E SCUOLA
IN CRISI
-di GIOVANNI MANNARA
Ketticè è un film di
Giovanni Tortorici (2026).
Dietro una vicenda
circoscritta al mondo adolescenziale, vista soprattutto attraverso gli occhi di
un figlio della cosiddetta “società bene” apre una riflessione sulla famiglia,
sulla scuola, sulle istituzioni e, soprattutto, sulla condizione di una generazione
che sembra muoversi in un mondo privo di direzione.
titolo prende in prestito
il vezzeggiativo con cui una giovane della periferia si fa strada. Il film
sembra dialogare con Platone.
Repubblica, attraverso la
questione su chi controlla coloro ai quali è affidato il potere, emerge un
problema attuale: «chi controllerà i controllori?».
La domanda può essere
trasferita dal piano politico a quello educativo e sociale: chi controlla
coloro che hanno il compito di controllare? Se famiglia, scuola e istituzioni
sono strutture alle quali la società affida la formazione, che cosa accade
quando proprio queste attraversano una crisi?
Chi educa gli educatori?
Anche il semplice «ciao» rivolto dal ragazzo all’insegnante privata
contribuisce a costruire atmosfera di informalità.
Sembra che la cultura
autentica, per essere efficace, debba necessariamente passare attraverso
modalità non convenzionali. È davvero sufficiente rendere la cultura più
accattivante per salvare i giovani dal disorientamento? Oppure occorre
ripensare più radicalmente il significato stesso dell’educare?
In questo senso assume un
valore anche la figura della nonna, una sorta di vecchio Gattopardo domestico.
È attenta alla disposizione della tavola, all’abbinamento tra piatti e
tovaglia. Potrebbe apparire il simbolo di un mondo legato a consuetudini
anacronistiche. Eppure, è proprio lei a dimostrare lungimiranza quando
comprende che lo studio dell’inglese deve essere esercitato con continuità e
non relegato a poche ore. Non mancano alcuni stereotipi sociali.
Evidente è quello
relativo alle periferie, che la madre del protagonista associa al degrado. Una
rappresentazione oggi insufficiente.
Le periferie non sono
soltanto luoghi di marginalità: sono anche spazi di rinascita urbana e
culturale.
Ridurle a simbolo dello
spaccio e della corruzione sociale significa riproporre una lettura parziale.
*Giovanni Mannara -Italianista e storico dell’arte, insegna Letteratura italiana e Storia. Ha collaborato con la cattedra di Letteratura italiana del Dipartimento di Scienze Umanistiche.
Interessi di ricerca: letteratura classica greca e latina, barocca, con
attenzione alla poesia da Pasolini a D’Annunzio, fino a Rilke. Protagonista del
documentario “Our road”, si occupa di legalità e di pesaggio. Ha partecipato a
convegni dedicati all’archeologia, al mito e alla storia letteraria.
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