digitali
e la trasmissione
della fede
-di GUIDO MOCELLIN
Nelle «Considerazioni
sulla trasmissione della fede nel cambiamento d’epoca», appena pubblicate
dal Dicastero vaticano per la dottrina della fede con il titolo “Venite ad me”
(bit.ly/4ByBZpA), ci si poteva aspettare che vi fosse dedicato un certo spazio
alla “missione digitale”. Scorrendo l’indice in questa prospettiva,
l’attenzione va subito al terzo capitolo, quello che «si sofferma sulle sfide
del cambiamento d’epoca, la cui cifra è un’inedita difficoltà nel proseguire le
tradizionali forme di trasmissione della fede» (vedi la nota 3); ma qui solo
una breve sezione è intitolata alle «tecnologie digitali» (nn. 59-62), e in
essa solo un paragrafo (n. 60) prende direttamente in esame la «missione
digitale», senza peraltro definirla tale. Lo riporto per intero: «Se, da una
parte, nel mondo digitale non mancano le occasioni per condividere
testimonianze di vita ed esperienze spirituali, oltre a consentire una più
ampia diffusione dei contenuti della catechesi rispetto ai mezzi disponibili in
passato, le nuove tecnologie offrono senza dubbio possibilità inedite di
evangelizzazione. Dall’altra, tuttavia, in alcuni contesti la proposta di fede
rischia di essere disincarnata, disancorata dalla vita concreta o legata a
ideologie promosse da minoranze rumorose. Ciò può portare a deformazioni della
fede stessa o della coscienza, oppure indurre le persone a costruirsi una
cosiddetta fede “fai-da-te”, modellata sui propri gusti e sulle proprie
preferenze, anziché sull’insegnamento della Chiesa».
Oltre la fede “fai da te”
È un passo che esprime
una notevole prudenza sul possibile ruolo dei “missionari digitali” nella
trasmissione della fede (cf. anche Giovanni Tridente su SettimanaNews
bit.ly/4e3Y6KL).
Anche il resto del documento dà poco credito alle possibilità che l’evangelizzazione possa giovarsi delle vie digitali. Si osserva piuttosto che la «formazione spirituale viene progressivamente ridotta all’uso personale dei mezzi di comunicazione» (n. 51, a dirlo sono i vescovi di Malesia, Singapore e Brunei), che «la cultura, attraverso i social media e il discorso pubblico, plasma il modo di pensare dei cattolici [...] più di quanto non facciano la fede, la tradizione e la devozione» (n. 55, qui parlano i vescovi degli Stati Uniti), che «i social non colmano» il «bisogno e desiderio di appartenenza» degli esseri umani (n. 87), che le opere d’arte «sono in grado di rapire anche le menti più distratte dalle moderne tecnologie di comunicazione» (n. 98), che «un uso intenso delle tecnologie digitali non è sufficiente a colmare tutti i bisogni del soggetto umano» (n. 117).
Solo a proposito del battesimo degli adulti si annota, tra le motivazioni che spingono a chiederlo, «il contatto con altri credenti, sia a livello personale che nelle reti social» (nn. 63 e 65), mentre, prima di citare la testimonianza di una catecumena dal Belgio, si riconosce che può bastare «lo scrolling dei messaggi di un social network perché la grazia renda possibile un incontro capace di trasformare la vita».
Gli smartphone e l’anello
di Gollum
«Gli smartphone stanno nelle nostre tasche come l’anello di Gollum: intrattenimento o distrazione sono sempre a portata di mano», ha detto a sua volta, citando un confratello domenicano, il cardinale Timothy Radcliffe, interrogandosi su «Come possiamo toccare l’immaginazione dei giovani in questa epoca digitale?» (bit.ly/4jI7jMp) al recente Congresso internazionale sulla pastorale scolastica e universitaria. Mentre pone tra le tensioni in cui i giovani vivono a motivo delle tecnologie digitali anche il modo in cui i social si contendono l’attenzione degli utenti, sorprendentemente – ma la sorpresa è una cifra stilistica di cui fra Radcliffe è maestro – esprime anche un riconoscimento verso uno dei soggetti più attivi nella missione digitale: le religiose. Valorizza infatti la popolarità social raggiunta quest’estate in area anglofona dal «video di due giovani suore domenicane che ridevano insieme», ovvero dalla vera e propria tendenza virale chiamata “Nun girl summer” e ampiamente illustrata da riviste cattoliche di provata credibilità come “America” (bit.ly/4jM4zO7) e “The Tablet” (bit.ly/3WxW2oc).
Anche in Italia i video aventi per protagoniste le suore
godono di grande e meritata popolarità social: cito per tutte le anziane “Suore
Ravasco”, che ai lettori di “Avvenire” ho già presentato (ne ha scritto più
ampiamente Laura Badaracchi bit.ly/4yPVpnw).
Come dice il cardinale
Radcliffe, non dobbiamo «aver paura di essere noi stessi oggetti di attenzione.
Osiamo farci vedere».

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