Ger 20,10-13; Sal 68 (69); Rm 5,12-15; Mt 10,26-
Commento di Ester Abbattista
La prima lettura di
questa domenica presenta un brano tratto dal Libro del profeta Geremia. Si
tratta di un testo che, nelle classificazioni degli studiosi, viene collocato
all’interno di quei brani definiti le «confessioni di Geremia».
Questo testo, infatti,
presenta delle caratteristiche particolari che si differenziano dall’insieme di
tutta la letteratura profetica. È un brano di stile autobiografico, in cui il
profeta parla in prima persona e il cui contenuto non è un messaggio rivolto a
un determinato destinatario – il re, il popolo o le nazioni straniere ecc. –,
ma uno sfogo, un lamento personale che si conclude con una preghiera al
Signore.
Quanto queste parole
siano state davvero pronunciate dal profeta o siano frutto di una
rielaborazione successiva – a partire comunque da un’esperienza personale di
Geremia – è difficile dirlo; certo la conclusione in preghiera e alcune
espressioni che si possono riscontrare anche nei Salmi fanno pensare che il
testo sia stato accolto e fatto proprio da una collettività orante che si è
riconosciuta in quelle parole.
La prima parte del brano
è dunque uno sfogo/denuncia: le parole del profeta non trovano un’audience
favorevole, non accumulano dei «like», anzi suscitano scalpore, fastidio e, di
conseguenza, il desiderio di «eliminare» questa voce fuori dal coro che disturba
la pace dei «benpensanti»: «Sentivo la calunnia di molti: “Terrore all’intorno!
Denunciatelo! Sì, lo denunceremo”. Tutti i miei amici aspettavano la mia
caduta: “Forse si lascerà trarre in inganno, così noi prevarremo su di lui, ci
prenderemo la nostra vendetta”».
Il profeta è consapevole
di tale ostilità, ma confida nella presenza, accanto a lui, del Signore: «Ma il
Signore è al mio fianco come un prode valoroso, per questo i miei persecutori
vacilleranno e non potranno prevalere; arrossiranno perché non avranno successo».
Dallo sfogo consapevole
delle minacce ricevute si passa quindi a un’invocazione a Dio perché sia lui a
far giustizia, a vendicare il profeta; e tale richiesta è senza mezzi termini,
anzi esprime tutta la rabbia e il dolore per quanto subito: «Sarà una vergogna
eterna e incancellabile. Signore degli eserciti, che provi il giusto, che vedi
il cuore e la mente, possa io vedere la tua vendetta su di loro, poiché a te ho
affidato la mia causa!». Il finale del discorso, poi, è di nuovo sorprendente,
dato che dalla rabbia e dal desiderio di vendetta si passa alla lode e
all’annuncio di salvezza: «Cantate inni al Signore, lodate il Signore, perché
ha liberato la vita del povero dalle mani dei malfattori».
Siamo di fronte a uno dei
meravigliosi esempi in cui la Scrittura ci aiuta non solo a essere coerenti con
noi stessi, ma anche a esprimere i nostri sentimenti, il nostro dolore, la
nostra rabbia, soprattutto quando tutto ciò è causato proprio dall’aver scelto
di essere una «voce fuori dal coro».
Dire, esprimere, prendere
posizione diversa rispetto a una massa di persone è anche oggi un rischio che
comporta insulti, critiche pesanti, condanne, e frequentemente anche in questo
tempo assistiamo a esempi del genere. Non voglio fare nomi, ma questa stessa
dinamica si abbatte su chiunque osa esprimere un parere diverso da quello che
in quel momento sembra essere il più popolare e, forse, il più sostenuto e
voluto da chi ha, in realtà, altre ragioni recondite per farlo. Quindi non
importa se a parlare «fuori dal coro» sia un personaggio fino a qualche giorno
prima applaudito e acclamato per il suo pensiero, i suoi scritti, la sua vita;
basta solo che pronunci una frase «scomoda», che affermi qualcosa che mette in
dubbio la «cieca e indotta» convinzione di molti che subito viene attaccato,
insultato, cancellato dall’albo dei suoi fan.
La libertà di pensiero
spesso costa cara, e l’ostilità e aggressività altrui fa male, genera dolore,
sconforto e in alcuni casi anche rabbia. Anche qui la Scrittura, con le parole
di Geremia, ci aiuta a gestire tutto questo, invitandoci in primo luogo a non
reprimere i sentimenti che affiorano, anche se sono desideri di vendetta, e,
una volta che questi siano stati espressi, a guardare ciò che più conta, a
rimanere fedeli e coerenti a quella giustizia che abbiamo scelto di seguire, a
cui vogliamo appartenere.
E allora anche la rabbia
si trasforma in un inno di lode, una lode fondata sulla certezza che Dio
«libera la vita del povero», e che ciò che viene falsamente e ipocritamente
camuffato come una «giusta» presa di posizione di massa, prima o poi si
manifesterà nella sua inconsistenza e falsità.
Di coloro che accusavano
Geremia proprio perché osava parlare «diversamente» della situazione
politica-sociale del suo tempo non si ha memoria, ma di questo profeta
«maledetto» sì; ancora oggi il suo coraggio, la sua lucidità e la sua libertà
di pensiero e di parola sono una «luce» e un esempio per chi pensa che non si
debba avere paura dei «social», dei «non-like», degli insulti di coloro che
magari, fino a qualche tempo prima, mostravano di essere grandi sostenitori.
Per non concludere, ma
aprire a una riflessione: alla fine la storia ci dice che i contemporanei di
Geremia, che sostenevano l’Egitto come l’unica vera possibilità di salvezza per
il Regno di Giuda, un regno che non sarebbe mai stato distrutto, avevano torto
e Geremia, che non vedeva altra alternativa che arrendersi ai Babilonesi, aveva
ragione. Gli uni vedevano nei Babilonesi la minaccia da combattere, Geremia
invece vedeva il loro arrivo come una conseguenza inevitabile di una situazione
di corruzione, infedeltà già presente intorno a lui e che si manifestava in
incapacità di discernimento, di visione e, soprattutto, in rinnegamento,
perdita di conoscenza, di quell’unico Dio che solo è Verità.
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