Nel suo racconto, l'arca non è soltanto un rifugio, ma anche una «casa del segno», parola, bara e culla. Che cosa rappresenta per lei l’arca di fronte al caos del mondo moderno?
Il filosofo Hadjadj al Meeting di Rimini
Perché parla del caos del
mondo moderno? Ci sono treni che arrivano in orario. C'è questa intervista che
stiamo facendo e che viene pubblicata su un giornale. Del resto, non siamo più
nella modernità, con la sua fede nel progresso e il suo umanesimo ateo. Siamo
in una postmodernità segnata dal sentimento dell'imminenza di un crollo, se non
addirittura di un’estinzione totale, e dalla fuga in quello che Papa Francesco
e Papa Leone XIV hanno chiamato il «paradigma tecnocratico». È qui l’analogia
con il tempo del diluvio. Davanti alla catastrofe imminente si moltiplicano i
dispositivi di divertimento e si cerca di accoppiare l’uomo con la macchina,
con la bestia, con il nulla. L’arca, in questo contesto, è anzitutto la Chiesa.
Attraverso i suoi sacramenti (impossibile amministrare un sacramento via
Internet), essa esige una prossimità reale. Delle famiglie si ritrovano di
nuovo attorno a una tavola, condividono il pane e il vino della vita, parlano
delle cose più semplici e più eterne.
Perché Noè salva
anche ciò che è impuro?
È una domanda
imprescindibile. L’arca, con i suoi scompartimenti e i suoi tre piani, è lì per
preservare le distinzioni orizzontali e verticali. Ma con essa appare anche,
per la prima volta, la distinzione tra gli animali puri e quelli impuri. Ci
sono qui due affermazioni fondamentali. La prima è che, per salvaguardare il
mondo, e contrariamente a ogni utopia totalitaria, occorre salvaguardare anche
l’impuro. Gesù dirà: «Lasciate che l'una (la zizzania) e l’altro (il grano)
crescano insieme» (Matteo 13,30). In tal senso, i commentatori
ebrei della Genesi dicono che la moglie di Noè era una discendente di Caino,
cosicché persino la discendenza del primo assassino viene preservata. La
seconda affermazione è che gli animali puri, allevati per l’alimentazione, sono
anche gli unici adatti al sacrificio. C’è dunque un legame tra la purezza e il
dono della propria vita. E alcune bestie, in particolare l’agnello, appaiono
improvvisamente come i nostri maestri spirituali.
Dopo il diluvio,
Noè offre sacrifici e riflette sulla colpa e sulla grazia di essere
sopravvissuto. Quale responsabilità ha colui che "è salvato"?
Noè sa che, se è giusto,
lo è per grazia. Come sopravvissuto, sente che la sua vita non gli appartiene.
È dunque pronto a offrirla per la salvezza degli altri. Ma è una prospettiva
che riguarda tutti: noi, i viventi, che ci troviamo in questo tempo alla punta
estrema di tutte le generazioni passate, perché siamo qui? Non abbiamo come
vocazione fare memoria e rilanciare il futuro, restituendo la generosità che
abbiamo ricevuto?
Lei scrive:
"Così, tra l'arca e il mattatoio, tra la vita e la carne, c'è il sangue
dell'altare. Così, tra la preservazione e la morte, e per superare
definitivamente la tentazione del suicidio, c'è il sacrificio". Può
spiegare questo passaggio?
La prima cosa che Noè fa
dopo aver ritrovato la terraferma è offrire un sacrificio di animali puri.
L’arca si trasforma in altare e poi in pira. Gli animali salvati diventano i
sacramenti della nostra stessa offerta. Ho sempre pensato che ci fosse una sola
alternativa: il suicidio o il martirio, l’odio per il dono della vita fino
all’autodistruzione, o l’amore per questo dono fino all’ultima testimonianza.