"Non basta parlare,
limitarsi alle nozioni ma il tutto deve essere associato a ciò che l’insegnante
ha dentro, a ciò che lo ha spinto a diventare insegnante, alla passione e al
desiderio..."
“Abbiamo conosciuto un
tempo dove bastava che un insegnante entrasse in classe per far calare il
silenzio. Era lo stesso tempo dove era sufficiente che un padre alzasse il tono
della voce per incutere nei suoi figli un rispetto misto a timore” queste
sono le parole di Massimo Recalcati, psicanalista, che utilizza per
raccontare un'epoca in cui bastava la presenza per ottenere il silenzio, sia a
scuola che in famiglia.
La rigidità di un tempo
però, dichiara l’esperto: “ non impediva che le teste degli allievi
cadessero sui banchi e che i loro sguardi vagassero annoiati nel vuoto, o che i
figli lasciassero immediatamente uscire dalle loro orecchie le parole senza
appello dei padri. Ebbene questo tempo è finito, defunto, irreversibilmente
alle nostre spalle. Non bisogna rimpiangerlo, non bisogna avere nostalgia della
voce severa del maestro, né dello sguardo feroce del padre”. Ogni epoca
ridefinisce le proprie regole, soprattutto quando si ha a che fare con figli e
studenti.
Se da un lato oggi
l’educazione può apparire più fragile, dall’altro non possiamo non notare la
difficoltà di chi educa nel mantenere alta l’attenzione dei giovani. Infatti,
continua Recalcati: “Quando un insegnante entra in aula (o quando un padre
prende la parola in famiglia), deve ogni volta guadagnare il silenzio che onora
la sua parola, non potendosi più appoggiare sulla forza della tradizione – che
nel frattempo si è sbriciolata – ma facendo appello alla sola forza dei suoi
atti”.
Per gli insegnanti
educare è diventato una sfida quotidiana, serve passione, impegno, meraviglia.
Serve sempre qualcosa di nuovo, qualcosa che, appunto riesca a mantenere viva
la loro attenzione: “occorre che l’insegnante sappia preservare il giusto
posto dell’impossibile. Il maestro non è colui che possiede il sapere, ma
colui che sa entrare in un rapporto singolare con l’impossibilità che
attraversa il sapere, che è l’impossibilità di sapere tutto il sapere”. Ed
è qui che la persona acquista una posizione di centralità, non più un semplice
“ripetitore” ma qualcuno capace di trasmettere passione e desiderio.
Qualcuno che, attraverso
le proprie potenzialità, sappia far innamorare ancora una volta: “Ogni
insegnante insegna a partire da uno stile che lo contraddistingue. Non si
tratta di tecnica né di metodo. Lo stile è il rapporto che l’insegnante sa
stabilire con ciò che insegna a partire dalla singolarità della sua esistenza e
del suo desiderio di sapere”.
Insegnare deve essere
un’esperienza viva e autentica perché, dichiara l’esperto: "uno dei
nemici acerrimi del lavoro dell’insegnante è la tendenza al riciclo e alla
riproduzione di un sapere sempre uguale a se stesso. È lo spettro che sovrasta
e può condizionare mortalmente questo mestiere: adagiarsi sul già fatto, sul
già detto, sul già visto, ridurre l’amore per il sapere a pura amministrazione
di un sapere che non riserva più alcuna sorpresa”.
Dunque, seguendo le
parole dell’esperto, insegnare è diventata una vera e propria missione, più
difficile sì ma anche più autentica. Dove non basta trasmettere nozioni conta
ciò che l’insegnante è, la passione e il desiderio per questo lavoro.
Recalcati, infatti, conclude: “La Scuola è ancora ciò che salvaguarda
l’umano, l’incontro, le relazioni, gli scambi, le amicizie, le scoperte
intellettuali, l’eros. Un bravo insegnante non è forse quello che sa fare
esistere nuovi mondi? Non è quello che crede ancora che un’ora di lezione possa
cambiare la vita?”
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