Dove è sicuramente
encomiabile il rispetto per i morti in quanto tali, ma ha lasciato perplessi
l’equiparazione tra quelli caduti in nome dei valori che l’Italia celebra
solennemente con la festa della Liberazione, vedendo in essi il fondamento
della sua identità democratica, e quelli che hanno perso la vita combattendo
contro questi valori. I morti devono essere visti anche per ciò che
rappresentano. Anche i caduti delle SS meritano il rispetto che si deve a
tutti i morti, ma siamo sicuri che le comunità ebraiche apprezzerebbero un
discorso come quello di La Russa, se fatto da un ministro del governo
tedesco nei confronti del corpo speciale di Hitler?
Certo, di crimini in una
guerra – e soprattutto in una guerra civile – ne commettono tutti. Sappiamo
ormai con chiarezza che anche i partigiani se ne macchiarono. Resta la
differenza tra chi si trova a fare la guerra per difendere la sua terra e chi
la fa a fianco degli occupanti, e di occupanti come i nazisti.
La pace democratica
instaurata con la nascita della Repubblica italiana non è stata il frutto di
un’alleanza impossibile tra questi due contendenti, ma dalla vittoria dei primi
contro i secondi. E il presidente del Senato – seconda carica di questa Repubblica
– non rappresenta inclusivamente entrambi, perché non può non tenere presente
le opposte cause per cui hanno combattuto. Né il fatto di averlo fatto
«come privato» cambia le cose, perché averne parlato ai giornalisti,
difendendo la scelta, ha fatto diventare pubblica questa scelta.
Una cultura estranea
alla Costituzione
Il problema non
riguarda però solo l’on. La Russa. La maggioranza oggi al governo è in larga
misura costituita da persone che non si sono formate in base ai valori
della Resistenza, perché erano gli eredi degli sconfitti e sono rimasti esclusi
dalla Costituente, in cui sono confluiti gli apporti del filone di pensiero
cattolico, social-comunista e liberale, ma non quello fascista.
Questo non può certo far
mettere in dubbio la loro fedeltà alla Repubblica democratica, ma spiega le
loro difficoltà a essere in sintonia profonda con una Costituzione che non
rispecchia la loro tradizione di pensiero. Anche se questo non esclude il
riconoscimento teorico degli errori del fascismo e l’adesione alla Carta
costituzionale. Lo conferma, se ce ne fosse bisogno, un post nel quale, in
occasione del 25 aprile, Giorgia Meloni sottolineava che «in questa giornata,
la Nazione onora la sua ritrovata libertà e riafferma la centralità di quei
valori democratici che il regime fascista aveva negato e che da settantasette
anni sono incisi nella Costituzione repubblicana».
Il problema però, al di
là delle dichiarazioni di principio, è culturale. La nostra premier ha
respirato fin da giovanissima il clima politico di Azione studentesca, il
movimento degli studenti di Alleanza Nazionale (erede del Movimento Sociale
Italiano, dichiaratamente neofascista), del quale è diventata segretaria a 19
anni. E Ignazio La Russa è stato dirigente del Fronte della Gioventù,
organizzazione giovanile dello stesso MSI. Giuste o sbagliate che siano, le
loro posizioni hanno la loro radice in una storia che spiega perché essi
le sostengano in perfetta buona fede.
La difficoltà è che, nel
caso di Meloni e La Russa, essi, a differenza dei rappresentanti
dell’opposizione, si trovano davanti il difficile compito di interpretare
correttamente un testo costituzionale che non rientra nella loro storia. E lo
si sta vedendo in modo chiaro in questo scorcio di legislatura.
Avrebbe dovuto essere il
coronamento di una condotta di governo molto prudente – favorita anche
dalla pochezza dell’opposizione, del tutto incapace di proporre una seria
alternativa – in cui, a dispetto di bellicose dichiarazioni iniziali, ad essere
privilegiata è stata soprattutto la continuità col passato, tanto da spingere
uno dei più autorevoli intellettuali della destra, Marcello Veneziani, a
denunciare l’assenza, in questi anni di governo, di «qualcosa di rilevante che
segni una svolta o che dica, nel bene o nel male, al Paese: da qui è passata la
destra (…) e ha lasciato un segno inconfondibile del suo governo».
Forse è stata l’esigenza
di lasciare «un segno inconfondibile» della sua matrice ideologica a indurre il
governo a varare almeno una riforma, quella della giustizia. Ma è proprio in
questa occasione che si è manifestata la lontananza ideale dell’attuale maggioranza
dallo spirito della Costituzione.
Già nel modo di proporre
la legge. La Carta costituzionale è scaturita da un lungo, paziente
dialogo tra forze politiche di matrice molto diversa e in conflitto tra loro –
democrazia cristiana, comunisti e socialisti, liberali – , che avvertirono
la responsabilità di convergere e ascoltarsi a vicenda, per elaborare un testo
che fosse rappresentativo di tutto il paese.
La riforma della
giustizia, invece, è stata proposta e approvata unilateralmente da una destra
che ha evitato tutte le occasioni di confronto con l’opposizione,
procedendo a colpi di maggioranza e forzando i tempi per vararla senza
lasciare spazio alla discussione. Esultando, quando alla fine la legge è
stata approvata, come si fa quando la squadra avversaria è stata battuta, e
dedicandola al personaggio più divisivo della Seconda Repubblica, Silvio
Berlusconi, che in particolare nei confronti della magistratura aveva
sempre mantenuto rapporti di forte conflittualità.
In realtà è stato tutto
il contesto in cui la riforma è maturata a giustificare dei dubbi sulle sue
motivazioni. Contesto caratterizzato da attacchi furiosi da parte del governo
nei confronti della magistratura, accusata di essere ideologizzata – almeno in
alcune sue componenti – e schierata contro la politica della maggioranza
democraticamente eletta verso i migranti. «Alcuni giudici vogliono governare:
allora si candidino», era la risposta di Meloni alle sentenze che
contraddicevano questa politica.
Argomento che in realtà
rivela la profonda estraneità della nostra premier alla logica della nostra
Costituzione, per la quale la divisione dei poteri serve precisamente ad
evitare che l’esecutivo, anche se democraticamente eletto, possa agire
senza controlli esterni da parte di altro potere, non elettivo, incaricato
di far rispettare la legge. Significativo che la riforma sia stata dalla stessa
Meloni evocata, in uno di questi sfoghi contro una pretesa «invasione di campo»
dei giudici, come l’atteso rimedio che avrebbe rimesso a posto le cose.
Non si può certo parlare
di fascismo. È con i voti ottenuti in libere elezioni che questa
maggioranza governa ed è in nome di questo appoggio popolare che rivendica il
diritto di procedere nelle sua politiche – in particolare in quella migratoria
– senza ostacoli. A rigore, in un sistema di democrazia pura, come
Rousseau l’aveva concepita, Meloni avrebbe perfettamente ragione. Il suo
ragionamento è logico: chi esprime la volontà popolare governa.
Solo che la nostra
Costituzione è nata da una profonda diffidenza verso tutti i poteri assoluti e
ha voluto perciò che essi si bilanciassero, combinando così la logica di
Rousseau con quella di Montesquieu. E già questi continui attacchi di uno
dei poteri nei confronti di un altro non rientrano nello spirito della
democrazia come l’hanno pensata i nostri padri costituenti. Ma di questo la
classe di governo sembra continuare ad essere ignara.
La norma sul “premio”
agli avvocati
Una conferma di questa
incomprensione culturale è l’emendamento, apportato al decreto sicurezza, con
cui si attribuisce un premio di 615 euro agli avvocati di immigrati i cui
clienti decidano volontariamente di lasciare l’Italia. Una norma che ha fatto infuriare
unanimemente gli avvocati – che pur erano stati nella grande maggioranza dalla
parte del governo nella campagna referendaria – i quali vi hanno giustamente
visto un tentativo di manipolare la loro deontologia professionale,
orientandola nella direzione della politica dei rimpatri. È chiaro, infatti,
che il compito del difensore è di cercare di fare valere i diritti, veri o
presunti, del suo cliente, non di indurlo a rinunziarvi. E anche il
presidente della Repubblica ha visto in questo testo una minaccia al diritto
alla difesa sancito dalla nostra Costituzione.
La reazione del governo è
stata di sincera sorpresa di fronte a queste contestazioni. «Stiamo
raccogliendo i rilievi tecnici che sono arrivati dal Quirinale e dagli
avvocati – ha detto la premier – e li trasformeremo in un
provvedimento ad hoc, ma la norma rimane perché è una norma di assoluto buon
senso. Io non lo considero nessun pasticcio».
Meno educatamente i
quotidiani che fiancheggiano l’esecutivo hanno parlato di uno «sgambetto» fatto
dal capo dello Stato e hanno esultato per la risposta di Meloni,
considerata un modo per «rimpatriare» proprio Mattarella. Dove anche questo tono
nei confronti della carica istituzionale che, sempre secondo la nostra
Costituzione, «rappresenta l’unità nazionale» (art. 87) dice molto sulla
sensibilità democratica di chi lo usa.
Il governo, comunque,
intende tirare dritto, come si è vantato di fare anche in occasione della
riforma della giustizia. Con i risultati che si sono visti e che forse
avrebbero dovuto indurre a una riflessione. Perché l’esito immediato della
norma sugli avvocati è stato di ricompattarli con la magistratura, dopo le
divisioni nel dibattito referendario e di convincere anche loro che davvero si
sta cercando di piegare il funzionamento della giustizia agli obiettivi della
politica migratoria della maggioranza di destra.
Difficile prevedere come
finirà. Ma resta la domanda a cui oggi gli italiani non possono sfuggire: quale
democrazia? Quella prevista dalla nostra Costituzione o quella autoritaria di
cui il regime di Orbán, apprezzatissimo da Meloni e appena caduto (dopo sedici
anni), è stato un perfetto modello?
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