mercoledì 24 giugno 2026

DISAGIO MENTALE E DISABILITA'

 


La domanda da farsi

 non è “come”, 

ma “perché” parlarne




«Per noi di VITA la risposta a quella domanda è una sola: comunicare serve per contribuire a trovare e costruire soluzioni. Non per creare audience digitale. Non per fare engagement sui social. Non per sentirci a posto con la coscienza». L'intervento del direttore di VITA in occasione di un incontro promosso a Cagliari dalla Caritas e dall'Ordine dei giornalisti

di Stefano Arduini

Quello che leggete di seguito è la trascrizione dell’intervento del direttore di VITA Stefano Arduini in occasione dell’incontro “Comunicare il disagio mentale” promosso il 23 giugno a Cagliari da Caritas Sardegna, Ordine dei Giornalisti della Sardegna insieme a Caritas di Cagliari, Ucsi Sardegna (Unione Cattolica della Stampa Italiana) e Federazione Italiana Settimanali Cattolici. Durante l’incontro è stato presentato il numero di giugno di VITA magazine “Disabilità, l’inclusione non basta”.

In un convegno sul tema della comunicazione e del disagio mentale, la prima cosa che sento il bisogno di dire è che occorre mettere a fuoco la domanda giusta da farsi. Spesso chiediamo “come” comunicare il disagio mentale — con quali parole, quali accorgimenti, quale sensibilità linguistica. E quella domanda è legittima, anzi necessaria. Ma è una condizione minima, non un traguardo. Se ci fermiamo lì, rischiamo di fare giornalismo molto rispettoso e completamente inutile. La domanda che conta è un’altra: perché comunicare il disagio mentale? Con quale finalità? Per chi? E soprattutto: cosa vogliamo che cambi, nel mondo reale, dopo che qualcuno ha letto il nostro pezzo, visto il nostro servizio, ascoltato il nostro podcast? Per noi di VITA la risposta a quella domanda è una sola: comunicare per contribuire a trovare e costruire soluzioni. Non per creare audience digitale. Non per fare engagement sui social. Non per sentirci a posto con la coscienza. Il raggiungimento di una platea di lettori larga e interessata deve essere funzionale a migliorare la società in cui viviamo. Un “mi piace” di per sé vale poco o nulla.

Stefano Arduini e don Marco Statzu, delegato regionale di Caritas Sardegna che ha coordinato i lavori

Il vizio d’origine: la retorica dei “buoni”

Nell’ultimo numero di VITA, uscito questo mese, abbiamo dedicato la copertina e l’inchiesta alla disabilità. Il titolo è: “L’inclusione non basta.” La tesi è che le parole con cui raccontiamo la fragilità non sono neutre: portano dentro di sé un’idea di società, una distribuzione del potere, una visione di chi è dentro e chi è fuori. Vale per la disabilità. Vale, con ancora maggiore forza, per il disagio mentale. Il rischio della comunicazione sulla sofferenza psichica è quello di riprodurre senza accorgersene uno schema preciso: fare un giornalismo emergenziale sparando numeri allarmistici conditi da casi di cronaca nera oppure raccontare qualcuno come straordinario, come eccezione eroica, come caso che ce l’ha fatta nonostante tutto. È una narrativa consolatoria, che disturba nessuno. Non mette in discussione niente. E non cambia nulla. L’attivista canadese Judith Snow diceva che «il problema non è la mia disabilità. Il problema è un mondo progettato come se io non esistessi». Il giornalismo che si ferma alla storia commovente non mette mai in discussione quel mondo. Lo celebra, semmai. Ne racconta le eccezioni per non dover parlare della regola.

La regola è che il disagio mentale in Italia è ancora in larga parte trattato come un problema individuale o familiare. Qualcosa che riguarda quella persona, quella famiglia, quella storia. Il giornalismo che non mette in discussione questa cornice, per quanto empatico, per quanto linguisticamente corretto è funzionale al sistema che vorrebbe cambiare.

VITA

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