è l'immaginazione,
a sua volta bisognosa
di
attenzione.
Che cosa uccide
i nostri sogni?
Qualche giorno fa ero al concerto di Cesare Cremonini che ho potuto salutare prima che
diventasse un supereroe da palco. Mi ha detto che non sono stati i traumi a
renderlo un artista ma i sogni, che l'hanno salvato dai traumi alimentando
sempre la musica. Ma per cosa usiamo il plurale metaforico «sogni»?
Nella vita c'è tanta
gioia quanta creazione, la creazione viene dall'ispirazione, l'ispirazione
dall'immaginazione, che non è fuga ma immersione nello spessore della realtà:
quando un bambino vede un cavallo in una scopa è uno scienziato che scopre la
gravità in una mela o un poeta che trova l'infinito in una siepe.
L'immaginazione non è fantasia ma attenzione innamorata, capacità di stare di
fronte alle cose per portarle a compimento. Ogni vocazione è infatti uno
sguardo unico sul mondo: nella luce Einstein trova la relatività e Monet un
modo nuovo di dipingere. Per raccontare quale stupore sei venuto al mondo? Di
che «sogno» sei? Domande che ogni educatore dovrebbe incarnare, perché
l'energia creativa nasce dalla catena attenzione-immaginazione-ispirazione che,
come i sogni, genera il nuovo a partire da dati di realtà vissuti in modo unico
da ognuno di noi.
Purtroppo, a volte la
catena si interrompe, magari proprio nell'età fatta per «sognare». Questo
consegna i ragazzi al potere e ai traumi, senza difese. Che cosa uccide i
sogni?
Una risposta l'ho trovata
nelle parole di un altro musicista e amico, Max Pezzali, in una recente intervista al Corriere, in cui
racconta l'origine di Hanno ucciso l'uomo ragno: «All’epoca la Marvel, la casa editrice dei fumetti dei supereroi, non era
quella dei film kolossal… si rivolgeva a noi un po’ sfigatelli. Da bambino per
me andare in edicola era un evento. Poi la Marvel cominciò a gestire male il
suo patrimonio: calarono la qualità delle storie e della carta. Stavamo
scrivendo la canzone e non trovavo il testo. Mi venne quell’idea, che Marvel
stesse rovinando l’Uomo Ragno: una metafora del tempo, del mondo degli adulti
che ruba i sogni ai ragazzi».
Come fare a non farseli
rubare? A quasi 50 anni posso continuare a sognare perché mi sento sognato. Se
sei sognato, puoi sognare: se c'è un amore che ti vuole esistente allora puoi
amare la vita. Questo fondamento permette, nonostante i propri limiti e la
durezza del vivere, di aprirsi alla realtà, mentre per chi non sente voluto, la
realtà diventa pericolosa e da controllare. Ci si adatta a copioni da seguire:
bisogni da soddisfare e non sogni da realizzare. Come accedere a questo livello
di vita gioiosa in cui ci si sente voluti?
Nel suo recente libro «Parlare di Dio» il filosofo Byung-Chul Han, dialogando con gli scritti di Simone Weil, vuole «dimostrare che, al di là dell'immanenza
della produzione e del consumo, al di là dell'immanenza dell'informazione e
della comunicazione, vi è un'altra realtà più elevata, una trascendenza, in
grado di portarci lontano da una vita priva di significato, da una straziante
carenza di essere, dalla mera sopravvivenza, offrendoci invece una gioiosa
presenza dell'essere».
Sognare non è fuggire
dalla realtà ma vivere la gioia di essere qui grazie a una trascendenza. Per il
filosofo Dio non è morto, lo è forse la nostra capacità di percepire chi non ha
mai smesso di rivelarsi, come se qualcuno molto raffreddato affermasse che un
profumo non esiste. L'organo di percezione è l'attenzione.
Per spiegarlo cita le
parole di Simone Weil relative a un mito eschimese sull'origine della
luce: «Il corvo che nella notte eterna non riusciva a trovare cibo
desiderò la luce e la terra si illuminò. Se c'è veramente desiderio, se
l'oggetto del desiderio è davvero la luce, il desiderio di luce produrrà la
luce. C'è veramente desiderio quando si compie uno sforzo di attenzione».
Il filosofo commenta così
le parole di Weil: «Il desiderio è Eros. Oggi viviamo in un'epoca senza Eros. Il desiderio
cede il passo al bisogno, che al contrario del desiderio non necessita di
un'attenzione profonda. Ma lo spirito è desiderio. L'epoca del bisogno è quindi
un'epoca senza spirito». Dio non è morto ma non può essere percepito se
non al suo livello, lo spirito, che è desiderio frutto di profonda attenzione.
Non è un caso che la dipendenza dai social destrutturi proprio l'attenzione e
quindi il desiderio, e che i ragazzi diventino quindi più fragili psicologicamente. Per
questo proteggerli fino a una certa età è solo buon senso.
In fondo «la mala» e «la
pubblicità» che, secondo gli 883, avevano forse ucciso l'Uomo ragno erano
immagini calzanti per indicare chi ruba i sogni (desiderio) o distruggendoli o
riducendoli a bisogni.
Ritornando a Cremonini,
durante il concerto ha cantato «San Luca» con l'amico Luca Carboni, una bellissima canzone-preghiera ambientata
salendo al santuario della Madonna di San Luca sui colli bolognesi, gli stessi
dove Cesare, adolescente, andava in giro con la vespa che mette «le ali sotto
ai piedi» e «ti toglie i problemi». In questa canzone invece i problemi sono
tutti lì, ma qualcosa ti solleva, ti accompagna, proprio grazie a uno «sforzo
di attenzione»: «Proprio oggi che era uscito il sole./ Mentre gli altri se
ne vanno al mare/ Voglio stare da solo/ Così magari mi trovo, sì/ Quando non
c'è qualcuno che mi aiuta/ Vado a correre fino a San Luca/ Così magari mi
trovo/ In qualche sentiero nuovo lì/ Dove la luce si fa camminare/ Come tra i
portici in un temporale/ Ti fa prendere il volo/ E non ti senti più solo qui».
Il cammino-luce ricorda
il desiderio di cui parlava Weil con il mito del corvo: proprio in quella fame
di luce, in quel vuoto si apre la dimensione spirituale, dove non ci sente più
soli, perché è lì che abita il divino in noi, la nostra dimensione eterna, il
sentirsi legati alla vita tutta senza doverselo meritare, il sentirsi sognati e
quindi poter sognare. Per avere «sognatori con i piedi per terra» occorre
coltivare lo spirito, cioè tendere le orecchie alle rivelazioni dell'essere.
L'educazione richiede esercizi spirituali. Meditare, stare in silenzio,
camminare, fissare l'attenzione sono modi di abitare il vuoto e scoprire che
non è terribile come ci fa credere la cultura del «pienessere», ma è capacità
di ricevere la vita, alla maniera unica di ciascuno: un cercare che non è
trovare ma farsi trovare.
Per questo diciamo «mi
manchi» a qualcuno di cui ci siamo innamorati, eppure più che l'altro abbiamo
scoperto il vuoto e la paura che ne abbiamo. E Dio, la dimensione trascendente,
ci mancherà sempre, perché abita proprio lì, nella nostra «mancanza», non come
un oggetto del desiderio che riempirà un vuoto incolmabile ma come soggetto del
desiderio, che ci rende capaci di creare come coloro che hanno sogni e non solo
bisogni, che amano la vita più di quanto temano la morte, perché «la quantità
di genio creatore di un'epoca è proporzionale alla quantità di attenzione
estrema, e quindi di autentica religione, esistente in quell'epoca» (Simone
Weil in Byung-Chul Han, Parlare di Dio).
E autentica è solo la religione che genera
vita e mai morte.
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