanile, tanto da costituirne quasi il tratto distintivo. Essere giovani significa effettivamente attraversare trasformazioni continue, svegliarsi ogni giorno e scoprire che qualcosa è diverso, nel proprio corpo come nei propri pensieri. E anche negli altri. P er un adulto l’identità tende a coincidere con una certa stabilità. Abbiamo una storia, una professione, un carattere relativamente consolidato; possiamo fare affidamento su elementi che tendono a permanere nel tempo. Per una ragazza o un ragazzo l’identità si presenta invece come un percorso e ciò che conta è il divenire.
Accade però il paradosso che per cambiare occorre conservare qualcosa di sé. È
una questione antica: già Plutarco raccontava che gli Ateniesi conservarono per
secoli la nave di Teseo sostituendone, una dopo l’altra, le tavole che il tempo
deteriorava. Alla fine dell’imbarcazione originaria non rimase più nulla. Era
ancora la stessa nave? Da allora questa domanda, che riguarda anche ciascuno di
noi, è rimasta viva. Crescere significa cambiare profondamente, sostituire
idee, abitudini, desideri, modi di guardare il mondo. Eppure continuiamo a
riconoscerci come la stessa persona. L’identità potrebbe consistere proprio nel
custodire un filo di continuità attraverso tutti i cambiamenti. Ogni trasformazione
autentica richiede di tenere insieme trasformazione e permanenza. Si aggiungono
esperienze, si correggono errori, si acquisiscono competenze, si modificano
convinzioni e abitudini, mentre continua a esserci un soggetto che cerca e
mantiene la sua unità. Il cambiamento può risultare faticoso proprio perché
richiede di integrare il nuovo nella propria storia senza perdere il legame con
la persona che si è stati fino a quel momento.
Crescere, ci dicono i
ragazzi, significa restare in una condizione di continua revisione di sé. Il
corpo cambia. Cambiano i gusti, le amicizie, le domande, le idee sul mondo.
Cambia il rapporto con i genitori e quello con gli insegnanti. Cambia anche il
modo di guardare se stessi. Ed è un lavoro veramente impegnativo, che può
trascinarsi dietro paure, incertezze e angosce; dovremmo ricordarcene noi che
ci siamo già passati. Qui emerge una lucida consapevolezza, significativa per
chi vive in una cultura che celebra continuamente il cambiamento,
l’innovazione, la trasformazione, la reinvenzione, l’aggiornamento, tanto che
cambiare sembra coincidere automaticamente con migliorare. I ragazzi mostrano
una percezione più articolata della questione, indicano che ogni cambiamento
comporta un costo. È un richiamo utile anche per noi adulti, spesso tentati di
trasformare il cambiamento in un valore assoluto. Le trasformazioni, invece,
chiedono sempre di essere valutate nei loro effetti e nelle loro conseguenze,
ma anche, e forse soprattutto, nelle loro origini. La domanda decisiva non è
infatti se si cambia, perché il cambiamento accade comunque, a ogni età,
ma come?
È un po’ come quando impostiamo un navigatore. Il fatto che l’automobile si muova non dice ancora nulla sulla bontà ed efficacia del nostro viaggio. Possiamo percorrere centinaia di chilometri e allontanarci dalla meta, se abbiamo sbagliato destinazione. Il movimento, da solo, non basta. Ciò che conta è la direzione. Si può infatti cambiare in meglio o in peggio. Si può, ad esempio, diventare più capaci di stare con gli altri o più chiusi e più soli. È un punto di prudenza che meriterebbe maggiore attenzione nel dibattito contemporaneo in cui spesso ci ritroviamo a celebrare la novità per il solo fatto che è nuova. Il cambiamento, preso in sé, non possiede alcun valore morale. Diventa interessante quando si comprende da dove origina, dove conduce e quali effetti produce sulla vita delle persone. C’è poi un ultimo aspetto che merita attenzione: dopo aver parlato di se stessi, le ragazze e i ragazzi allargano improvvisamente lo sguardo al mondo. Citano infatti l’Intelligenza artificiale e il cambiamento che essa sta producendo nel modo di studiare.
In questo
passaggio brevissimo mostrano la consapevolezza di quanto la loro crescita
personale si intrecci con una trasformazione storica e sociale più
ampia. L’esempio scelto è particolarmente interessante perché
riguarda proprio la conoscenza dato che l’Intelligenza artificiale modifica il
modo di studiare, di cercare informazioni, di produrre contenuti, di
apprendere. Colpisce soprattutto quel riferimento al loro “amato” ChatGPT. È
difficile non leggere nelle virgolette una sottile ironia, accompagnata forse
anche una certa ambivalenza. Che siano consapevoli di quanto l’Intelligenza
artificiale sia insieme una possibilità e una questione aperta? Essa infatti
pone una serie di nuove domande rispetto al significato dello studio, al valore
della fatica, al ruolo della memoria e alla costruzione personale del sapere.
Sta a noi adulti aiutarli a formulare sempre meglio questo giudizio, uscendo
dalla cristallizzazione della spaccatura fra tecno-entusiasti e
tecno-apoca-littici. Chi governa questi strumenti? Chi decide come funzionano?
Chi possiede gli algoritmi, i dati e le infrastrutture che rendono possibile
l’Intelligenza artificiale?
Nella recente enciclica Magnifica humanitas, papa Leone XIV richiama, fra le altre cose, proprio il rischio di una crescente concentrazione di potere nelle mani di pochi soggetti privati capaci di influenzare in profondità la vita collettiva. Questa riflessione dialoga sorprendentemente con il tema del cambiamento. Ogni innovazione modifica infatti oltre ciò che facciamo, anche i rapporti di forza, le possibilità di accesso al sapere, le forme della partecipazione sociale e della libertà. I ragazzi qui non formulano alcun giudizio definitivo, non celebrano l’intelligenza artificiale come una rivoluzione salvifica e non la descrivono nemmeno come una minaccia assoluta. La registrano come un fatto già entrato nella loro esperienza quotidiana e capace di modificare abitudini consolidate, senza rinunciare a quella sfumatura affettuosamente ironica racchiusa nell’aggettivo “amato”.
Anche il cambiamento tecnologico, dunque, conferma
l’intuizione che attraversa tutta la definizione. La questione decisiva è il
giudizio che siamo capaci di esercitare su di esso. Ecco che cosa i ragazzi ci
stanno dicendo: il cambiamento è una condizione inevitabile della vita, cui
nessuno può sottrarsi, ma la vera questione riguarda la sua direzione. Occorre
sempre chiederci dove stiamo andando, che cosa stiamo diventando, quale
beneficio stiamo ricavando dalle trasformazioni che favoriamo o semplicemente
subiamo. In fondo crescere e progredire implica dare una direzione al
cambiamento. E dovremmo essere grati a loro, che sperimentandolo ogni giorno,
più di tutti ce lo ricordano.
*Scrittore per ragazzi e Medico
Psicoterapeuta
www.avvenire.it
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