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giovedì 21 settembre 2023

IO e GIO - NE VALE LA PENA




Recensione di David Valentini


 Io e Gio, è l’esordio di Francesco Prosdocimi, classe 1991. La trama è fra le più semplici: Pietro deve trovare un modo per prendersi cura del fratellino Giovanni, di appena dieci anni, dopo la scomparsa dei loro genitori. Allontanarsi da una casa piena di ricordi e rifugiarsi in una baita in montagna nel profondo nord italiano è la soluzione rinvenuta per tornare alla vita.

 Di fatto, questo libro è a metà fra un romanzo breve e un racconto lungo, in quanto presenta un lasso di tempo ben preciso, situato dopo il lutto e prima del ritorno alla normalità: un lasso di tempo nel quale accade poco o niente ma che risulta fondamentale perché senza questa “fuoriuscita forzata dalla vita” probabilmente i due fratelli non riusciranno a tornare padroni delle proprie esistenze.

 Interessante è notare come ciò che è accaduto prima e ciò che verrà dopo restano in qualche modo fuori dalla narrazione.

 Tutto ciò che sappiamo della vita precedente di Pietro e Giovanni è infatti racchiuso nella perdita dei genitori e in un personaggio di nome Robbi, la cui unica funzione è fare da esecutore testamentario delle ultime volontà genitoriali: occuparsi, cioè, dell’eredità. Nient’altro sappiamo di come si svolgevano le giornate prima dell’incidente che ha privato i due fratelli di un padre e di una madre. La casa stessa, quando viene il momento di ritrovarla dopo tanto tempo, non viene visitata: l’esplorazione viene rimandata a un giorno. Oggi no, si dicono, «Ma un altro giorno sì» (p. 148). È appena il caso di sottolineare come per Pietro stia avvenendo un enorme processo di rimozione e di negazione, che comincia a sciogliersi in occasione di alcune risposte che il ragazzo fornisce al fratello (papà giocava nel Vicenza, anche lui ha sbagliato un rigore ecc.). Giovanni, dal canto suo, si chiude in un mutismo pericoloso che gli impedisce, per buona parte della narrazione, di avere contatti con i coetanei, arrivando ad attirare l’attenzione degli assistenti sociali. Come a dire che ognuno affronta il dolore a modo proprio, certamente, ma anche che nessuno si salva da solo, e accettare la mano che viene tesa è il primo passo per la guarigione. Ecco allora che diversi personaggi arrivano a fungere da aiutanti in questo viaggio di uscita dall'inferno: il burbero signor Mueller, la professoressa di Gio, l'allenatore di calcio della squadra locale. Non ci sono antagonisti in questo libro perché, come capita nella vita vera, spesso il vero nemico è solo quel qualcosa che è accaduto e con il quale non si possono fare i conti. Non c'è scontro finale con la morte, se non la volontà di riprendere a vivere. Questo ci dice Prosdocimi per tutte le 160 pagine di Io e Gio.

 Di tutto ciò che verrà dopo abbiamo piuttosto qualche accenno. Prosdocimi lascia briciole qua e là: un dialogo, una promessa, la possibilità di qualcosa di grande. L’arco temporale di Io e Gio è tutto nel presente, in questi piccoli gesti quotidiani – prendersi cura di un gatto trovatello, una cioccolata calda, dei film visti decine di volte – che paiono insignificanti ma che, messi insieme, sono in grado di guarire le persone.

 Ciò che di questo esordio si può e si deve segnalare è la bellezza di dialoghi essenziali, brevi frasi ridotte all’osso che sanno però evocare l’affetto che scorre fra due fratelli che hanno perso tutto e che si ritrovano ad avere solo l’altro come compagnia. C’è una delicatezza di sottofondo, che scorre sotterranea per tutto il libro e che viene ben rappresentata anche dalla copertina, nella quale compaiono Pietro e Giovanni, seduti sul bordo di un fiume, in attesa silenziosa di qualcosa che verrà.

 Io e Gio

di Francesco Prosdocimi
Neo edizioni, aprile 2023

sabato 20 maggio 2023

L’ARTE DI PRENDERSI CURA

IN CAMMINO VERSO LA PENTECOSTE

«Il Paraclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» (Gv 14,26).

- di Giovanni Perrone

L’annuale ricorrenza della Pentecoste interroga il nostro essere cristiani ed educatori. I doni dello Spirito hanno, infatti, una valenza umana e spirituale. Lo Spirito ce li offre perché anche noi possiamo farne dono a coloro che incontriamo e ai nostri alunni. Essi costituiscono forti colonne, e allo stesso tempo bussola, per la nostra vita e per il nostro servizio.

Il Paraclito, ricordato sovente nel Vangelo e promesso da Cristo ai suoi discepoli, condivide e sostiene il nostro cammino. Lo stesso termine lo dice: paraclito è colui che accompagna, che difende, che aiuta a seguire il giusto cammino; colui che si prende cura e ci sostiene nel prenderci cura di noi stessi e di coloro che ci vengono affidati.

Gli stessi doni ch’Egli elargisce, come sorgente inesauribile, «la sapienza, l'intelletto, il consiglio, la fortezza, la scienza, la pietà e il timore di Dio» sono colonne portanti di un progetto di vita umana e cristiana, indicatori coi quali occorre confrontarci per valutare il nostro cammino e la nostra azione educativa e danno valore a ciò che facciamo, insegniamo.

Lo stesso impegno associativo, personale e comunitario, non ne può farne a meno, se vuole essere efficace, visibile credibile. Dunque, dobbiamo prendercene cura, con quotidiano impegno perché i doni che lo Spirito Santo ci elargisce siano accolti e fruttino, fortificando e rendendo feconda la vita di ciascuno e migliore la società ove operiamo.

Oggi, in un mondo in veloce mutamento, di fronte alla sfida dell’intelligenza artificiale e ai mille apprendimenti “fast food”, sovente disorientati dai fuochi artificiali di mille eventi e dall’assordante rombo di parole e discorsi, affascinati e intontiti dall’apparire, ci resta poco tempo per coltivare l’arte del discernimento e del prendersi cura.

Il prendersi cura sovente non è appariscente e non ha risultati immediati, ma un cammino costituito anche da silente, paziente e speranzosa attesa. Nel silenzio, nell’ascolto e nella lungimiranza il discernimento si raffina e produce vera crescita.

Il prendersi cura è intelligente e operosa presenza nel quotidiano. È previsione, competenza e azione. Non interessano medaglie, visibilità ed applausi, ma l’efficacia dei risultati.

I tragici eventi di questi giorni evidenziano la grande carenza e incapacità di prenderci cura del territorio. Al di là degli “eccezionali” eventi metereologici, è stata carente la manutenzione, cioè la quotidiana cura. Gli esperti ce lo dicono, i politici lo proclamano. Ma poi? Simili discorsi li abbiamo sentiti e li sentiremo. Proprio stamani, un anziano contadino mi diceva che nel passato c’era l’abitudine quasi quotidiana di curare la pulizia dei torrenti per “lasciare all’acqua la possibilità di scorrere liberamente anche quando sarebbe piovuto a dirotto”.

Gli stessi tragici eventi delittuosi che ci indignano e che danno luogo a mille dibattiti televisivi evidenziano la carenza educativa del prendersi cura, della quotidiana manutenzione di noi stessi e delle persone che ci vengono affidate.

Lo stesso può avvenire anche nella vita associativa, quando si cade nella tentazione di illudersi perché ogni tanto si celebrano grandi eventi, talora buoni principalmente per riempire i social.

Bisogna passare dalla logica del non m'importa a quella del mi importa, "i care", come diceva don Milani; dall'inedia al responsabile impegno.

Il termometro della vita personale, di quella familiare, di quella scolastica, di quella associativa, di quella religiosa e sociale è, infatti, l’arte di prenderci cura, dell’insieme e di ciascuno, prima che sia troppo tardi.

Il prendersi cura è l’arte del pellegrino che passo dopo passo va verso una meta, guardando nello stesso tempo il vicino e il lontano, e interagendo sapientemente con coloro e con ciò che incontra. È l’arte del mosaicista che sceglie una ad una le varie tessere e le situa in maniera da dare concretezza, bellezza e armonia al suo progetto. È l’arte del contadino che presta quotidiana attenzione non solo al suo campo, ma ad ogni singola pianta.

Il prendersi cura non è una somma di eventi, seppure appariscenti e appaganti; non è l’esercizio autoreferente del potere, ma è il prestare attenzione, apprezzare, aiutare, incoraggiare, valorizzare ogni risorsa, sostenersi vicendevolmente,  rendere un efficace servizio nella quotidianità, “mettendo insieme competenza e creatività” (Papa Francesco).

 Il prendersi cura non è, perciò, un solitario esercizio né un lampo di genio o un ammaliante scoop, né il riempire i social con le proprie immagini; non è una somma di eventi, seppure appariscenti e appaganti, non è il guardarsi allo specchio per compiacersi, ma è un camminare insieme verso una meta comune. È l’arte della condivisione e dell’essere paracliti gli uni gli altri.

Educare, in particolare, vuol dire prenderci cura, con costanza,  amore e con competenza, con fiducia,  specialmente dei più deboli o delle situazioni più precarie.

Siamo sempre chiamati alla speranza, che è il presente del nostro futuro (San Tommaso d’Aquino).

Cristo avrebbe potuto dare lo Spirito ai suoi apostoli in pochi istanti, ma scelse (e sceglie) il pellegrinare per gli impervi sentieri della Palestina, facendosi maestro e compagno. Passo dopo passo, giorno dopo giorno verso la Pentecoste, inizio di un nuovo cammino per i suoi discepoli e per il mondo intero. Ancor oggi Gesù ci dice: “Lo Spirito Santo vi dirà tutto ciò che ha udito e vi annunzierà le cose che verranno” (Gv. 16).

Ogni istituzione è chiamata ad essere un cammino condiviso, di solidarietà, di impegno, di maturazione; in cui ognuno voglia e sappia essere una preziosa risorsa per tutti: non il primo né il migliore, ma il servitore.

Anche noi siamo chiamati a farci generoso e quotidiano dono per tutti.

Non siamo lasciati soli: lo Spirito ci assiste e ci orienta perché ciascuno faccia del proprio meglio, divenendo Epifania dell'amore di Dio, umile e fecondo testimone di impegno attivo nella scuola, nella Chiesa, nell’associazione e nella società.