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martedì 23 novembre 2021

TOLLERANZA E INCLUSIVITA'


La Tolleranza in prospettiva pedagogico-didattica. 

- La via dell’educazione inclusiva -

- Intervento di Paolina Mulè e Alessio Annino, docenti del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Catania, in occasione della Giornata internazionale della Tolleranza

- di  Paolina Mulè e Alessio Annino

L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con le delibere nn. 47/124 del 18 dicembre 1992 e 48/126 del 20 dicembre 1993 e 49/213 del 23 dicembre 1994, ha proclamato e sostenuto l’Anno delle Nazioni Unite per la Tolleranza.

Nell’ambito del panorama pedagogico e didattico, misurarsi con la categoria della tolleranza, che deriva dal latino tolerantia, toleràre che significa sopportare, sollevare, rimanda ad un lavoro di analisi che guarda al soggetto-persona e agli orizzonti antropologici, culturali e linguistici in cui il soggetto cresce, si sviluppa, si forma. Poiché l’alterità per definizione è ciò che è altro da me, a fronte di potenziali slittamenti semantici, come tolleranza non si deve intendere in questa sede una concessione bonaria, paternalistica, di un qualche spazio, bensì un pieno riconoscimento delle individualità.

Le questioni relative all’educazione interculturale e all’educazione alla differenza e, quindi, all’inclusione si situano all’interno di questa dialettica, e s’impongono all’attenzione del pedagogista, dell’assistente sociale, del politico, dei docenti nel contesto scuola, della stessa società che vive nel e del confronto con l’alterità, come luogo in cui affiorano posizioni contrapposte, ora di apertura culturale e politica, ora di arroccamento su fondamentalismi, dogmatismi e impliciti culturali.

La ricostruzione storica di una dialettica che oscilla tra identità e diversità, tra soggettività ed alterità, pone in evidenza non solo gli eventi, i fenomeni e i processi ad essa interrelati ma anche, e soprattutto, l’affermazione di una modalità ideologica di intendere, vivere e rappresentare il problema antropologico della diversità, sottolineando altresì l’esistenza di una razionalità totalizzante, unitaria, dogmatica, fondata sui princìpi quali l’ordine, l’unità, la norma. In ragione di ciò, la fenomenologia del razzismo si accompagnerà così a modelli di elaborazione e diffusione quale la paura per lo straniero e per la perdita di identità, da cui avranno origine misure di controllo sociale che sconfineranno nell’epurazione e nello sterminio.

Gli eventi sociali, politici, culturali del secondo Novecento del secolo scorso, però, impongono significativamente il bisogno di educare alla differenza per valorizzarla, per promuoverla come elemento di ricchezza che faccia leva sulla logica della curiosità e dell’incontro, portando all’attenzione di molti soggetti istituzionali e dei cives chiamati a partecipare dell’alterità riconosciuta, la  prospettiva dell’educazione all’inclusione come ipotesi di fondazione di una Bildung per la pacifica convivenza, per la cooperazione, per la democrazia. A fronte del riconoscimento del plurale, del molteplice, salvaguardando l’unicità e l’irripetibilità di ciascuno, si è andata delineando la consapevolezza della categoria della differenza non come categoria della normalità ma come condizione esistenziale che caratterizza ciascun soggetto-persona. Un tale ethos si fonda sul presupposto che soggetti-persona e gruppi umani, considerati nella loro unicità, hanno il diritto di acquisire visibilità sociale e peso specifico in sede politica, e che occorre superare la logica perversa del gioco centro-margine, quel gioco che ha permesso la cancellazione, la segregazione, la negazione. Rispetto a questo orizzonte culturale, l’educazione alla differenza e, quindi, all’inclusione si pone come scelta ineludibile.

La prossimità non è riduzione della differenza e costruzione di identità al plurale; piuttosto è scoperta della ricchezza antropologica dell’alterità; è costruzione di orizzonte di co-implicazione e di autentica comprensione. Facile e spontaneo è il percorso che porta all’innalzamento dei muri tra i Noi e i Loro, quando non vi sia una tensione culturale all’emancipazione, che comporta, tra le altre cose, la visione dell’alterità come fonte di confronto; in alcune occasioni è molto più facile allontanare, escludere, rifiutare. Da qui emerge con prepotenza il ruolo nevralgico della scuola e delle fondamentali agenzie della formazione, su tale questione.

La scuola, infatti, può e deve diventare luogo in cui si sperimentano il pluralismo, la pacifica convivenza, la democrazia, l’inclusione a condizione che questa istituzione fuoriesca dal modello istituzionale, culturale e pedagogico monotematico, monolinguistico, etnocentrico e monoculturale. Il pianeta-scuola, soprattutto per quanto riguarda una realtà sociale e culturale come l’Italia contemporanea, in un certo senso vive di contraddizioni continue e di speranze profondissime che si trascinano da decenni, alimentando un paradosso che quotidianamente favorisce la coesistenza di istanze innovatrici, realmente tese allo scambio reciproco, nonché di resistenze etnocentriche quasi ancestrali, legate culturalmente a schemi di netto rifiuto e di completo ostracismo nei confronti di tutto ciò che è nuovo, quindi diverso. In una riflessione pedagogica serrata e continua, l’articolazione appartenenza-consapevolezza-responsabilità-partecipazione diviene essenziale per i processi inclusivi e per la vita democratica di una comunità, e in un’analisi radicale e profonda dei contesti sociali e culturali, essa permette di fissare come obiettivo teleologico quello di ritrovare un proprio baricentro di significato in una liberazione da pregiudizi, schemi sedimentati e modelli.

Partendo dalla base dell’appartenenza etica, passo dopo passo si acquisisce e si sviluppa la responsabilità, per maturare una piena partecipazione civica, e nello stesso tempo emerge la tensione alla ripresa di un dialogo vigoroso per attuare una sistematica affrancazione della cultura, e da una certa cultura gestita ed assorbita passivamente, per affidarle un compito di riformulazione della stessa vita sociale, e avvicinare le aspettative ai bisogni più radicali e contingenti dei soggetti. In questo modo il modello dell’educazione inclusiva diventa la via possibile per determinare il cambiamento di prospettiva nei confronti dei soggetti altri e diversi.

Tale modello prevede procedure complesse, basate via via sull’interazione dei consociati da un lato, e sulle scelte politiche e culturali dall’altro, ed il tutto è concatenato in una serie di comportamenti ed orientamenti educativi e formativi che comportano capacita di lettura critica e consapevolezza dell’appartenenza etica al territorio e della propria identità. In sintesi, ponendosi come centro della formazione alla libera investigazione, al dialogo, al confronto, alla partecipazione, alla co-implicazione, alla valorizzazione della differenza, la scuola può fare emergere e sentire vivi i valori della persona, dell’alterità, della diversità, della pluralità, dell’intersoggettività. In questo modello aperto alla pluralità dei soggetti-persona, dei linguaggi, dei saperi, dei sistemi di rappresentazione sociale, esercita una funzione di primo piano l’attenzione per un pensiero creativo, divergente e dunque lo stesso problema della conoscenza, da non pensarsi in termini di trasmissione culturale ma di autonoma costruzione di modelli conoscitivi.

Ne consegue che il modello dell’ educazione inclusiva, riferendola ad un processo volto a tutelare il diritto all'istruzione per tutti, indipendentemente dalla diversità di ogni individuo dovuta a disabilità e/o svantaggi psicologici, sociali, economici e culturali, permette alle scuole di creare le condizioni affinché tutti possano sentirsi accolti, in modo tale che ciascuno possa apprendere e partecipare alla vita scolastica e trattare la diversità come parte della normalità, non solo a scuola ma anche nella vita sociale, culturale e professionale. L’educazione inclusiva diventa, quindi, una lotta contro la segregazione, perché quello che è in gioco non è che le persone diverse imparino più o meno stando tra i coetanei, ma che la scuola debba concedere un altro modello educativo dove tutti imparino unitamente a coesistere.

É quindi un’educazione interculturale ed inclusiva che sia capace di educare ad una cittadinanza rapportata con la diversità, che comprenda, difenda e promuova le differenze umane come valore e diritto, e al tempo stesso che sviluppi la convivenza democratica fra le diverse culture dell’aula. L’educazione e la cultura sono gli unici strumenti che possano umanizzare l’essere umano e solo così si potrà produrre progresso umano e civile. In ragione di ciò, nella scuola dell’autonomia ciò è possibile, a patto che si ripensi il profilo culturale e professionale del dirigente scolastico e del docente attraverso un autentico patto formativo tra le due figure, che faccia riacquistare al dirigente scolastico una specifica leadership educativa e all’insegnante una formazione basata su un chiaro equilibrio tra la didattica, la cultura e la governance.

La scuola dell’autonomia deve, quindi, ristabilire il corretto equilibrio tra la governance, la didattica e il progetto culturale per costruire una scuola inclusiva che possa essere al tempo stesso espressione di una scuola democratica, equa, giusta ed efficace, che offra ad ogni studente la possibilità di sviluppare le sue potenzialità inespresse e, nel contempo, una scuola che riesca a valutare e ad orientare i talenti di ogni studente e il merito, inteso come espressione di una responsabile confronto non esageratamente competitivo tra le diversità che si sviluppano nella eterogeneità della classe. Urge quindi una nuova didattica che deve trovare un bilanciamento tra i contenuti, i metodi e il digitale e deve chiarire il senso dell’inclusione.

Università di Catania - Bollettino di Ateneo

 

mercoledì 7 luglio 2021

FORMARE PER PROMUOVERE FRATELLANZA


 Versaldi: puntare sulla formazione per promuovere la tolleranza e la fratellanza umana

Siglato l’accordo di collaborazione tra la Congregazione per l’educazione cattolica e il Ministero per l’educazione degli Emirati Arabi. "Il Documento sulla Fratellanza - spiega a Vatican News il cardinale, di ritorno da Abu Dhabi - continua a dare i suoi frutti"

 

-         di Davide Dionisi – Città del Vaticano

-          

Promuovere la tolleranza, la coesistenza e la fratellanza umana nel mondo. E’ questo l’obiettivo dell’accordo di collaborazione siglato lunedì scorso dal Ministro per l’educazione degli Emirati Arabi Uniti e dal cardinale Giuseppe Versaldi, prefetto della Congregazione per l’Educazione Cattolica. L’intesa coinvolge le scuole cattoliche e gli istituti di formazione del Paese.

Il "Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune" firmato due anni fa ad Abu Dhabi da Francesco e dal Grande Imam di Al-Azhar Ahmad Al-Tayyib, continua a dare i suoi frutti anche nel campo della formazione tanto che lo stesso sceicco Nahyan bin Mubarak Al Nahyan, Ministro della Tolleranza e della Coesistenza “si è detto grato al Papa per aver promosso questa iniziativa": spiega il porporato.

Un passo importante 

"Si tratta di un passo importante, anche se limitato al campo dell’educazione e alle attività che competono ai ministeri interessati” aggiunge il cardinale Versaldi in visita nei giorni scorsi ad Abu Dhabi, accompagnato da monsignor Guy-Réal Thivierge, Segretario Generale della Pontificia Fondazione Gravissimum Educationis, e da Tajeddine Seif Ambasciatore della stessa Fondazione. “Concretamente i nostri studenti e quelli delle scuole arabe possono frequentare seminari, aprire nuove collaborazioni, fare ricerche, visitare i reciproci istituti sulla base dei valori comuni, nel pieno rispetto delle differenze. Senza alcun proselitismo” precisa il prefetto della Congregazione per l’Educazione Cattolica, anticipando che "dopo l’emergenza Covid sarà nostro compito coinvolgere docenti e discenti affinché l’accordo entri nel pieno delle sue funzioni. Seguirà una serie di iniziative concrete di interscambio culturale".

 Scuola, Versaldi: camminiamo per uscire dalla crisi migliori di prima

  Vatican News

 

 

sabato 27 aprile 2019

IL VERO SCONTRO NON E' TRA LE RELIGIONI, MA DENTRO DI ESSE


di Giuseppe Savagnone

L’opinione pubblica italiana e l’Islam

Gli ultimi sanguinosi attentati contro le chiese cristiane, nello Sri Lanka, hanno dato luogo, su una parte della stampa e sui social, a una ridda di commenti aspramente ostili sia nei confronti dell’islam che di quanti, in Occidente, hanno nei suoi riguardi un atteggiamento dialogico.
Un bell’esempio lo troviamo sul quotidiano «Libero» del 23 aprile, in un pezzo firmato dal direttore, Vittorio Feltri: «Il pensiero unico progressista è che i figli di Allah spesso non sono figli di puttana, bensì bravi ragazzi fedeli di una religione nobile che hanno varie ragioni per odiare noi che non adoriamo il loro Dio».
Da qui una conseguenza sconsolante per un onesto giornalista: «Guai a fare un titolo che definisca bastardi gli attentatori».
Vari esempi di giornalismo tollerante
Su questo veramente i fatti sembrano contraddire il brillante opinionista. Perché proprio il suo giornale, quando ne era direttore Maurizio Belpietro (ora alla guida di un altro foglio della medesima linea, «La Verità»), all’indomani dell’attentato di Parigi del novembre 2015, uscì con il titolo, a caratteri di scatola, «Bastardi islamici» e, accusato di «offese a una confessione religiosa mediante vilipendio di persone», è stato poi assolto con formula piena dal Tribunale di Milano.
Così come era stato già assolto qualche tempo prima, anche questa volta perché «il fatto non sussiste», per aver pubblicato una foto dell’attacco terroristico al giornale parigino Charlie Hebdo il 7 gennaio 2015, titolando «Questo è l’Islam».
Magari sarà perché i giudici che hanno emesso quelle sentenze non aderiscono compitamente a quel «pensiero unico» secondo cui «i figli di Allah spesso non sono figli di puttana», ma da esse non traspare proprio quel filo-islamismo cieco che Feltri denunzia a gran voce.
Anche se, con franchezza, mi chiedo come avrebbe reagito la mia sensibilità di cristiano se, sotto le foto dell’attentato del 15 marzo scorso contro due moschee di Christchurch, in Nuova Zelanda, dove sono morti 50 fedeli islamici e altri 50 sono stati feriti, un quotidiano avesse apposto il titolo: «Questo è il Cristianesimo». Oppure «Bastardi cristiani».
Una distinzione dentro l’Islam
Certo, questo suppone si possa far distinzione tra quei seguaci dell’Islam che interpretano la loro fede in modo compatibile col dialogo tra diverse religioni, escludendo il ricorso alla violenza fisica o verbale, e quelli che invece possiamo definire, con una formula un po’ sbrigativa ma abbastanza fedele, “fanatici”.
Il caso delle autorità musulmane dello Sri Lanka
Che ce ne siano della prima categoria, e ai massimi vertici della gerarchia religiosa musulmana, lo dicono le reazioni agli attentati dello Sri Lanka.
Su di essi si è chiaramente pronunziato il Consiglio dei saggi musulmani, sotto la presidenza del Grande Imam di al-Azhar Ahmed El-Tayeb.
«Il Consiglio – si legge in un comunicato – denuncia con forza attacchi così spregevoli che vanno contro gli insegnamenti di tutte le religioni e credi, nonché contro tutte le leggi e norme sociali internazionali».
Il Consiglio sottolinea inoltre «l’urgente necessità di intensificare gli sforzi internazionali per contrastare tutte le forme di terrorismo. Gli attacchi contro civili innocenti che celebrano una festività religiosa – si legge nel comunicato – dimostrano che le persone che hanno compiuto questi attacchi non sono altro che vigliacchi disumani».
Alla strage di Colombo il Grande Imam di al-Azhar dedica anche un tweet personale: «Non posso immaginare che un essere umano possa prendere di mira persone innocenti nel giorno della loro celebrazione. Queste perverse azioni terroristiche vanno contro gli insegnamenti di ogni religione».
Anche a livello locale, i massimi leader musulmani dello Sri Lanka si sono pronunziati senza alcuna sfumatura di ambiguità: «A nome della comunità musulmana dello Sri Lanka, offriamo le nostre condoglianze al popolo della fede cristiana e estendiamo le nostre mani in segno di amicizia in solidarietà».
A questa solidarietà ha fatto riscontro una precisa richiesta: «Esortiamo il governo a fornire sicurezza a tutti i siti religiosi e a dare la massima punizione a tutti coloro che sono coinvolti in questi atti ignobili», ha detto Jamiyyathuul Ulama, leader dei teologi musulmani di tutto il Paese.
Fanatici e traditori
Tutti figli di p…, tutti bastardi, travestiti da brave persone per ingannare l’opinione pubblica mondiale?
A smentire questa ipotesi – peraltro già in sé piuttosto avventurosa – stanno ancora una volta i fatti. Raramente ci si rende conto che il bersaglio delle più efferate violenze compiute dagli islamici fondamentalisti non sono rivolte contro i cristiani, ma contro i loro correligionari illuminati e impegnati a sviluppare un dialogo con le altre religioni, prima fra tutte il cristianesimo. La logica è semplice ed è esattamene la stessa che porta personaggi come Feltri, o Belpietro, o Sallusti, a inveire, prima ancora che contro i musulmani, contro i non-musulmani che dialogano con loro. Per il fanatico, nulla vi è di più esasperante di un atteggiamento che ai suoi occhi appare un tradimento, le cui ragioni non possono che essere le più ignobili.
Lo scontro tra civiltà e inciviltà
Così, è certamente una tragedia immane che solo nel 2018 – secondo un rapporto di World Watch List – ben 4.305 cristiani siano stati uccisi per la loro fede.
Ma le cronache delle violenze intestine diffuse in tutto il mondo islamico fa sospettare che ancora di più siano i seguaci moderati dell’Islam uccisi dagli estremisti.
Il che, ovviamente, non attenua, anzi ingigantisce la tragedia, ma la situa nella sua reale prospettiva, che non è quella dello «scontro di civiltà» di cui parlava Huntington, ma della sfida all’ultimo sangue tra civiltà e inciviltà, trasversale a tutte le religioni – ci sono fondamentalisti ebrei, indù, cristiani – e che si sta svolgendo anche all’interno dello stesso cattolicesimo tra una linea aperta al confronto e all’incontro, pur senza edulcorare le diversità, e chi invece accusa la Chiesa attuale, primo fra tutti papa Francesco, di colpevoli silenzi.
I presunti silenzi della Chiesa
È la denunzia del noto politologo americanoEdward Luttwak, intervistato a La Zanzara, suRadio 24: «Il Papa fa grandi dichiarazioni quando chiunque viene ucciso ma suicristiani sta zitto».
La realtà, veramente, è un’altra. Il giorno di Pasqua, nel messaggio Urbi et orbi, Francesco ha parlato con chiarezza: «Desidero manifestare la mia affettuosa vicinanza alla comunità cristiana, colpita mentre era raccolta in preghiera, e a tutte le vittime di così crudele violenza».
E lo ha fatto di nuovo lunedì, all’Angelus, quando, tra l’altro ha detto: «Prego per le numerosissime vittime e per i feriti. Chiedo a tutti di non esitare a dare l’aiuto necessario. Auspico che tutti condannino questi atti terroristici, atti disumani, mai giustificabili».
E più tardi, sempre lunedì, in un tweet: «Uniamoci anche oggi in preghiera con la comunità cristiana dello Sri Lanka colpita da una violenza cieca nel giorno di Pasqua. Affidiamo al Signore risorto le vittime, i feriti e la sofferenza di tutti».
Gli hanno rinfacciato che il tweet sia stato postato solo il giorno dopo (ma si era già espresso a voce!), con qualche ora di ritardo rispetto a quello in occasione dell’incendio di Notre Dame. Sarà vero, ma non mi sembra ci sano gli estremi per i toni esasperati di certa stampa e certi ambienti “cattolici”…
Amici e nemici
Ma forse la vera ragione è un’altra e viene evidenziata in una critica che si trova raccolta, insieme a quella di filo-islamismo, nel sito «Dagospia»: «Il papa dedica la via crucis ai migranti, ma abbandona i cristiani perseguitati nei paesi musulmani».
Già. I migranti. Tutta la politica dei “porti chiusi” si regge su una logica che divide il mondo in “amici” – gli italiani, i turisti stranieri ricchi (nessuno respinto alle frontiere…) – e “nemici” (i migranti poveri, ricondotti acriticamente alla categoria dell’islam, anche se in realtà molti sono cristiani come noi). Rientra in questo quadro manicheo l’accusa fatta da Feltri nel suo articolo a tutti i critici della linea del nostro attuale governo: «Non hanno neanche il coraggio di ammettere che il monopolio del terrorismo ce l’hanno i cannibali dell’islam».
Se loro e solo loro sono una minaccia per il cristianesimo, va bene la visione seguita, rigorosamente in nome del vangelo, dal nostro ministro degli Interni e profeticamente anticipata da Feltri in un suo articolo di tre anni fa: «Cerchiamo almeno di rendere la vita dura agli invasori, così come fecero gli antichi romani. I quali (…) combattevano con tutte le forze allo scopo di non farsi dominare dagli stranieri incivili» («Libero», 20 maggio 2016).
Se invece la minaccia – per il Cristianesimo come per l’Islam – sono i fanatici che vogliono a tutti costi lo scontro, falsando lo spirito delle loro rispettive religioni, la vera risposta è quella che ha dato l’imam dei musulmani sufi che, a Colombo, ha invitato i cristiani, rimasti esclusi dalle loro chiese, a venire a pregare nella sua moschea.





giovedì 15 gennaio 2015

CHARLIE O NON CHARLIE?


Perché io non sono Charlie


di Giuseppe Savagnone


Ora che l’emozione per la spaventosa  strage di Parigi comincia a lasciare il posto a una più meditata presa di posizione – guai se a subentrare fossero l’oblìo e l’indifferenza! – posso azzardarmi a dire ciò che fin dal primo momento mi ha colpito nei giorni successivi a questa terribile vicenda, senza rischiare (almeno lo spero) fraintendimenti.
La prima cosa è il fatto che, in questa nostra vecchia Europa,  la fede religiosa non è venuta meno, né è stata sostituita del tutto da un cinico utilitarismo, come hanno spesso sostenuto degli osservatori che usavano come unico parametro le religioni tradizionali. 
La reazione unanime di intensa commozione collettiva che, senza eccezioni, ha fatto seguito al massacro dei giornalisti di «Charlie Ebdo», propagandosi nelle case, per le strade, negli uffici, perfino negli stadi di calcio, non parla soltanto di una umana solidarietà per le vittime, ma soprattutto di una fede diffusa e profonda in ciò che esse rappresentavano agli occhi della gente: la libertà. 
La divinità delle Chiese sono tramontate, ma la sete di assoluto che c’è nel cuore umano non ha cessato  di cercare nuovi oggetti di culto, e ne ha trovato almeno uno in cui vale la pena di credere. Le manifestazioni di massa, i cori scanditi, i simboli con scritto «Je suis Charlie», non avevano scopi utilitaristici di alcun genere, erano delle vere e proprie liturgie.
La seconda cosa che mi ha colpito è la forza indiscutibile di questa fede……


Je suis Charlie Hebdo et le Coran - Spunti per una ricostruzione