sabato 26 novembre 2022

UMILIARE PER EDUCARE ???


 CHI UMILIA PERDE E FA PERDERE 

NON FA SCUOLA E NON FORMA

 

- di ERALDO AFFINATI

 

È giusto mortificare un adolescente che sbaglia, come ha dichiarato Giuseppe Valditara, ministro dell’Istruzione (e del Merito)? Direi proprio di no: in tanti anni di insegnamento, prima negli istituti professionali per l’industria e l’artigianato, poi agli immigrati, mi sono reso conto che umiliare i ragazzi sarebbe un errore imperdonabile. Ogni bravo docente lascia sempre una possibilità di recupero all’allievo, soprattutto quando esprime nei suoi confronti un giudizio negativo. Mai e poi mai lo dovrebbe mettere con le spalle al muro. Non tutti infatti hanno la capacità di reagire alla sorte avversa: se la personalità del “reprobo” è fragile, vulnerabile, segna-ta da precedenti esperienze negative, la condanna che egli subisce rischia di farlo sprofondare nel gorgo in cui già annaspa. L’impostazione punitiva non giova a nessuno, per questo è stata abbandonata da tutti i grandi educatori, i quali hanno superato l’idea vendicativa fine a se stessa puntando al riscatto di chi non si comporta in modo corretto.

Ciò non significa, intendiamoci, assumere un atteggiamento lassista. Quando hai a che fare con una personalità in formazione, sei chiamato a ripristinare lo spazio dialettico: tesi, antitesi e sintesi. Se i ragazzi non trovano l’incarnazione del limite da rispettare, non potranno crescere, resteranno nel vuoto. Insegnare ai giovani è un lavoro meraviglioso che esige dedizione assoluta: per diventare al tempo stesso maestri e amici non basta indicare il rispetto del precetto, bisogna mostrare sulla propria pelle il costo della scelta compiuta, vale a dire le rinunce che hai fatto per essere ciò che sei. Solo così gli scolari problematici ti verranno dietro. Altrimenti, se li hai feriti, appena potranno, se ne andranno via. E quando ne perdi uno, è come se li avessi persi tutti. Ci starai male anche più di loro. Se invece li avrai fatti rientrare nel gruppo, ti sentirai soddisfatto.

Don Lorenzo Milani, di cui stiamo per celebrare il centenario della nascita, era severo, spesso intransigente; molti suoi ex allievi rammentano i modi bruschi che aveva, impegnato a far emergere in ogni alunno le risorse migliori, tuttavia non mancava di far trapelare dietro a ogni rimbrotto un buffetto affettuoso, ben sapendo che la gioventù è l’età degli errori, delle piste false, delle tentate prove, dell’incertezza. Non si raggiunge la maggiore età eseguendo il mansionario che ci viene proposto. È necessario superare un percorso irto di ostacoli: se la scuola non aiuta a far questo, scoprendo il futuro spesso ignoto agli stessi allievi che la frequentano, si trasforma in un semplice ufficio culturale e amministrativo.

Ecco perché sui temi educativi non si dovrebbe mai neppure ragionare solo per slogan: ad esempio, chiedere di togliere i cellulari dalle aule, sulla carta, potrebbe sembrare una cosa logica, di buon senso, accettabile dalla maggioranza, per evitare che i ragazzi si distraggano. Salvo poi magari scoprire che in molte aule del nostro Paese gli smartphone vengono utilizzati didatticamente da docenti esperti per realizzare imprese conoscitive rilevanti con l’ambizione di uscire dal sistema ottocentesco purtroppo ancora presente in larga parte del sistema nazionale. Suggerire l’abolizione del reddito di cittadinanza per chi non è riuscito a conseguire il titolo di studio obbligatorio aggiunge legna al fuoco del dibattito in corso, così come l’invocato incremento dei lavori socialmente utili per fronteggiare i casi di bullismo. Più che le teorie, vengono in mente i volti delle persone: quelle variamente imperfette, che per questa ragione hanno sinora fruito del sussidio, una volta erano studenti sul crinale dell’abbandono, poi sono stati incapaci, per una ragione o per l’altra, di occupare un posto stabile all’interno della comunità d’appartenenza. C’è un rapporto che lega entrambe le schiere: gli sconfitti, i reietti, i fuori squadra, i ripetenti, i casi difficili. Si ha l’impressione che lo Stato, se imboccasse il sentiero appena intravisto, farebbe un passo indietro, lasciando nella retrovia polverosa tutti loro con l’implicita conseguenza logica e operativa di delegare alla Caritas o alle associazioni di volontariato ogni assistenza umana e sociale.

 Ps. Apprezziamo le scuse del Ministro per quanto riguarda l’uso del termine “umiliazione”. In effetti il tema scolastico è talmente delicato da invitare tutti noi a una estrema prudenza nell’uso delle parole.

 

www.avvenire.it

 

 

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