Ci mancherà l’instancabile organizzatore,
di Luigi
Ciotti
Persino nel mondo di
oggi, in cui molta parte delle nostre attività è mediata dalla tecnologia,
nutrirsi è rimasto un gesto che ci mette in relazione diretta e necessaria con
la natura. Per questo Carlo aveva capito quanto fosse rilevante la cosa e il
come mangiamo. Nell’attenzione verso il cibo, verso la sua qualità e la qualità
del rapporto che lega produttori, consumatori e ambiente, ha sintetizzato una
visione dell’ecologia integrale come cornice di vita e di senso
necessaria per gli esseri umani.
È in questo comune
sentire che ha messo radici l’affinità, poi diventata stretta amicizia,
con Papa Francesco. Non a caso gli fu chiesto di elaborare una
Guida alla lettura dell’enciclica Laudato Sì, proprio a lui che non era
credente, ma credeva profondamente nella missione che aveva scelto, e restava
animato dalla fiducia incrollabile di riuscire a convincere e coinvolgere tanti
altri.
«È la gioia di poter
credere in un cambiamento rivoluzionario, e in una nuova umanità», scriveva
Carlo nel commento al testo del Papa, riconoscendosi in particolare nel suo richiamo «a
coltivare e custodire», ripreso dalla Genesi, come «un rimando a qualcosa di
antico e di ancestrale, che ci chiede sin dall’inizio dei giorni di vivere con
equilibrio la nostra natura più profonda di esseri umani», ma anche come «un
impegno rivoluzionario per il futuro».
«Rivoluzione» era una
parola che ritornava spesso nei suoi discorsi, e che in gioventù aveva forse
inteso in un senso più letterale, come lo stravolgimento dell’ordine costituito
là dove era diventato un ordine oppressivo, fondato sullo sfruttamento dei deboli.
Ma era poi maturata in una visione giocata sulla prossimità, la gradualità e
l’educazione. Un’aspirazione a cambiare il mondo una zolla di terra dopo
l’altra, un contadino, una tavola, un mercato alla volta.
Da qui era nato anche il
sogno dell’Università del Gusto, che aveva scelto di aprire a Pollenzo, per
radicarla in una terra fertile e conosciuta. E il suo capolavoro: il
progetto Terra Madre.
Nel promuovere la
sacralità del cibo ha sempre difeso la sacralità della vita. La libertà e
dignità della vita, in tutte le sue forme e contro tutti gli abusi, a partire
da quelli del capitalismo predatorio che ci ha insegnato a
riconoscere dietro le maschere accattivanti.
Anche se non aveva un
riferimento religioso, ho sempre pensato che questo suo amore per i
frutti del creato, per il cibo come nutrimento non solo del corpo, ma
dell’anima e dei rapporti fra le persone, avesse in sé qualcosa di
intrinsecamente spirituale. Esiste un’energia profonda, una «spiritualità laica», che spinge ogni persona umana a farsi
custode della dignità altrui e così manifestare la sua «bellezza».
La sua voce e quella
di Papa Francesco si sono intrecciate più volte per
ribadire che la difesa della biodiversità e la lotta contro lo scarto non sono
semplici opzioni, ma imperativi morali per la sopravvivenza della specie umana.
E che si può lavorare insieme, credenti e non, per resistere alle tante forme
di barbarie della società dell’ipermercato.
Mi porto dietro le ultime
parole che mi ha sussurrato pochi giorni fa, quando sono andato a salutarlo. «Luigi, io l’ho detto a Papa Francesco che non ero credente, ma lui mi ha
risposto che comunque avrebbe pregato sempre per me. E allora io ti chiedo:
prega anche tu per me, perché lo so che sto morendo».
L’ho fatto
naturalmente. Pregherò per lui e per chi raccoglie la sua eredità,
il suo potente messaggio. E cioè che ogni gesto quotidiano — dalla scelta di
ciò che mangiamo al modo in cui trattiamo chi produce il nostro cibo — diventa
un atto di resistenza e di costruzione collettiva. È attraverso questa
dedizione ostinata, fatta di riflessione intellettuale e concretezza contadina,
che è possibile seminare giustizia in un mondo che sembra aver smarrito il
senso del limite e il valore fondamentale della cura.
Fonte: La Stampa
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