La tragedia di Crans-Montana rischia di spingerci, come genitori, in una paura di dimensioni tali da farci credere che l’unico modo per proteggere i nostri figli sia limitarne le uscite.
Alberto Pellai: «Diventare grande è esporsi a dosi sempre
maggiori di rischio e il ruolo dell’adulto non è quello di costruire un mondo
“a rischio zero” ma di attrezzare il figlio, in maniera graduale, perché sappia
affrontarlo»
Qual è il rischio che
vede, dopo il dolore e il senso di immedesimazione che tutti abbiamo vissuto
verso queste famiglie?
È una tragedia che ha
generato una enorme traumatizzazione collettiva in diretta, molto simile a quel
che è accaduto con le torri gemelle: per giorni abbiamo assistito impotenti a
un evento terribile, su cui non abbiamo controllo, ci siamo identificati con le
famiglie, abbiamo percepito un dolore enorme associato a una paura gigantesca.
Tutto ciò che è imprevedibile nei genitori risuona e dà forma alla domanda “E
adesso come lo proteggo mio figlio?”. Si tratta di una domanda fondamentale per
un genitore, che ovviamente deve proteggere il figlio: ma se la abbiniamo ad
una emozione divorante, usando questa emozione come filtro per le scelte del
nostro progetto educativo, diventa un problema. Diventiamo impotenti,
paralizzati e rendiamo impotenti e paralizzati anche i nostri figli. Rischiamo
di concepire il mondo fuori come pieno di pericoli e a quel punto
implicitamente o esplicitamente diciamo di non uscire fuori nel mondo, perché
uscire vuol dire esporsi a pericoli di difficile controllo. Un’ora dopo aver scritto quell’articolo su Famiglia
Cristiana, per dire, ho ricevuto il messaggio di una mamma che
raccontava che suo figlio era appena andato al cinema, ma che prima di farlo
uscire gli aveva fatto una serie di domande per verificare se sapeva come
comportarsi nel caso in cui fosse scoppiato un incendio… Si rendeva conto di
aver caricato il figlio di ansia. Non è sbagliato spiegare a un figlio come
gestire un’emergenza: è sbagliato riversargli addosso, ogni volta che esce nel
mondo, una paura che io genitore non so come gestire. “Uscire” fuori serve a
esplorare il nuovo e l’ignoto, facendo i conti con la paura e la sorpresa. Ma
se il mondo fuori è percepito e presentato come una trincea, l’assetto in cui
muoversi diventa quello difensivo anziché quello esplorativo: un figlio a quel
punto tenderà a fare sempre meno cose “fuori” e a rimanere nella comfort
zone.
Che siamo una generazione
di genitori tentati dall’iperprotezione non è una novità… aiutati anche dalla
tecnologia.
È il tema grande della
genitorialità del terzo millennio: l’iperprotezione, il controllo continuo, la
geolocalizzazione dei figli. La tecnologia digitale ha fatto sì che il genitore
di oggi pretenda che le uscite nel mondo dei figli adolescenti siano a rischio
zero per i figli e ansia zero per sé. Ma questo non è possibile, significa
pretendere di ribaltare il concetto di crescita. Inseguiamo il concetto di una
crescita con ogni rischio previsto, gestito e prevenuto ma diventare grande è
esattamente esporsi a dosi sempre maggiori di rischio e il ruolo dell’adulto
non è quello di costruire un mondo “a rischio zero” ma di attrezzare il figlio,
in maniera graduale, perché sappia affrontare il rischio, andando incontro al
rischio che è in grado di gestire. È chiaro che l’uscita nel “fuori” non deve
essere un azzardo: bisogna avere una buona mappa dei rischi fase specifici che
il figlio può affrontare.
Diventare grande è
esattamente esporsi a dosi sempre maggiori di rischio e il ruolo dell’adulto
non è quello di costruire un mondo “a rischio zero” ma di attrezzare il figlio,
in maniera graduale, perché sappia affrontare il rischio, andando incontro al rischio
che è in grado di gestire
Quali strategie concrete
possono aiutare noi genitori a gestire questa ansia, senza limitare
eccessivamente la libertà dei figli?
Da una parte sapere che
il livello di protezione che diamo ai nostri figli quando hanno 9 anni non è la
stessa che dobbiamo dargli a 13 anni o a 19 anni: ci sono invece genitori
geolocalizzatori nei confronti di figli universitari, che vivono a centinaia di
km da casa. Il secondo tema è lavorare molto sulla dinamica della coppia:
quando non c’erano gli strumenti digitali, di solito, quando un figlio usciva
la sera c’era un genitore che stava in ansia e restava sveglio sul divano, ma
l’altro dormiva. Uno dei due testimoniava che era possibile restare tranquilli.
Il mio messaggio per i genitori con un figlio adolescente è che non hai diritto
alla tranquillità. Devi stare in ansia e certamente non puoi permetterti di
chiedere a tuo figlio di rinunciare a fare cose per non mandarti in ansia.
Il mio messaggio per i
genitori con un figlio adolescente è che non hai diritto alla tranquillità.
Devi stare in ansia e certamente non puoi permetterti di chiedere a tuo figlio
di rinunciare a fare cose per non mandarti in ansia
In questi giorni abbiamo
letto tante critiche ai comportamenti dei ragazzi, mentre è connaturale negli
adolescenti non avere contezza del rischio: come mediare?
Molte delle cose che
state scritte, dimostrano una gigantesca mancanza di empatia sui social. Detto
questo, io penso che i ragazzi oggi siano poco allenati al principio di realtà.
Questa permanenza enorme nel virtuale, che rende tutto apparentemente finto, ha
disallenato la capacità di abitare la vita con uno sguardo attento e
competente. La percezione del rischio è un passaggio fondamentale dalla
prevenzione e il mondo adulto deve dotare i ragazzi di questa percezione. È
anche vero, però, che non è un compito degli adolescenti percepire il rischio
in un locale pubblico, dove paghi un biglietto per entrare: garantire la
sicurezza, lì, toccava ad altri.
In questo momento di
grande paura e incertezza, quale messaggio dare ai genitori che temono di non
riuscire a proteggere i propri figli da tutto?
Lo dico da genitore di
quattro figli: sento un dolore enorme per una tragedia che era prevenibile, ma
questo non cambia di un centimetro il copione di come regolo l’autonomia dei
miei figli, pur sapendo che ogni volta che escono di casa non ho nessuna garanzia
che torneranno vivi. Tutto ciò che ritengo adeguato per il loro sviluppo e la
loro crescita, continueranno ad avere il diritto di farlo.
E agli insegnanti e agli
educatori, al di là del minuto di silenzio chiesto dal ministro Valditara?
Invito a lasciare uno
spazio di decantazione dei vissuti emotivi: cosa hanno percepito, da quali
emozioni sono abitati, cosa vuol dire fare memoria di un ragazzo che non c’è
più. Farli lavorare sulle potenziali conseguenze che un fatto del genere può
avere sulle loro vite, smantellare l’effetto di traumatizzazione indiretta, che
non deve diventare un blocco nella loro fiducia nella vita, nell’uscire.
Paura e blocco: crede che
questo sia un rischio concreto per i nostri figli, oltre che per noi genitori?
L’ansia e la depressione
sono tratti molto frequenti negli adolescenti, molto più che in passato, anche
per via del fatto che tutti noi siamo immersi in una narrazione quotidiana
catastrofica. Ma questo evento tragico è stata la narrazione continuativa per
giorni: è ovvio che sia entrato nel nostro qui e ora e abbia turbato tantissimo
i ragazzi, anche perché ha parlato in modo massiccio di morte e di morte
generazionale, mentre morte e adolescenza solitamente non stanno in
associazione.
Foto di Marco Alpozzi
/LaPresse
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