giovedì 20 agosto 2026

INDIFFERENTI

 


L’indifferenza oggi 

è il nuovo nichilismo

La società contemporanea non nega necessariamente Dio: più spesso accantona la domanda sulla trascendenza. Ma questa scelta apparentemente neutrale finisce per trasformare il modo in cui l’uomo guarda a sé stesso, agli altri e al mondo

-       di LUIGI ALICI

Ci è stato insegnato che agli antipodi della trascendenza si stende l’esteso bassopiano dell’immanenza, e in un certo senso la distinzione mantiene sempre la sua validità. Tuttavia, quando si guarda alla trascendenza indugiando dentro le pieghe del vissuto, la contrapposizione potrebbe esprimersi anche in altro modo: se la trascendenza si può pensare come irriducibile differenza, voltarle le spalle equivale a soffocare la vita nell’indifferenza.

L’alternativa fra trascendenza e indifferenza ci pone dinanzi al bivio della vita: un bivio che in alcuni casi, in circostanze gravi e impegnative, s’impone come un vero e proprio ultimatum; il più delle volte, tuttavia, l’aut aut s’insinua dentro l’ordinarietà del quotidiano in modi discreti, quasi di soppiatto, finendo per strapparci risposte distratte e sempre effimere, che alla fine, però, diventano responsabili del nostro destino. (...)

A questo punto, prima di guardare più lontano, s’impone una domanda: può esserci un’ombra totale, capace di oscurare completamente la luce? Quale nome potremmo darle? La risposta è implicita nell’intero percorso: non esiste un’ombra totale. La luce è ovunque e proviene da lontano, le tenebre sono tentativi – drammatici e vani – di oscurarla, fabbricati malamente in “casa nostra”.

Possono avere tanti nomi, quante sono le forme di rifiuto della trascendenza, e tuttavia oggi sembrano riassumersi nell’indifferenza, forse il rifiuto più insidioso di tutti, perché subdolo e infido: rifugge dagli attacchi frontali, non “parla” mai a voce alta, predilige il mormorio che sparge il veleno della sfiducia, della diffidenza, dello scetticismo. L’elogio della trascendenza, soprattutto oggi, non è scontato e deve vincere le tentazioni dell’indifferenza. Se l’immanenza rappresenta un’alternativa esplicita, in quanto teorizza un principio, con cui finisce ultimamente per identificarsi, che è oltre ogni singolo ente ma non oltre l’intero, un’alternativa “tacita” è quella che fa sparire il problema, espellendolo di fatto, senza troppi discorsi, dal tessuto stesso dell’esistere.

Basta inoculare nei gangli dell’esperienza il veleno dell’indeterminatezza generalizzata, che interrompe la circolazione del pensiero. Ogni esperienza sarebbe fondamentalmente incommensurabile e relativa: relativa a chi la vive, a chi la vive in un certo momento e non in un altro, in un certo luogo e non in un altro… A quel punto, siamo a un passo dal trionfo indiscriminato del relativo, che possiamo tranquillamente chiamare relativismo. Un passo non dichiarato, però: affermando a chiare lettere che la verità non esiste, qualcuno potrebbe sempre chiederci se tale affermazione debba essere ritenuta vera. Il relativismo è il parente spensierato e più “digeribile” dello scetticismo dichiarato.

Siamo già agli antipodi della trascendenza: il relativismo è in-differenza alle differenze. Il duro messaggio che l’apocalisse riserva alla chiesa di Laodicea sembra interpretare, con un’attualità sconcertante, il senso profondo di questa deriva: «Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca. tu dici: sono ricco, mi sono arricchito, non ho bisogno di nulla. Ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo» ( Ap 3,15-17).

Il testo denuncia, con una crudezza imbarazzante, un pericolo mortale, più grave di qualsiasi tiepidezza religiosa: la rottura della relazione fra la creatura e il creatore, collegata alla perdita di ogni differenza. Dietro il mito dell’autonomia assoluta («sono ricco, mi sono arricchito, non ho bisogno di nulla») si nasconde un autoinganno diabolico, che conduce a un’idea “povera” di ricchezza e a una forma “infelice” di felicità. “Non lo riconosco più” – non a caso – è l’espressione amara con la quale di solito atto che una persona amica sembra non aver più bisogno di nulla e di nessuno.

L’indifferenza generalizzata arriva a erodere ogni margine di riconoscimento, e quindi di riconoscenza, smarrendo il senso profondo delle differenze: soprattutto tra vero e falso, bello e brutto, giusto e ingiusto, bene e male, e quindi, alla fine, persino la differenza fra finito e infinito, e quella fra essere e nulla. In un mondo in cui ogni esperienza è appesa all’esile filo del divenire e si risolve in un bagliore effimero, il nulla è l’inizio e la fine di tutto, come nell’episodio del volo notturno di un uccello, raccontato da Beda il Venerabile. Ricordiamo ancora Bonhoeffer di Resistenza e resa: «Gli idoli si adorano: e l’idolatria presuppone che l’uomo adori qualcos’altro. Noi oggi non adoriamo più niente, nemmeno gli idoli.In questo siamo veri nichilisti».

La metafora sgradevole del rigurgito nauseante, in cui si coglie quella noncuranza pratica che è molto più di un nichilismo teorizzato, può essere simbolicamente collegata al secondo capitolo della Genesi, che si apre con la descrizione del giardino di Eden, dove il creatore ha fatto «germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare» (Gen 2,9), ponendo al centro l’albero della vita e l’albero della conoscenza del bene e del male.

Solo i frutti di quest’ultima pianta sono letteralmente indigeribili per il primo uomo e la prima donna, che pure hanno a disposizione tutti gli altri. Le creature umane non possono “mangiare la differenza” tra bene e male: non possono impossessarsene, negarla, metabolizzarla, sostituendosi ad essa.

È singolare che il primo libro della Bibbia metta in guardia da questo primo peccato e che l’ultimo libro ne ricordi gli effetti devastanti. se non vogliamo bere fino in fondo il calice amaro del “nichilismo attivo” di Nietzsche o della nausea sartriana dinanzi all’assurda gratuità dell’esistere, non resta che un atto di umiltà dell’intelligenza dinanzi all’altezza del mistero. L’anestetico dell’indifferenza, alla fine, non ci lascia mai com’eravamo: quando si appiattisce la propria vocazione, si modifica da cima a fondo tutta l’organizzazione ordinaria della vita; la relazione che ognuno di noi intrattiene con se stesso si riflette immancabilmente nell’intera “filiera” pratica delle relazioni con gli altri, con il mondo, con l’assoluto.

L’indifferenza è sempre autolesionista: insidia la verticalità personale. Se la trascendenza è la luce, l’indifferenza è il tentativo di oscurarla, che non può essere una conquista. L’infinito del nulla è il nulla dell’infinito. In-differenza, ovvero vivere (e morire) per nulla.

Volgendo in positivo il discorso, ne potremmo ricavare una duplice conclusione. Una prima conclusione riguarda il riconoscimento imprescindibile della trascendenza, come incontro fra l’atto di essere e la pluralità contingente degli enti. Dall’essere infinitamente trascendente dipendono le galassie e la polvere di Marte, le alghe e i boschi di conifere, le spugne e la mia cagnolina, l’esistenza dello schiavo schiantato nella costruzione delle piramidi e il narcisismo megalomane dell’uomo politico che gioca a fare la guerra. Quanto più si sale nella scala dei viventi, tanto più la dipendenza si fa evidente e polivalente, fino al punto in cui la massima evidenza riconoscibile si attualizza nel soggetto personale. (...) La persona che si scopre capace di apertura infinita aprendosi al mondo, è invece coinvolta direttamente – appunto, in prima persona – in tale atto. L’apertura infinita che l’essere umano scopre in se stesso si rivela come apertura di se stesso. L’infinito che abita il finito lo trascende. Da dentro. Ripensando alle tappe dell’intero percorso, si potrebbe dire: non c’è stupore senza meraviglia, non c’è esistenza senza eccedenza, non ci sono legami senza relazioni, non c’è intelligenza senza senso, non c’è libertà senza responsabilità, non c’è storia senza futuro, non c’è amore senza reciprocità gratuita. Eppure – ecco una seconda conclusione – la possibilità di neutralizzare praticamente la trascendenza appartiene di fatto alla nostra esperienza quotidiana. Se la “via lunga” del pensiero appare complessa, faticosa e a mio avviso impossibile da percorrere fino in fondo in modo esaustivo, possiamo essere tentati di fermarci, voltare le spalle all’intera questione, mettendola sistematicamente in coda nell’agenda quotidiana. È difficile accreditare un pensiero che anteponga l’oscurità alla luce, è più facile vivere semplicemente nella penombra, come se il problema non potesse mai avere l’attenzione che merita. L’infinito non è la maledizione del finito: è la sua benedizione, che ne garantisce la dignità.

Il relativismo, la perdita del senso delle differenze e l’illusione dell’autonomia assoluta sono i segnali di una deriva che impoverisce l’esperienza umana

 SETTE SENTIERI PER SCOPRIRE L'INFINITO NEL QUOTIDIANO, 

di Luigi Alici, ed. Studium

www.avvenire.it

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