sabato 24 ottobre 2026

IL BISOGNO DI CONTARE

 


I ragazzi 

e 

il bisogno 

di 

contare 

per qualcuno


Gli scontri di Milano impongono anche una riflessione sulle ragioni del disagio giovanile. «Sembra che delle vetrine contino più di noi», ha detto un giovane intervistato. E in quelle poche parole sta una questione educativa di queste giornate. Dietro la violenza possono esserci il bisogno di appartenenza, l’esclusione sociale e la ricerca di riconoscimento: il mattering. La risposta non può limitarsi alla repressione: servono adulti presenti, educatori, spazi di aggregazione e una giustizia minorile capace di coniugare responsabilità e reintegrazione

di Vanna Iori

 Le immagini di Milano dello scorso fine settimana le abbiamo viste tutti: vetrine sfondate, negozi svuotati, lacrimogeni nel cuore della città. Quella violenza va condannata senza riserve. Lo dobbiamo a chi lavora, a chi era in strada a garantire la sicurezza, a una comunità che ha diritto alla propria convivenza. Sento, tuttavia, il dovere di fermarmi su ciò che le immagini mostrano meno: i volti di chi stava in piazza e la loro età.

Erano poco più che bambini, 14, 15, 16 anni. Quasi nessuno aveva mai avuto a che fare con la giustizia e molti erano nati e cresciuti qui. Davanti ai giudici pochissimi hanno saputo dire perché fossero lì. Li aveva chiamati una chat, li aveva attirati un video. Questo vuoto di parole mi interroga più di qualunque slogan. Rivela una rabbia che non ha ancora trovato una forma e un’età in cui il bisogno di esserci precede la capacità di spiegarlo.

Oltre la condanna, il dovere di capire

La risposta che si va delineando parla quasi soltanto la lingua dell’ordine pubblico: più militari, pene esemplari, anche l’ipotesi di nuove carceri per minorenni. Chi ha commesso reati deve risponderne, certo. Ma ridurre tutto alla repressione vuol dire però rinunciare a capire quali risposte educative sono necessarie. E una società che rinuncia a capire si prepara a rivedere le stesse scene in un’altra piazza, con ragazzi ancora più giovani.

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La rabbia di chi si sente escluso

Dietro quei cappucci ci sono storie che chi lavora nelle periferie conosce bene. Sono famiglie che contano ogni spesa e genitori che faticano anche per le cose più normali. C’è il cognome che a scuola basta per sentirsi giudicati e un futuro vissuto come minaccia. Un ragazzo intervistato in questi giorni ha detto una frase significativa: “Sembra che delle vetrine contino più di noi”. In quelle poche parole sta una questione educativa di queste giornate.

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Nei miei studi sullo spazio vissuto ho cercato di mostrare che i luoghi non sono mai contenitori neutri. Li abitiamo con il corpo e con le emozioni e ci restituiscono un’immagine di chi siamo e di quanto valiamo. Per un quattordicenne di periferia, il centro della città è il posto dove si va la domenica pomeriggio. È anche il posto dove ci si sente osservati appena si diventa visibili. Anche la geografia dei bersagli dice qualcosa. Un tempo la rabbia colpiva banche e palazzi del potere, questa volta ha colpito le scarpe, le felpe, i marchi riconoscibili. Zygmunt Bauman parlava di consumatori esclusi. Sono ragazzi a cui si insegna che si esiste attraverso ciò che si indossa e ai quali poi viene negata la possibilità di indossarlo.

Sono poco più di 5 milioni, un milione in meno rispetto a vent’anni fa. Un tempo li raccontavamo come ribelli da domare, oggi come cristalleria da proteggere. Sono gli adolescenti, che guardiamo sempre solo con le lenti della psicologizzazione, della criminalizzazione, dell’aiuto. «Non ci vedete», dicono loro, prima ancora che «non ci capite».
ADOLESCENTI, QUELLO CHE NON VEDIAMO

Il bisogno di appartenenza e visibilità

L’adolescenza è l’età in cui ci si costruisce sotto lo sguardo degli altri. Uno di questi ragazzi ha raccontato di essere andato in piazza quasi per noia e di essersi sentito, una volta lì, parte di qualcosa. Il gruppo offre ciò che la quotidianità nega: un’appartenenza, un pubblico, un’esistenza finalmente visibile. Lo smartphone che riprende la scena completa il meccanismo, perché esserci conta quanto mostrare di esserci.

Quando sentirsi invisibili diventa una ferita

È qui che torna utile un concetto che considero decisivo per leggere il disagio giovanile, il mattering. È il bisogno di sentirsi rilevanti, di sapere che la propria presenza conta per qualcuno e che la propria assenza verrebbe notata. Quando la comunità non restituisce questo riconoscimento, la visibilità viene presa con la forza, anche a costo di distruggere con violenza. Chi ha detto ai giudici di essere entrato in un negozio per “provare emozioni” ci consegna il segno di un analfabetismo emotivo che non nasce in un fine settimana. Sono emozioni potenti che non trovano parole, né adulti capaci di aiutare a nominarle e a contenerle. Riconoscerlo non assolve nessuno. Indica un compito educativo.

Un concetto decisivo per leggere il disagio giovanile di questi giorni è il mattering. È il bisogno di sentirsi rilevanti, di sapere che la propria presenza conta per qualcuno e che la propria assenza verrebbe notata. Quando la comunità non restituisce questo riconoscimento, la visibilità viene presa con la forza

Ascolto e autorità educativa, insieme

Fuori dalle questure, in quelle ore, c’erano madri e padri smarriti, increduli di ritrovare lì i propri figli. E anche questo smarrimento va ascoltato. Dice di adulti che vivono a loro volta dentro un’incertezza strutturale, schiacciati dalla fatica quotidiana, spesso smarriti e soli nel ruolo educativo. Qualcuno ha sostenuto che ai ragazzi non serva ascolto ma una guida. Condivido la diagnosi sulla ritirata degli adulti, non l’alternativa. L’autorità educativa, come ricorda la radice di auctoritas, viene da augere, far crescere, e non si può far crescere chi non si conosce. Una guida che non parte dall’ascolto diventa controllo. Un limite imposto senza relazione resta un muro, e contro i muri gli adolescenti si sono sempre lanciati

Più educazione, meno solitudine

Ascoltare, in concreto, richiede scelte precise. Servono educatori e pedagogisti presenti in modo stabile nei quartieri e nelle scuole. Servono spazi di aggregazione dove un ragazzo possa passare un pomeriggio senza dover consumare. Serve una scuola che non venga percepita come un binario verso lavori malpagati. Va difesa anche una giustizia minorile che resti fedele alla sua vocazione educativa, fatta di responsabilizzazione e recupero, invece di scivolare verso il semplice contenimento.

Un adulto disposto ad ascoltare

Molti di loro potrebbero tornare in piazza Duomo e troveranno soldati e transenne. Prima o poi dovranno trovare anche un adulto disposto a chiedere loro come stanno e capace di restare ad ascoltare la risposta. A pensarci bene, quell’adulto potrebbe essere ciascuno di noi: un genitore, un insegnante, l’allenatore della squadra di quartiere, il vicino che li incrocia ogni giorno sulle scale. Torniamo ad ascoltare e a fare e farci le domande giuste.

VITA

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