agli studenti di appendere uno
striscione con scritto
"L'Italia agli italiani"
in ogni istituto scolastico
d'Italia, ha presentato
il suo programma per la scuola:
classi divise
per merito, studenti separati in base al rendimento,
i più bravi con i più bravi e i meno bravi tra di loro.
Lo chiama
"fattore inclusivo." La FISH, la Federazione Italiana per i Diritti
delle Persone con Disabilità, lo ha definito "culturalmente arretrato e
pericoloso sul piano sociale", aggiungendo che "la scuola non è una
caserma organizzata per ranghi, né un'azienda che massimizza la produttività
selezionando i più performanti."
Vannacci evidentemente non sa, o non vuole sapere, una cosa fondamentale: la
scuola non è una catena di montaggio in cui si selezionano pezzi conformi e si
scartano quelli difettosi; è il luogo in cui si formano i cittadini, non solo i
professionisti, e quella formazione passa attraverso la convivenza con la
diversità, con la complessità, con l'altro.
Quando un bambino
condivide la classe con un compagno che impara in modo diverso, più lentamente
o attraverso strade alternative, non perde tempo: impara qualcosa che nessun
programma ministeriale può insegnare, vale a dire la pazienza, l'empatia, la
capacità di riconoscere i bisogni dell'altro prima dei propri. Queste
competenze hanno un nome scientifico, intelligenza emotiva, e decine di
ricerche internazionali dimostrano che i bambini cresciuti in classi eterogenee
la sviluppano in misura significativamente maggiore rispetto a quelli cresciuti
in ambienti omogenei e selettivi.
Un adulto con alta intelligenza emotiva è un professionista migliore, un
genitore migliore, un cittadino migliore; è qualcuno capace di lavorare in
squadra, di gestire i conflitti, di relazionarsi con il mondo reale, che è
fatto di persone diverse, non di classi omogenee selezionate per rendimento.
Vannacci vuole invece una
scuola dura e selettiva, come la vita, dice lui. Peccato che la vita vera,
quella fuori dai recinti militari, sia fatta esattamente dell'opposto: di
differenze, di fragilità, di complessità che non si può separare e catalogare.
Formare un bambino
significa prepararlo a tutto questo, non a correre in una gara dove vince solo
chi è già partito avvantaggiato.
Vannacci viene
dall'esercito, dove i ranghi si decidono per grado e i soldati si dividono per
livello.
Peccato che i bambini non siano soldati, e la
scuola non sia una caserma. Ma per chi ha passato la vita a dare ordini, tutto
il mondo finisce per assomigliare a un plotone.
È il pensiero di chi
trova nella divisione tra forti e deboli una spiegazione comoda e rassicurante;
di chi ha bisogno di un nemico identificabile, possibilmente diverso,
possibilmente più fragile, su cui scaricare la complessità di un mondo che non
riesce a capire fino in fondo.
Il disabile, lo
straniero, il diverso, chi non tiene il passo: sempre loro, sempre gli stessi,
sempre colpevoli di qualcosa.
Dal Web
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