il fantasma dell'onnipotenza
Tre fatti di cronaca apparentemente lontani — il traguardo raggiunto dall'uomo più ricco del mondo, un evento sportivo dalle dimensioni inedite e il caso della nuova Intelligenza artificiale di Anthropic — rivelano la stessa tentazione di oltrepassare ogni confine.
Una deriva a cui Leone XIV oppone la «civiltà dell’amore»
Qualche giorno fa, Elon
Musk è diventato il primo uomo della storia a superare un patrimonio di mille
miliardi di dollari, una cifra enorme difficile persino da comprendere. Sta di
fatto che nelle mani di un solo uomo si concentra una ricchezza pari al Pil di
150 Paesi. Nemmeno Paperon de’ Paperoni, quando si tuffava nella sua piscina
colma di dollari, poteva immaginare tanto. Resta una domanda: che cosa se ne
farà il magnate americano di questa montagna di soldi? Un patrimonio simile non
serve a vivere meglio, ma a immaginare di poter indirizzare il futuro. È
potenza allo stato puro.
In questi stessi giorni
hanno preso il via i Mondiali del calcio. Una maxi-competizione con quarantotto
squadre, centoquattro partite, per trentanove giorni, che si gioca in sedici
città disperse su un intero continente (Stati Uniti, Messico, Canada) trasformato
in un grande stadio virtuale. Una dimensione smodata, fuori misura, che non
risponde a nessuna logica sportiva, ma solo a quella del business globale: più
squadre, più mercati, più diritti televisivi. The show must go on :
si deve crescere finché cresce il fatturato. Come nella vicenda di Musk, il
principio è quello di una espansione senza limiti.
Mythos, il più recente
modello di intelligenza artificiale di Anthropic, ha fatto molto discutere:
prima bloccato, poi rilasciato in forma ridotta col nome di Fable, infine
ritirato per ordine del Governo americano. La ragione di tanto scalpore sta in
una potenza di calcolo talmente grande da spaventare chi l’ha costruita e pure
l’Amministrazione Trump, non certo ben disposta a interventi regolativi. Nel
dibattito internazionale, si moltiplicano le voci autorevoli che mettono in
guardia dai rischi di una IA talmente potente da sfuggire di mano. Tre fatti di
cronaca molto diversi, ma accomunati da quella grammatica che Leone XIV ha
chiamato “civiltà della potenza”.
Si dirà, niente di nuovo
sotto il sole, dato che le derive del potere ci sono sempre state. La novità è
che l’ homo deus – per usare l’espressione di Yuval Noha
Harari – pretende di congedarsi da ogni idea di trascendenza, dalla natura come
misura, dall’idea stessa di limite. Ecco perché il denaro di Musk, lo
spettacolo dei Mondiali di calcio, la potenza di calcolo dell’IA non sono altro
che tre manifestazioni di quella tendenza al gigantismo che caratterizza il
nostro tempo. Di fatto, non ci sono principi o criteri riconosciuti per
limitare ciò che è economicamente conveniente o tecnicamente possibile.
Eppure la storia lo
insegna: quando l’uomo si fa prendere dal fascino dell’onnipotenza, si rischia
di fare disastri. «Andremo su Marte, costruiremo un’intelligenza superiore a
quella umana, diventeremo immortali», sono queste le “magnifiche sorti e progressive”
annunciate dai profeti di una umanità finalmente padrona del proprio destino. E
pazienza se poi è necessario farsi la guerra per assicurarsi le risorse
indispensabili per vincere la competizione globale o sacrificare quelli che
restano indietro e sono di inciampo all’obiettivo da raggiungere. Ѐ il prezzo
da pagare all’idolo tecnocratico.
Così, sotto mentite
spoglie, si riproduce ancora una volta il meccanismo più antico e tremendo
della storia: il sacrificio che immola una parte dell’umanità sull’altare di un
ipotetico futuro luminoso. Stiamo camminando su una strada pericolosa. L’Enciclica Magnifica
humanitas lo denuncia con chiarezza. La civiltà della potenza, proprio
mentre promette pienezza, produce esclusione, guerra, devastazione.
L’alternativa esiste e ha un nome preciso: civiltà dell’amore. Non si tratta –
come qualcuno vorrebbe insinuare – di una formula sdolcinata o di una
proiezione idealizzata. L’espressione del Papa (peraltro coniata da Paolo VI) è
infatti intrisa di quel realismo sano che è capace di scorgere tra le righe
storte della storia un avvenire ancora da costruire.
La civiltà dell’amore non
elimina il male, che resterà sempre. Ma lavora alacremente per costruire una
cultura (cioè un modo di pensare) e forme istituzionali (politiche, economiche,
sociali) in grado di far i conti con la struttura relazionale e spirituale
della vita. Perché questa è la verità che la civiltà della potenza rimuove:
nessuno si fa da sé, l’umano non è autosufficiente. Veniamo al mondo grazie ad
altri, viviamo con altri, e siamo animati dalla continua ricerca di senso che
non smette mai di interrogarci. La nostra umanità è già adesso magnifica perché
fragile e, proprio per questo, capace di amare.
Il desiderio, che ci
spinge sempre oltre, non è volontà di potenza, ma tensione all’incontro con
l’altro. Movimento incerto, difficile, esposto al fallimento, ma anche capace
di accrescere la vita senza distruggere il mondo e gli altri.
La questione di fondo del
tempo che viviamo non è dunque quale macchina costruiremo, né quanto saremo
ricchi o quale sarà il prossimo spettacolo a cui assisteremo. Ma se e come
sapremo passare dal fantasma dell’onnipotenza all’avventura generativa dell’amore.
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