è il
nuovo nichilismo
La società contemporanea
non nega necessariamente Dio: più spesso accantona la domanda sulla
trascendenza. Ma questa scelta apparentemente neutrale finisce per trasformare
il modo in cui l’uomo guarda a sé stesso, agli altri e al mondo
-
di LUIGI ALICI
Ci è stato insegnato che
agli antipodi della trascendenza si stende l’esteso bassopiano dell’immanenza,
e in un certo senso la distinzione mantiene sempre la sua validità. Tuttavia,
quando si guarda alla trascendenza indugiando dentro le pieghe del vissuto, la
contrapposizione potrebbe esprimersi anche in altro modo: se la trascendenza si
può pensare come irriducibile differenza, voltarle le spalle equivale a
soffocare la vita nell’indifferenza.
L’alternativa fra
trascendenza e indifferenza ci pone dinanzi al bivio della vita: un bivio che
in alcuni casi, in circostanze gravi e impegnative, s’impone come un vero e
proprio ultimatum; il più delle volte, tuttavia, l’aut aut s’insinua dentro
l’ordinarietà del quotidiano in modi discreti, quasi di soppiatto, finendo per
strapparci risposte distratte e sempre effimere, che alla fine, però, diventano
responsabili del nostro destino. (...)
A questo punto, prima di
guardare più lontano, s’impone una domanda: può esserci un’ombra totale, capace
di oscurare completamente la luce? Quale nome potremmo darle? La risposta è
implicita nell’intero percorso: non esiste un’ombra totale. La luce è ovunque e
proviene da lontano, le tenebre sono tentativi – drammatici e vani – di
oscurarla, fabbricati malamente in “casa nostra”.
Possono avere tanti nomi,
quante sono le forme di rifiuto della trascendenza, e tuttavia oggi sembrano
riassumersi nell’indifferenza, forse il rifiuto più insidioso di tutti, perché
subdolo e infido: rifugge dagli attacchi frontali, non “parla” mai a voce alta,
predilige il mormorio che sparge il veleno della sfiducia, della diffidenza,
dello scetticismo. L’elogio della trascendenza, soprattutto oggi, non è
scontato e deve vincere le tentazioni dell’indifferenza. Se l’immanenza
rappresenta un’alternativa esplicita, in quanto teorizza un principio, con cui
finisce ultimamente per identificarsi, che è oltre ogni singolo ente ma non
oltre l’intero, un’alternativa “tacita” è quella che fa sparire il problema,
espellendolo di fatto, senza troppi discorsi, dal tessuto stesso dell’esistere.
Basta inoculare nei
gangli dell’esperienza il veleno dell’indeterminatezza generalizzata, che
interrompe la circolazione del pensiero. Ogni esperienza sarebbe
fondamentalmente incommensurabile e relativa: relativa a chi la vive, a chi la
vive in un certo momento e non in un altro, in un certo luogo e non in un
altro… A quel punto, siamo a un passo dal trionfo indiscriminato del relativo,
che possiamo tranquillamente chiamare relativismo. Un passo non dichiarato,
però: affermando a chiare lettere che la verità non esiste, qualcuno potrebbe
sempre chiederci se tale affermazione debba essere ritenuta vera. Il
relativismo è il parente spensierato e più “digeribile” dello scetticismo
dichiarato.
Siamo già agli antipodi
della trascendenza: il relativismo è in-differenza alle differenze. Il duro
messaggio che l’apocalisse riserva alla chiesa di Laodicea sembra interpretare,
con un’attualità sconcertante, il senso profondo di questa deriva: «Conosco le
tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma
poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla
mia bocca. tu dici: sono ricco, mi sono arricchito, non ho bisogno di nulla. Ma
non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo» ( Ap 3,15-17).
Il testo denuncia, con
una crudezza imbarazzante, un pericolo mortale, più grave di qualsiasi
tiepidezza religiosa: la rottura della relazione fra la creatura e il creatore,
collegata alla perdita di ogni differenza. Dietro il mito dell’autonomia
assoluta («sono ricco, mi sono arricchito, non ho bisogno di nulla») si
nasconde un autoinganno diabolico, che conduce a un’idea “povera” di ricchezza
e a una forma “infelice” di felicità. “Non lo riconosco più” – non a caso – è
l’espressione amara con la quale di solito atto che una persona amica
sembra non aver più bisogno di nulla e di nessuno.
L’indifferenza
generalizzata arriva a erodere ogni margine di riconoscimento, e quindi di
riconoscenza, smarrendo il senso profondo delle differenze: soprattutto tra
vero e falso, bello e brutto, giusto e ingiusto, bene e male, e quindi, alla
fine, persino la differenza fra finito e infinito, e quella fra essere e nulla.
In un mondo in cui ogni esperienza è appesa all’esile filo del divenire e si
risolve in un bagliore effimero, il nulla è l’inizio e la fine di tutto, come
nell’episodio del volo notturno di un uccello, raccontato da Beda il
Venerabile. Ricordiamo ancora Bonhoeffer di Resistenza e resa: «Gli
idoli si adorano: e l’idolatria presuppone che l’uomo adori qualcos’altro. Noi
oggi non adoriamo più niente, nemmeno gli idoli.In questo siamo veri
nichilisti».
La metafora sgradevole
del rigurgito nauseante, in cui si coglie quella noncuranza pratica che è molto
più di un nichilismo teorizzato, può essere simbolicamente collegata al secondo
capitolo della Genesi, che si apre con la descrizione del giardino di Eden,
dove il creatore ha fatto «germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi
alla vista e buoni da mangiare» (Gen 2,9), ponendo al centro l’albero della
vita e l’albero della conoscenza del bene e del male.
Solo i frutti di
quest’ultima pianta sono letteralmente indigeribili per il primo uomo e la
prima donna, che pure hanno a disposizione tutti gli altri. Le creature umane
non possono “mangiare la differenza” tra bene e male: non possono
impossessarsene, negarla, metabolizzarla, sostituendosi ad essa.
È singolare che il primo
libro della Bibbia metta in guardia da questo primo peccato e che l’ultimo
libro ne ricordi gli effetti devastanti. se non vogliamo bere fino in fondo il
calice amaro del “nichilismo attivo” di Nietzsche o della nausea sartriana dinanzi
all’assurda gratuità dell’esistere, non resta che un atto di umiltà
dell’intelligenza dinanzi all’altezza del mistero. L’anestetico
dell’indifferenza, alla fine, non ci lascia mai com’eravamo: quando si
appiattisce la propria vocazione, si modifica da cima a fondo tutta
l’organizzazione ordinaria della vita; la relazione che ognuno di noi
intrattiene con se stesso si riflette immancabilmente nell’intera “filiera”
pratica delle relazioni con gli altri, con il mondo, con l’assoluto.
L’indifferenza è sempre
autolesionista: insidia la verticalità personale. Se la trascendenza è la luce,
l’indifferenza è il tentativo di oscurarla, che non può essere una conquista.
L’infinito del nulla è il nulla dell’infinito. In-differenza, ovvero vivere (e
morire) per nulla.
Volgendo in positivo il
discorso, ne potremmo ricavare una duplice conclusione. Una prima conclusione
riguarda il riconoscimento imprescindibile della trascendenza, come incontro
fra l’atto di essere e la pluralità contingente degli enti. Dall’essere infinitamente
trascendente dipendono le galassie e la polvere di Marte, le alghe e i boschi
di conifere, le spugne e la mia cagnolina, l’esistenza dello schiavo schiantato
nella costruzione delle piramidi e il narcisismo megalomane dell’uomo politico
che gioca a fare la guerra. Quanto più si sale nella scala dei viventi, tanto
più la dipendenza si fa evidente e polivalente, fino al punto in cui la massima
evidenza riconoscibile si attualizza nel soggetto personale. (...) La persona
che si scopre capace di apertura infinita aprendosi al mondo, è invece
coinvolta direttamente – appunto, in prima persona – in tale atto. L’apertura
infinita che l’essere umano scopre in se stesso si rivela come apertura di se
stesso. L’infinito che abita il finito lo trascende. Da dentro. Ripensando alle
tappe dell’intero percorso, si potrebbe dire: non c’è stupore senza meraviglia,
non c’è esistenza senza eccedenza, non ci sono legami senza relazioni, non c’è
intelligenza senza senso, non c’è libertà senza responsabilità, non c’è storia
senza futuro, non c’è amore senza reciprocità gratuita. Eppure – ecco una
seconda conclusione – la possibilità di neutralizzare praticamente la
trascendenza appartiene di fatto alla nostra esperienza quotidiana. Se la “via
lunga” del pensiero appare complessa, faticosa e a mio avviso impossibile da
percorrere fino in fondo in modo esaustivo, possiamo essere tentati di
fermarci, voltare le spalle all’intera questione, mettendola sistematicamente
in coda nell’agenda quotidiana. È difficile accreditare un pensiero che
anteponga l’oscurità alla luce, è più facile vivere semplicemente nella
penombra, come se il problema non potesse mai avere l’attenzione che merita.
L’infinito non è la maledizione del finito: è la sua benedizione, che ne
garantisce la dignità.
Il relativismo, la
perdita del senso delle differenze e l’illusione dell’autonomia assoluta sono i
segnali di una deriva che impoverisce l’esperienza umana
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