giovedì 4 giugno 2026

MINORI E GUERRE

A Gaza, secondo Unicef, dall’inizio del conflitto nell’ottobre 2023 sono 21.000 i bambini uccisi, 45.000 quelli feriti e mutilati





 


MINORI

473 milioni

vivono in aree 

colpite dalle guerre


Da Gaza al Libano passando per il Sudan, il Mozambico, la RD Congo e l’Ucraina: la quota di bambini che vivono in zone di guerra è quasi raddoppiata, passando dal 10 per cento degli anni Novanta a circa il 19 per cento oggi. Il 4 giugno ricorre la Giornata internazionale dei bambini innocenti vittime di aggressioni, istituita dall’Onu nel 1982

-di Guglielmo Gallone – Città del Vaticano

Il primo pensiero va inevitabilmente a loro: erano almeno 150, avevano tra i sette e i dodici anni, frequentavano la scuola elementare Shajareh Tayyebeh di Minab, nella provincia meridionale di Hormozgan, in Iran, e lo scorso 28 febbraio sono state uccise negli attacchi militari scatenati da Stati Uniti e Israele contro l’Iran. È uno degli episodi che meglio esplicita il significato della Giornata internazionale dei bambini innocenti vittime di aggressioni, istituita dall’Onu nel 1982 e celebrata ogni 4 giugno per ricordare che, ancor più oggi, i minori non sono vittime collaterali. Nelle guerre contemporanee i minori sono spesso le prime vittime.

Le nuove dinamiche dei conflitti

Sfollati, le guerre provocano più spostamenti interni dei disastri naturali

Un nuovo drammatico dato emerge dal rapporto annuale dell’Internal Displacement Monitoring Centre (IDMC): alla fine del 2025 erano 82,2 milioni gli sfollati interni nel mondo, la ...

Lo sono perché al centro dei conflitti ci sono sempre più le grandi città e le aree metropolitane, ritenute strategiche perché centro del potere politico e infrastrutturale. Lo sono perché, nell’era dei social media e delle immagini, colpire le città produce immagini immediate, semina il panico e aumenta la pressione politica. Lo sono per via dei droni, le armi guidate a distanza che hanno trasformato il modo di combattere le guerre perché economici, difficili da intercettare e sempre più diffusi. E che se sulla carta sono venduti come sistemi capaci di colpire con precisione, sempre più spesso finiscono per mietere vittime tra la popolazione civile.

Da Gaza al Libano passando per Sudan e Ucraina

A Gaza, secondo Unicef, dall’inizio del conflitto nell’ottobre 2023 sono 21.000 i bambini uccisi, 45.000 quelli feriti e mutilati   (AFP or licensors)

Il risultato è certamente evidente a Gaza e la cronaca lo dimostra: nei bombardamenti della scorsa notte, su 7 vittime, 4 di loro erano bambini. Nella Striscia, secondo Unicef, dall’inizio del conflitto nell’ottobre 2023 sono 21.000 i bambini uccisi, 45.000 quelli feriti e mutilati, 56.000 gli orfani e un milione che ha bisogno di assistenza umanitaria, supporto psicologico e cure mediche. Ma lo è anche in Sudan, dove sempre secondo Unicef nei primi 90 giorni del 2026 sono stati almeno 245 i bambini uccisi o feriti: nel Paese in cui si sta consumando la più grave crisi umanitaria al mondo, nell’ottobre 2025 un attacco contro un centro per sfollati ad Al Fasher, nel Darfur, aveva causato la morte di almeno 17 bambini. Tra di loro, c’era un neonato di appena sette giorni. Sette giorni. Che dire dell’Ucraina, dove l’intensificarsi degli attacchi russi negli ultimi giorni sta avendo conseguenze devastanti per la popolazione: lo scorso primo giugno, a Dnipro, tra le macerie, sono stati trovati i corpi di due bambini. Uno di loro aveva tre anni. Ed è vero anche in Libano, dove alla fine di maggio Unicef ha denunciato che in una sola settimana una media di 11 bambini libanesi al giorno è stata uccisa o ferita a causa dell’intensificazione degli attacchi israeliani: in una settimana, sono stati registrati 77 minori colpiti dalle Forze armate israeliane.

I dati globali

È importante, anche solo per questa giornata, evitare di rincorrere la cronaca e proporre analisi per fermarsi invece a riflettere su un numero che spaventa: 473 milioni di bambini, più di uno su sei nel mondo, vivono oggi in aree colpite da conflitti armati. È il dato più alto da decenni. Non solo: 47,2 milioni di bambini risultavano sfollati a causa di conflitti e violenze. La quota di bambini che vivono in zone di guerra è quasi raddoppiata: dal 10 per cento degli anni Novanta a circa il 19 per cento oggi. Gli ultimi dati a disposizione delle Nazioni Unite risalgono al 2024, definito dall’Unicef come «uno dei peggiori anni per i bambini coinvolti nei conflitti»: si registravano 41.370 gravi violazioni contro 22.495 bambini. Per inciso, bambini violati significa bambini uccisi, mutilati, reclutati come combattenti, vittime di violenza sessuale, privati degli aiuti umanitari o colpiti da attacchi a scuole e ospedali. È il dato più alto mai registrato.

Tinikho e Fiel, due piccoli mozambicani

Ep. 30 - Nella discarica di Maputo

A due anni di distanza dagli ultimi dati disponibili, a 44 anni dall’istituzione di questa giornata, non abbiamo motivo di credere che le cose stiano migliorando. I dati ce lo confermano, le storie ce le raccontano. Fra Luca Santato, frate minore cappuccino missionario da nove anni in Mozambico, ci racconta quella di Tinikho: «A soli due mesi, questa bambina ha perso la mamma. Erano assieme al mercato, quando un camion ha sbandato e la mamma è stata investita. È morta sul colpo. Ha fatto appena in tempo a lanciare la piccola, come fosse un sacco di patate, e a metterla in salvo. L’abbiamo presa dalla discarica di Maputo con ferite ovunque e, con l’aiuto di sua nonna, la stiamo curando. Oggi sta molto meglio. Così come felice e sereno, seppur orfano, è Fiel: ha compiuto sei anni proprio il primo giugno. Io lo avevo conosciuto nelle discariche di Maputo quando vendeva fagioli».

La Fondazione agostiniani nel mondo in RD Congo

RD Congo, l’educazione che salva: il recupero dei bambini-soldato

La stessa felicità si vede negli occhi di Démocratie, un bambino assistito dalla Fondazione agostiniani nel mondo in Repubblica Democratica del Congo: «Questo è il nome che mi sono scelto poiché, anche se la democrazia non l’ho mai conosciuta, credo sia la cosa più importante. Sono stato rapito all’età di 12 anni dalla milizia ribelle LRA. Mi hanno torturato e usato come uno schiavo. Ho passato dieci anni nella foresta, dove sono stato addestrato come soldato. Ho ucciso. Era il nostro primo dovere, quello che ognuno di noi doveva fare se non voleva morire. Ho sempre obbedito e sono stato attento a non commettere errori. Ho scalato la gerarchia militare fino a diventare capo della guardia personale di Joseph Kony. Quella posizione mi ha permesso anni dopo di scappare. Oggi ho 25 anni, vivo in una capanna con mia sorella e i suoi 8 figli in Congo. Cammino chilometri per andare a scuola, chilometri per andare a lavorare: inseguo il mio sogno, quello di diventare un medico».

Due periferie del mondo

Mozambico e Repubblica Democratica del Congo. Due periferie del mondo in cui si consumano, sotto al silenzio del mondo, le atrocità peggiori. In Mozambico l’età media è di 16 anni, i minori costituiscono oltre il 50 per cento della popolazione, ma a causa dell’insurrezione jihadista nella provincia settentrionale di Cabo Delgado e della crisi politico-istituzionale, 4,8 milioni di persone necessitano di assistenza umanitaria. Di questi, 3,4 milioni sono bambini. Nell’agosto 2025 una nuova ondata di violenza a Cabo Delgado ha costretto più di 30.000 bambini a lasciare le proprie case in appena quindici giorni. Molti sono stati separati dai familiari. In Repubblica Democratica del Congo una sorte simile tocca a milioni di minori intrappolati in uno dei conflitti più lunghi e dimenticati del pianeta. Secondo l'UNICEF, nel Paese circa otto milioni di bambini necessitano assistenza umanitaria, mentre quattro milioni di minori vivono oggi in condizioni di sfollamento interno a causa delle violenze che devastano soprattutto le province orientali del Nord Kivu e del Sud Kivu.

Donare un sorriso ai bambini in guerra

Ep. 25 - Far ridere i bambini in guerra

Marco Rodari ha 50 anni. È nato a Leggiuno, sul Lago Maggiore, in provincia di Varese. Di mestiere fa il clown. Il suo nome d’arte è il Pimpa

Eppure, Tinikho, Fiel e Démocratie sorridono. Chi si prende cura di loro quotidianamente non ha esitato a dirci che sono bambini felici. Ci sembrerà assurdo. Come è possibile? Come si può continuare a sorridere quando la guerra ti ha portato via la casa, la scuola, gli amici o perfino i genitori? Come può un bambino continuare a giocare, ridere e immaginare il futuro quando attorno a lui tutto parla di violenza e precarietà? Come si fa? Lo abbiamo domandato a chi, di mestiere, cerca di fare proprio questo: far ridere i bambini nei contesti di guerra. Lui si chiama Marco Rodari, alias Il Pimpa e da oltre 15 anni va nelle aree di conflitto per portare il sorriso ai bambini dove sembra non esserci spazio per nulla. «Si parla di aggressione fisica, è quella che i nostri occhi possono meglio comprendere, davanti a un bambino che perde una gamba, perde un arto in guerra - ci racconta -. E poi si parla di aggressione emotiva. È lo spegnersi dell'essere bambino. Davanti all'aggressione, davanti alle violenze, il bambino si chiude, smette di essere un bambino. La cosa più triste è che l'aggressione è fatta da adulti, sempre. Sono sempre i grandi che aggrediscono i bambini. È fondamentale invece seminare nei bambini la meraviglia, la gioia, il sorriso. Perché il nostro obiettivo è uno solo: far sì che possano restare bambini».

Vatican News

 


Nessun commento:

Posta un commento