Agostino
e la fragilità
-di PAOLA MULLER
Leone XIV ha annunciato
con poche parole che sarebbe stato ricoverato. I medici hanno individuato un nodulo
al polmone e gli hanno consigliato di rimuoverlo. Ha ascoltato il loro parere,
ha deciso di sottoporsi all’intervento e ha chiesto di pregare per lui.
L’intervento è andato bene, «il decorso procede regolare», verranno fatti
ulteriori accertamenti e già da ieri il Papa mangia e cammina. In questa
successione di gesti, così semplice, c’è qualcosa che ci riguarda tutti.
Siamo abituati a vedere
il Papa mentre sostiene gli altri: ascolta, benedice, incoraggia, richiama alla
pace. Ora è lui ad affidarsi alle cure altrui. Non perde nulla della sua
responsabilità; la vive anche così, riconoscendo di avere un corpo che ha bisogno
di attenzione e di riposo. La malattia interrompe i programmi di chiunque,
anche del vescovo di Roma. E per un Papa agostiniano, viene spontaneo tornare
alle pagine in cui il vescovo di Ippona parla della fragilità del corpo, senza
reticenze né retorica.
Agostino lo sapeva per
esperienza. Nelle Confessioni (5.9.16) racconta di essere stato colpito
a Roma da una febbre così grave da portarlo vicino alla morte. Anni dopo, a
Milano, furono proprio i polmoni a cedere (9.2.4). Il respiro si faceva
faticoso, il petto doleva, la voce non reggeva più lo sforzo delle lezioni;
anche questo disturbo contribuì alla decisione di lasciare la cattedra di
retorica. Da vescovo, in una lettera all’amico Profuturo ( Ep. 38, 1),
confida di essere costretto a letto, incapace di camminare, di stare in piedi e
perfino di sedersi per il dolore. La sua vita, come la nostra, non si svolgeva
al riparo dalle condizioni del corpo.
Per questo sarebbe un
errore cercare nella malattia di una persona un messaggio nascosto o una
lezione da impartire agli altri. Prima di ogni interpretazione c’è qualcuno che
sta male e desidera guarire.
Agostino non chiede al
malato di fingere una forza che non ha. Nella Città di Dio (14.9)
discute dell’ideale stoico dell’impassibilità: se essa significasse non provare
più alcun turbamento, osserva, chi non giudicherebbe questa insensibilità
peggiore di ogni vizio? Cristo stesso ha conosciuto la tristezza e l’angoscia e
nella preghiera del Getsemani Agostino sente risuonare la voce delle membra più
deboli del suo corpo, che egli ha voluto prendere su di sé. Per questo la
serenità che a volte affiora nei suoi scritti non ha nulla di eroico. Nella
stessa lettera a Profuturo, dopo aver descritto i suoi dolori, aggiunge
semplicemente: «Ma anche così, poiché piace al Signore, che altro dire se non
che stiamo bene?». È la pace di chi non nega il male e, insieme, non se ne
lascia definire.
C’è poi, nelle
Confessioni (9.4.12), un episodio quasi domestico che illumina il gesto di
Leone XIV. Nei giorni di Cassiciaco un mal di denti tormentava Agostino al
punto da impedirgli di parlare. Scrisse allora su una tavoletta di cera una
richiesta agli amici presenti: che pregassero per lui. Racconta che, appena si
furono inginocchiati, il dolore scomparve e rimase stupito. Prima ancora
dell’esito, conta il gesto: chi soffre non si chiude nella propria sofferenza,
ma chiede agli altri di portarla con sé davanti a Dio. Il suo biografo Possidio
ricorda che il vescovo, quando un malato lo chiamava perché pregasse per lui,
andava «senza indugio» ( Vita Augustini 27).
È significativo che
Agostino, pur parlando continuamente di Cristo come medico dell’anima, osservi
con attenzione anche i medici in carne e ossa. Nella Città di Dio (22.8.3)
si raccontano le cure, l’intervento chirurgico e la paura di Innocenzo, un uomo
di Cartagine conosciuto personalmente, che, dopo una prima dolorosa operazione,
temeva di non sopravvivere alla seconda. Agostino era presente: non sorvola né
sul dolore né sulla competenza di chi lo assiste. La preghiera, nel suo
racconto, entra in una vicenda in cui i medici hanno già lavorato e continuano
a prendersi cura del paziente. Anche oggi pregare per Leone XIV significa
chiedere la sua guarigione e accompagnare con gratitudine il lavoro di quanti
lo curano.
Nella lettera a Proba (
Ep. 130), Agostino affronta una domanda molto concreta: per che cosa
possiamo pregare? La salute del corpo è tra i beni che possiamo chiedere e,
accanto ad essa, egli pone l’amicizia, cioè il bisogno di persone che ci
restino accanto. Non c’è nulla di poco spirituale nel desiderare di stare bene,
di poter respirare senza fatica, di tornare a casa. Chi è malato non ha il
dovere di mostrarsi superiore alla propria paura. Può dirla, affidarsi a chi sa
curarlo, chiedere agli altri di restargli vicino.
Agostino distingue la
salute del corpo dalla salvezza piena che la fede attende. Il latino usa una
sola parola, salus, e non è un caso: la guarigione che chiediamo per
l’oggi è come un anticipo di quella definitiva. «Un grande medico è venuto dal
cielo, perché sulla terra giaceva un grande malato», dice in un sermone (
Serm. 87.11.13).
Questa distinzione, però,
non diminuisce il valore delle cure presenti. Ci ricorda piuttosto che nessuna
persona coincide con la propria malattia e che la speranza non si misura in
base alla capacità di prevedere un esito. Ci sono giorni in cui sperare prende
la forma modesta di un esame, di una terapia, di una mano competente. Il
ricovero del Papa rende visibile una condizione che tante famiglie conoscono
bene. Per una volta, Leone XIV è dalla parte di chi attende una visita, ascolta
un medico, consegna ad altri una parte della propria giornata. La Chiesa che
prega per lui può ricordare, insieme a lui, anche chi attraversa la stessa
esperienza senza l’attenzione del mondo. È forse questo il modo più fedele di
accogliere la sua richiesta: augurargli di guarire e allargare la nostra
vicinanza a tutti coloro che hanno bisogno di essere curati.
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