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In autunno è più facile vedere Dio che abita nei paradossi: frutti maturi e rami spogli, chi dà la
vita la ritrova.
Alessandro D’Avenia
Nel racconto biblico della creazione non si narra come le cose
sono state fatte un tempo, ma il rapporto che la Vita ha con le cose in
ogni tempo. Non l’inizio del mondo ma il suo perenne iniziare: la Vita
si dà sempre di nuovo (il riposo del settimo giorno è custodia non distacco)
e tutto è con-creato (i sei giorni), cioè collegato. Della
Vita godiamo multiformi quotidiane epifanie nella vita, ma niente di ciò che è vivo è
la Vita stessa. Lei è invisibile, inesauribile, eterna.
In autunno però mostra di più il
suo gioco, proprio perché fine e inizio coincidono. Il verde assorbito
nei frutti maturi lascia spazio ai colori caldi del nostro destino:
riposa e rinasci. Siamo vivi, ma non siamo la Vita. Possiamo
trasmetterla o distruggerla, gli unici due modi di starci dentro, per
compimento e rinascita o per esaurimento e aridità: la vita in te e
attorno a te aumenta o si spegne?
Van Gogh nel settembre del 1888 scriveva al
fratello che in quel periodo i colori non gli bastavano: «Non te lo
dirò mai abbastanza, sono estasiato estasiato estasiato da ciò che
vedo. Tutto questo dà aspirazioni d’autunno, un entusiasmo che fa
passare il tempo senza accorgersene».
Ecco la ricreazione autunnale: cogli frutti maturi e
ritirati, concentrati e riposa nella Vita, radicati nel silenzio e
rinasci. Torna creatura e sarai ricreato perché finire è iniziare. L’autunno non è un sentimento, è il metodo della Vita nella vita. Alzogliocchiversoilcielo
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