venerdì 11 ottobre 2019

IL CORAGGIO DI PAPA FRANCESCO

Cristo, dio e uomo

Qualche giorno fa Eugenio Scalfari ha pubblicato sul quotidiano da lui fondato, «Repubblica», una nota in cui, parlando dei suoi colloqui con papa Francesco, ha “rivelato” che il pontefice, quando si intrattiene con lui «con la massima confidenza culturale», non ha difficoltà a spiegare che egli «concepisce il Cristo come Gesù di Nazareth, uomo, non Dio incarnatoUna volta incarnatoGesù cessa di essere un Dio e diventa fino alla sua morte sulla croce un uomo».
A conferma di questa affermazione, il giornalista citava una conversazione in cui aveva discusso con Francesco il senso delle drammatiche parole pronunciate da Cristo durane la sua passione. «Quando mi è capitato di discutere queste frasi papa Francesco mi disse: “Sono la prova provata che Gesù di Nazareth una volta diventato uomo, sia pure un uomo di eccezionali virtùnon era affatto un Dio”»L’esplicita negazione, insomma, dei mille anni di concili della Chiesa indivisa e del simbolo niceno-costantinopolitano (il “Credo”) che si recita la domenica in tutte le chiese.
È seguita, ovviamente, la smentita dalla sala stampa del Vaticano: «Come già affermato in altre occasioni, le parole che il dottor Eugenio Scalfari attribuisce tra virgolette al Santo Padre durante i colloqui con lui avuti non possono essere considerate come un resoconto fedele di quanto effettivamente detto, ma rappresentano piuttosto una personale e libera interpretazione di ciò che ha ascoltato, come appare del tutto evidente da quanto scritto oggi in merito alla divinità di Gesù Cristo».
Ma per Scalfari è un’abitudine…
Non è, del resto, la prima volta che una simile situazione si verifica. Nel marzo 2018, nel resoconto di quella che veniva presentata da Scalfari come un’«intervista» al papa, si attribuiva a quest’ultimo – anche questa volta tra virgolette – l’affermazione secondo cui«non esiste un inferno, esiste la scomparsa delle anime peccatrici», le quali «non vengono punite», ma, se «non si pentono e non possono quindi essere perdonate, scompaiono». Una teoria fantasiosa e sicuramente in contrasto col dogma cattolico.
Anche allora la sala stampa, qualche ora dopo, spiegava che quanto riferito dall’autore nell’articolo era «frutto della sua ricostruzione», e non riportava «le parole testuali pronunciate dal Papa».
Gli equivoci di Scalfari sulle posizioni di papa Bergoglio in realtà risalgono ancora più indietro nel tempo, all’inizio del suo pontificato. Senza pretendere, questa volta, di riferire una conversazione privata, ma basandosi sui documenti e i discorsi di Francesco, il giornalista sosteneva che Francesco è un pontefice «rivoluzionario», perché «ha abolito il peccato». E lo fa, spiegava, «servendosi di due strumenti: identificando il Dio cristiano rivelato da Cristo con l’amore, la misericordia e il perdono. E poi attribuendo alla persona umana piena libertà di coscienza» («Repubblica» del 29 dicembre 2014). Un’incomprensione che viene da credenti e non credenti
Alcune considerazioni vengono spontanee. La prima è che la svolta data da papa Francesco allo stile, più che al contenuto, del magistero pontificio, è stata e continua ad essere fraintesa da molti, siano essi non credenti, come Scalfari, siano essi credenti (come i tanti che pensano che l’attuale papa stia rompendo con la tradizione dottrinale del cattolicesimo).
Il prezzo di una maggiore fedeltà al vangelo
La seconda considerazione è che questo fraintendimento, paradossalmente, è dovuto non a un tradimento del messaggio evangelico, ma precisamente allo sforzo fatto da Francesco per essergli sempre più fedele. Ciò sta comportando la rottura con alcuni schemi mentali consolidati entro cui esso era stato coartato e che venivano (e vengono ancora) scambiati – da credenti e non credenti – per la “vera” dottrina cattolica.
Emblematica la sottovalutazione dell’umanità di Cristo, spesso ridotta, in passato, a una pura apparenza del suo essere divino. Si capisce perché sia potuto accadere che, insistendo su questa dimensione umana di Gesù, il papa abbia dato l’impressione a Scalfari (e non solo a lui) di negarne la divinità, quando invece voleva evidenziare che quest’ultima si dà – è il mistero dell’incarnazione – solo nella inquietante fragilità di un uomo torturato e crocifisso.
È lo stesso tipo di equivoco per cui, recentemente, in una comunità ecclesiale qualcuno ha pregato «perché i pastori parlino di Cristo, e non di immigrati». Senza rendersi conto che – in termini rigorosamente evangelici (cfr. Mt 25) – Cristo lo incontriamo non in cielo, ma proprio negli immigrati.
Coscienza e misericordia travisate
Un altro schema che papa Francesco ha contraddetto, attirandosi un’entusiastica approvazione (di non credenti) e una indignata disapprovazione (di credenti) egualmente infondate, è quello che sottovalutava il ruolo della coscienza e definiva il peccato in base all’osservanza o meno di regole rigorosamente oggettive. Ancora una volta, alcuni, come Scalfari, hanno esultato, mentre altri, come Socci & c., sono insorti, non rendendosi conto che il concetto di peccato non veniva affatto abolito, ma riportato al suo più profondo significato biblico di rottura della relazione con Dio e con i fratelli, di cui la coscienza soltanto, in ultima istanza, può rispondere.
In questa stessa prospettiva, l’insistenza di Francesco sulla misericordia è stata fraintesa. Da un lato, non ci si è resi conto che essa ha senso solo se si ammette l’esistenza di peccati e di peccatori da perdonare. Dall’altro, si perso di vista, si è accusato il papa di non subordinare questa misericordia alla conversione, dimenticando che nel vangelo quest’ultima è spesso il frutto e non la condizione del perdono.
Ma che immagine si aveva del cristianesimo?
La terza considerazione è che evidentemente in questi ultimi decenni – malgrado il concilio Vaticano II – l’immagine del cristianesimo e della Chiesa ampiamente dominante, sia tra i credenti che tra i non credenti, era tale da far apparire “eresie” ai primi e “rivoluzioni” ai secondi alcune prese di posizione di papa Francesco, che miravano soltanto a riscoprire nella sua genuina portata l’essenziale del vangelo. E da far credere a molti cattolici che sia perfettamente “cristiano” chi fa di Cristo una bandiera, sventolando il rosario e difendendo il crocifisso di legno nelle scuole, anche se poi rifiuta di riconoscerlo e rispettarlo negli immigrati e nei rom.
Un rischio sottovalutato
La quarta e ultima considerazione è che probabilmente papa Francesco, nelle sue scelte, ha sottovalutato il peso che questo contesto ecclesiale e culturale poteva avere nella corretta lettura del suo sforzo di rinnovamento della Chiesa e del messaggio evangelico. Da qui una certa noncuranza per i rischi connessi al quadro che abbiamo tracciato e forse, una certa imprudenza nell’esporsi ad essi.
Non posso non chiedermi, ad esempio, perché continuare a parlare personalmente di teologia con un giornalista che poi sistematicamente pubblicava sul suo quotidiano una versione distorta del colloquio – o almeno, perché non chiedere gentilmente, prima della pubblicazione, una preventiva rilettura comune (specie delle frasi tra virgolette!).
Il capo della Chiesa deve fare attenzione a quello che viene presentato alla sua gente come “detto dal papa”, perché ha il compito di evitare lo scandalo dei piccoli a lui affidati, anche se infondato. Senza dire che anche il consenso dei non credenti, se basato su un equivoco che snatura il messaggio cristiano, non giova a nessuno.
Il bisogno di indicazioni concrete
Allo stesso modo, bisogna evitare che le aperture pienamente condivisibili al ruolo della coscienza nelle scelte etiche vengano scambiate per concessioni al relativismo, come molti – dentro e fuori la Chiesa – hanno creduto. Ma per questo sarebbe forse necessario tradurre il principio generale in indicazioni più concrete, soprattutto relativamente a quell’accompagnamento ecclesiale che giustamente nell’Amoris Laetitia viene indicato come un antidoto al soggettivismo. In mancanza di questo, molti hanno pensato e dicono che ormai “anche il papa ha detto che non c’è nulla di male”…
In mezzo al guado
La Chiesa paga per il necessario sforzo di tradurre il suo messaggio e la sua stessa identità dai linguaggi del passato a quelli del presente. Probabilmente è ancora in mezzo al guado, troppo avanti agli occhi dei “conservatori”, ancora troppo indietro agli occhi dei “progressisti”.
Papa Francesco sta pagando sulla sua pelle questa difficilissima transizione. Gli uni lo accusano di una crisi della Chiesa che in realtà era inevitabile (e già in corso sotto i suoi predecessori) e che sarebbe stata ben più disastrosa senza le prospettive da lui aperte. Gli altri cercano chiassosamente di aggregarlo al loro carro, senza rendersi conto che il papa dev’essere il vicario di Cristo per tutti i cattolici.
Francesco, certamente, ha i suoi difetti e fa i suoi errori – a qualcuno ho appena accennato –, come tutti gli esseri umani. Ma ha avuto il coraggio di entrare nelle acque tumultuose e infide del cambiamento, con la consapevolezza che questo era ciò che Dio gli chiedeva. E di questo coraggio noi gli saremo sempre grati.
 Giuseppe Savagnone



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