venerdì 2 ottobre 2026

STRANIERI E DISUGUAGLIANZE

 

Il vero problema 

delle scuole 

non sono

 gli alunni stranieri, 

ma le disuguaglianze


Il Cestim di Verona ha un'esperienza trentennale nell'ambito dell'inclusione linguistica degli studenti con background migratorio. Per il direttore, Matteo Danese, il provvedimento che mette un tetto del 30% agli alunni con scarsa conoscenza dell'italiano è sostanzialmente «inutile», anche perché i ragazzi al primo arrivo vengono già smistati nelle classi. «La difficoltà di alcuni istituti è legata a fattori come povertà, disagio e bisogni educativi, non alla cittadinanza», dice. E il fatto che i genitori non vogliano imparare la nostra lingua? «Il problema è contrario: i corsi non riescono a soddisfare tutte le richieste»

di Veronica Rossi

Per ottenere una scuola migliore, la soluzione non è spostare gli alunni che non conoscono bene l’italiano da un istituto all’altro. Perché il problema non sono gli studenti con background migratorio, ma una concentrazione di difficoltà economiche, sociali, abitative e linguistiche che richiedono interventi strutturali.

Il Cestim e la sua esperienza triennale con l’inclusione linguistica

Ed è proprio su questo sistema complesso che si concentra l’intervento del Centro studi immigrazione – Cestim di Verona, che fin dal 1990 ha come mission proprio l’inclusione delle persone – e poi in particolare bambini e ragazzi – con background migratorio. «Da più di 30 anni lavoriamo con le scuole della provincia veronese, e di parte di quella vicentina, per promuovere il successo scolastico degli alunni con retroterra legato alle migrazioni», racconta Matteo Danese, direttore del Cestim. «In particolare abbiamo trovato un elemento su cui lavorare: le competenze linguistiche. Da sempre ci occupiamo dell’insegnamento dell’italiano, con diverse attività, anche durante l’estate, con insegnanti e con volontari. Gli interventi del Cestim sono modulati a seconda dell’età – lavoriamo in tutti gli ordini, dall’infanzia alla secondaria di secondo grado – e anche alle caratteristiche dello studente: ci occupiamo di nuovi arrivi, ma anche di approfondimento della lingua nelle diverse discipline per chi è qui da più anni». Perché progetti di questo tipo abbiano successo, è importantissima la collaborazione e la sinergia con gli istituti scolastici, che hanno il ruolo di individuare i bisogni linguistici, coinvolgere le famiglie e mettere a disposizione gli spazi. Per questo esistono protocolli d’intesa ormai ben strutturati, che permettono di formalizzare l’impegno delle scuole e del Cestim, realizzato soprattutto grazie a finanziamenti privati, come quello della Fondazione San Zeno, che sostiene queste attività da 25 anni.

Un provvedimento inutile

Alla luce della sua esperienza più che trentennale, il Cestim è una voce autorevole sulla presenza di alunni provenienti da altri contesti linguistici e culturali nelle scuole italiane. E ha un’opinione forte sul Decreto scuola applicato lo scorso 24 settembre, che, tra le altre cose, impone un tetto del 30% per la presenza di studenti stranieri con competenze insufficienti in italiano all’interno delle classi. «Pensiamo che sia sostanzialmente un provvedimento inutile», afferma Danese, «che non cambierà nulla di ciò che accade attualmente negli istituti. Anche nelle scuole in cui c’è un’alta concentrazione di alunni con retroterra migratorio, quando ci sono dei nuovi arrivi i dirigenti già provvedono a inserire i bambini e i ragazzi di recente immigrazione in classi diverse. Nel territorio veronese, per esempio, non abbiamo una casistica di classi in cui ci sia più del 30% di alunni con una scarsissima conoscenza della lingua italiana. Crediamo, quindi, che saranno rari, rarissimi, i casi in cui ci si troverà effettivamente a dover dire alla famiglia di spostarsi in un istituto comprensivo limitrofo».

Altro che mancanza di volontà: i corsi per gli adulti non riescono a soddisfare tutte le richieste

Se poi l’obiettivo è – come dichiarato dal Governo – favorire l’inclusione, secondo il direttore costringere le famiglie a spostarsi rispetto alle scuole di prossimità forse non è il modo giusto. Anzi. La scuola di prossimità, che costituisce un valore assoluto e irrinunciabile, è proprio il primo elemento su cui lavorare. «Un altro elemento critico sono i corsi per i genitori», continua Danese. «Siamo tutti d’accordo, la conoscenza dell’italiano facilita il dialogo tra scuola e famiglia ed è quindi un beneficio per il percorso scolastico dei figli. Il territorio su questo già lavora: i Cpia organizzano corsi per migliaia di adulti ogni anno. Il problema è come viene posta la questione nel decreto: sembra che le famiglie non vogliano imparare la nostra lingua, mentre è evidente che non è così. Nella provincia di Verona ci sono circa 2mila persone ogni anno in lista per entrare nei corsi dei Cpia, ma non trovano posto».

La questione, quindi, si ribalta: non sono i genitori che non vogliono imparare l’italiano, ma le istituzioni che non riescono a garantire lezioni sufficienti. Anche il Cestim si occupa di corsi di italiano per gli adulti, insieme alle scuole e alle associazioni del territorio. Per esempio, vengono organizzate lezioni per le mamme, in orario mattutino e in luoghi adiacenti agli istituti, in modo che le madri possano lasciare i figli e fermarsi per frequentare i corsi. «La nostra esperienza ci dice che è davvero poco motivante obbligare o sanzionare i genitori che non fanno i corsi», chiosa il direttore, «sarebbe controproducente anche dal punto di vista dell’apprendimento. Anche perché la richiesta c’è già ed è tanta: il nostro problema non è attrarre persone, ma il fatto che non riusciamo a rispondere a tutte le domande».Consegna attestati di frequenza ai corsi di lingua

Le difficoltà esistono, ma richiedono interventi strutturali

Fare considerazioni di questo tipo non significa negare che in alcune scuole di quartiere ci siano delle difficoltà, quando queste sono situate in contesti dove c’è un’alta concentrazione di famiglie che vivono situazioni di difficoltà economica, disagio abitativo e sociale e povertà educativa. Si tratta spesso di zone che effettivamente sono abitate da popolazione immigrata e dove c’è un’alta concentrazione di cittadini stranieri. Questo non significa, tuttavia, che i problemi e l’affaticamento delle scuole nell’erogare un’offerta didattica di qualità siano correlati in maniera diretta alla cittadinanza degli alunni frequentanti. È un mix di fattori, che lega bisogni educativi, disagio, povertà e carenza di opportunità. «Questo tema non va eluso», dice Danese. «La scuola, purtroppo, non riesce a dare le stesse opportunità a tutti gli studenti. Chi ha un background migratorio non ha le stesse possibilità di chi ha la cittadinanza italiana. Questo è evidente dal dato sulla dispersione scolastica, che è tre volte maggiore per gli alunni stranieri. Bisogna partire da questo. Gli istituti più in difficoltà vanno sostenuti, ma in maniera più strutturale. Non con decreti come questo, che spostano l’attenzione. Perché, al di là delle parole di facciata, il messaggio che è passato è questo: gli studenti stranieri sono un problema per quelli italiani perché incidono sulla qualità dell’offerta formativa. È non è corretto».

Anche al Sud o nelle Isole esistono situazioni in cui le difficoltà ci sono, ma non sono legate alla presenza di alunni con background migratorio, quanto – appunto – al disagio sociale, economico, abitativo. «Per aiutare questi istituti ci vuole un intervento strutturale», conclude il direttore del Cestim, «che preveda innanzitutto un organico stabile, dirigenti e insegnanti motivati che rimangano sul territorio. Poi serve una comunità educante che si affianchi alle scuole, come cerchiamo di fare anche qui da noi, dove si è creata una rete che mette insieme gli istituti scolastici, il Terzo settore, le parrocchie e le amministrazioni locali. Tutti devono lavorare insieme. E, nei contesti in cui c’è alta concentrazione di famiglie immigrate, è giusto giocare sull’interculturalità come leva, come valore aggiunto della scuola, con progetti che valorizzino il plurilinguismo e le diverse culture».

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