delle scuole
non sono
gli alunni stranieri,
ma
le disuguaglianze
Il Cestim
di Verona ha un'esperienza trentennale nell'ambito dell'inclusione linguistica
degli studenti con background migratorio. Per il direttore, Matteo Danese, il
provvedimento che mette un tetto del 30% agli alunni con scarsa conoscenza
dell'italiano è sostanzialmente «inutile», anche perché i ragazzi al primo
arrivo vengono già smistati nelle classi. «La difficoltà di alcuni istituti è
legata a fattori come povertà, disagio e bisogni educativi, non alla
cittadinanza», dice. E il fatto che i genitori non vogliano imparare la nostra
lingua? «Il problema è contrario: i corsi non riescono a soddisfare tutte le
richieste»
Per ottenere una scuola
migliore, la soluzione non è spostare gli alunni che non conoscono bene
l’italiano da un istituto all’altro. Perché il problema non sono gli studenti
con background migratorio, ma una concentrazione di difficoltà economiche,
sociali, abitative e linguistiche che richiedono interventi strutturali.
Il Cestim e la sua
esperienza triennale con l’inclusione linguistica
Ed è proprio su questo
sistema complesso che si concentra l’intervento del Centro studi
immigrazione – Cestim di Verona, che fin dal 1990 ha come mission proprio
l’inclusione delle persone – e poi in particolare bambini e ragazzi – con
background migratorio. «Da più di 30 anni lavoriamo con le scuole della
provincia veronese, e di parte di quella vicentina, per promuovere il successo
scolastico degli alunni con retroterra legato alle migrazioni», racconta Matteo
Danese, direttore del Cestim. «In particolare abbiamo trovato un elemento su
cui lavorare: le competenze linguistiche. Da sempre ci occupiamo
dell’insegnamento dell’italiano, con diverse attività, anche durante l’estate,
con insegnanti e con volontari. Gli interventi del Cestim sono modulati a
seconda dell’età – lavoriamo in tutti gli ordini, dall’infanzia alla secondaria
di secondo grado – e anche alle caratteristiche dello studente: ci occupiamo di
nuovi arrivi, ma anche di approfondimento della lingua nelle diverse discipline
per chi è qui da più anni». Perché progetti di questo tipo abbiano successo, è
importantissima la collaborazione e la sinergia con gli istituti scolastici,
che hanno il ruolo di individuare i bisogni linguistici, coinvolgere le
famiglie e mettere a disposizione gli spazi. Per questo esistono protocolli
d’intesa ormai ben strutturati, che permettono di formalizzare l’impegno delle
scuole e del Cestim, realizzato soprattutto grazie a finanziamenti privati,
come quello della Fondazione San Zeno, che sostiene queste attività da 25 anni.
Un provvedimento inutile
Alla luce della sua
esperienza più che trentennale, il Cestim è una voce autorevole sulla presenza
di alunni provenienti da altri contesti linguistici e culturali nelle scuole
italiane. E ha un’opinione forte sul Decreto scuola applicato lo scorso 24
settembre, che, tra le altre cose, impone un tetto del 30% per la presenza di
studenti stranieri con competenze insufficienti in italiano all’interno delle
classi. «Pensiamo che sia sostanzialmente un provvedimento inutile», afferma Danese,
«che non cambierà nulla di ciò che accade attualmente negli istituti. Anche
nelle scuole in cui c’è un’alta concentrazione di alunni con retroterra
migratorio, quando ci sono dei nuovi arrivi i dirigenti già provvedono a
inserire i bambini e i ragazzi di recente immigrazione in classi diverse. Nel
territorio veronese, per esempio, non abbiamo una casistica di classi in cui ci
sia più del 30% di alunni con una scarsissima conoscenza della lingua italiana.
Crediamo, quindi, che saranno rari, rarissimi, i casi in cui ci si troverà
effettivamente a dover dire alla famiglia di spostarsi in un istituto
comprensivo limitrofo».
Altro che mancanza di
volontà: i corsi per gli adulti non riescono a soddisfare tutte le richieste
Se poi l’obiettivo è –
come dichiarato dal Governo – favorire l’inclusione, secondo il direttore
costringere le famiglie a spostarsi rispetto alle scuole di prossimità forse
non è il modo giusto. Anzi. La scuola di prossimità, che costituisce un valore
assoluto e irrinunciabile, è proprio il primo elemento su cui lavorare. «Un
altro elemento critico sono i corsi per i genitori», continua Danese. «Siamo
tutti d’accordo, la conoscenza dell’italiano facilita il dialogo tra scuola e
famiglia ed è quindi un beneficio per il percorso scolastico dei figli. Il
territorio su questo già lavora: i Cpia organizzano corsi per migliaia di
adulti ogni anno. Il problema è come viene posta la questione nel decreto:
sembra che le famiglie non vogliano imparare la nostra lingua, mentre è
evidente che non è così. Nella provincia di Verona ci sono circa 2mila persone
ogni anno in lista per entrare nei corsi dei Cpia, ma non trovano posto».
La questione, quindi, si
ribalta: non sono i genitori che non vogliono imparare l’italiano, ma le
istituzioni che non riescono a garantire lezioni sufficienti. Anche il Cestim
si occupa di corsi di italiano per gli adulti, insieme alle scuole e alle
associazioni del territorio. Per esempio, vengono organizzate lezioni per le
mamme, in orario mattutino e in luoghi adiacenti agli istituti, in modo che le
madri possano lasciare i figli e fermarsi per frequentare i corsi. «La nostra
esperienza ci dice che è davvero poco motivante obbligare o sanzionare i
genitori che non fanno i corsi», chiosa il direttore, «sarebbe controproducente
anche dal punto di vista dell’apprendimento. Anche perché la richiesta c’è già
ed è tanta: il nostro problema non è attrarre persone, ma il fatto che non
riusciamo a rispondere a tutte le domande».Consegna attestati di frequenza ai
corsi di lingua
Le difficoltà esistono,
ma richiedono interventi strutturali
Fare considerazioni di
questo tipo non significa negare che in alcune scuole di quartiere ci siano
delle difficoltà, quando queste sono situate in contesti dove c’è un’alta
concentrazione di famiglie che vivono situazioni di difficoltà economica,
disagio abitativo e sociale e povertà educativa. Si tratta spesso di zone che
effettivamente sono abitate da popolazione immigrata e dove c’è un’alta
concentrazione di cittadini stranieri. Questo non significa, tuttavia, che i
problemi e l’affaticamento delle scuole nell’erogare un’offerta didattica di
qualità siano correlati in maniera diretta alla cittadinanza degli alunni
frequentanti. È un mix di fattori, che lega bisogni educativi, disagio, povertà
e carenza di opportunità. «Questo tema non va eluso», dice Danese. «La scuola,
purtroppo, non riesce a dare le stesse opportunità a tutti gli studenti. Chi ha
un background migratorio non ha le stesse possibilità di chi ha la cittadinanza
italiana. Questo è evidente dal dato sulla dispersione scolastica, che è tre
volte maggiore per gli alunni stranieri. Bisogna partire da questo. Gli
istituti più in difficoltà vanno sostenuti, ma in maniera più strutturale. Non
con decreti come questo, che spostano l’attenzione. Perché, al di là delle
parole di facciata, il messaggio che è passato è questo: gli studenti stranieri
sono un problema per quelli italiani perché incidono sulla qualità dell’offerta
formativa. È non è corretto».
Anche al Sud o nelle
Isole esistono situazioni in cui le difficoltà ci sono, ma non sono legate alla
presenza di alunni con background migratorio, quanto – appunto – al disagio
sociale, economico, abitativo. «Per aiutare questi istituti ci vuole un intervento
strutturale», conclude il direttore del Cestim, «che preveda innanzitutto un
organico stabile, dirigenti e insegnanti motivati che rimangano sul territorio.
Poi serve una comunità educante che si affianchi alle scuole, come cerchiamo di
fare anche qui da noi, dove si è creata una rete che mette insieme gli istituti
scolastici, il Terzo settore, le parrocchie e le amministrazioni locali. Tutti
devono lavorare insieme. E, nei contesti in cui c’è alta concentrazione di
famiglie immigrate, è giusto giocare sull’interculturalità come leva, come
valore aggiunto della scuola, con progetti che valorizzino il plurilinguismo e
le diverse culture».
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