basta con gli
strafalcioni'
Dopo
aver corretto pubblicamente il filosofo Umberto Galimberti su alcune affermazioni attribuite a
Gesù, invitandolo a una maggiore accuratezza nell'affrontare temi biblici, il
vescovo e teologo Antonio Staglianò torna a intervenire contro
un altro protagonista della divulgazione italiana. Questa volta nel mirino
finisce lo storico Alessandro Barbero, reo, secondo il presidente della
Pontificia Accademia di Teologia, di avere attribuito a sant'Agostino una delle frasi più celebri – e più
frequentemente travisate – della storia del pensiero cristiano.
Staglianò sembra ormai
aver assunto un ruolo preciso nel dibattito pubblico: quello del
"correttore" delle semplificazioni con cui, a suo giudizio, filosofi,
storici e intellettuali raccontano il cristianesimo a un pubblico
vastissimo.
Non si tratta, nelle sue
intenzioni, di difendere un'ortodossia accademica fine a sé stessa, ma di
evitare che errori ripetuti da figure autorevoli finiscano per trasformarsi in
verità condivise.
Lo scontro nasce da un
video diffuso sui social nel quale Barbero, spiegando le ragioni del
proprio ateismo, osserva che la fede appartiene a una dimensione
che va «al di là di ogni dimostrazione» e richiama quella che attribuisce a
sant'Agostino: «Credo perché è assurdo». È proprio questo passaggio a provocare
la reazione del teologo.
«Dinanzi a questa
affermazione c'è da sobbalzare», scrive Staglianò in una lunga riflessione.
«Come può uno storico del calibro di Barbero, e per di più uno dei maggiori
esperti del Medioevo, attribuire a sant'Agostino la celebre massima Credo quia absurdum?». Per il presidente della Pontificia
Accademia di Teologia l'errore non è marginale. Quella formula,
ricorda, non appartiene infatti al vescovo di Ippona, ma deriva da Tertulliano e, già nella sua formulazione originaria,
è molto diversa dalla versione entrata nell'immaginario collettivo.
Secondo Staglianò,
attribuire quella frase ad Agostino significa rovesciare il pensiero del grande
Padre della Chiesa, che dedicò l'intera esistenza a mostrare come fede e ragione non siano mondi contrapposti, ma
percorsi destinati a incontrarsi. Per questo il teologo parla di un «gigantesco
equivoco teologico e filosofico», ben più grave di un semplice lapsus.
Ma la replica va oltre la
questione filologica. Staglianò contesta anche l'idea, espressa da Barbero, che
la fede cristiana si collochi semplicemente «al di là di ogni dimostrazione». È
qui che il confronto si sposta dal terreno della storia a quello della
teologia.
«Il cristianesimo –
osserva – possiede una sua razionalità, anche se non è quella dei laboratori o
delle equazioni matematiche». La prova della verità cristiana, sostiene, non
consiste nell'assurdo, bensì nella testimonianza concreta della carità. Richiamando Hans Urs von Balthasar, ricorda che «solo l'amore è
credibile»: il logos della fede si manifesta nella capacità di donare la
propria vita, perfino per il nemico, e non nell'adesione irrazionale a ciò che
appare impossibile.
Da qui l'affondo finale
rivolto allo storico: «Non le chiediamo di tollerarci come simpatici sognatori
dell'assurdo». Una frase che sintetizza il senso dell'intervento: contestare
una rappresentazione del cristianesimo ridotto a fede cieca e irrazionale.
Al di là della polemica
contingente, il confronto tra Staglianò e Barbero mette in luce una questione
destinata a tornare sempre più spesso nel dibattito pubblico: fino a che punto
la divulgazione può semplificare senza deformare? Quando a parlare sono studiosi
seguiti da milioni di persone, una citazione inesatta o un riferimento
approssimativo rischiano infatti di trasformarsi rapidamente in conoscenza
condivisa. È su questo terreno, prima ancora che su quello confessionale, che
il presidente della Pontificia Accademia di Teologia sembra aver scelto di combattere la sua
battaglia.
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