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sabato 17 gennaio 2026

IL RISCHIO DELLA PAURA

 

Una ragazza piangedopo aver deposto le loro candele nel punto in cui vengono portati fiori e lumini vicino al bar Le Constellation

Dopo la tragedia

 di Crans-Montana: 

«Cari genitori,
 
non abbiate paura della vita»


La tragedia di Crans-Montana rischia di spingerci, come genitori, in una paura di dimensioni tali da farci credere che l’unico modo per proteggere i nostri figli sia limitarne le uscite. 

Alberto Pellai: «Diventare grande è esporsi a dosi sempre maggiori di rischio e il ruolo dell’adulto non è quello di costruire un mondo “a rischio zero” ma di attrezzare il figlio, in maniera graduale, perché sappia affrontarlo»


di Sara De Carli

 Una traumatizzazione collettiva in diretta, enorme. In cui morte e adolescenza – due termini che raramente stanno vicini – si sono saldati entro quella che è stata una tragedia generazionale. La strage di Crans-Montana, dove sono morti 40 ragazzi, di cui sei italiani e altri 121 sono stati feriti, ci riguarda da vicino: anche se quei ragazzi non li conoscevamo. Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta, nei giorni scorsi ha scritto che «la strage di Crans-Montana rischia di farci precipitare in un’ansia collettiva, in una paura genitoriale di proporzioni tali da spingerci a credere che l’unico modo per proteggere la vita dei figli diventa limitarne al massimo le uscite nel mondo. Invece, l’unica cosa che ai nostri figli serve veramente è non smettere mai – noi adulti – di augurare loro di non avere paura della vita, anche quando la vita si fa spaventante. Perché l’unico modo per affrontare la paura è attraversarla con il coraggio di andare incontro ad un ignoto che non sai che cosa ha dentro». Pellai nei suoi scritti parla spesso di un “allenamento alla vita” e di una crescita in cui la vita si impara passo dopo passo, affrontando le sfide e imparando a gestire il “guado” e l’ignoto.

Qual è il rischio che vede, dopo il dolore e il senso di immedesimazione che tutti abbiamo vissuto verso queste famiglie?

È una tragedia che ha generato una enorme traumatizzazione collettiva in diretta, molto simile a quel che è accaduto con le torri gemelle: per giorni abbiamo assistito impotenti a un evento terribile, su cui non abbiamo controllo, ci siamo identificati con le famiglie, abbiamo percepito un dolore enorme associato a una paura gigantesca. Tutto ciò che è imprevedibile nei genitori risuona e dà forma alla domanda “E adesso come lo proteggo mio figlio?”. Si tratta di una domanda fondamentale per un genitore, che ovviamente deve proteggere il figlio: ma se la abbiniamo ad una emozione divorante, usando questa emozione come filtro per le scelte del nostro progetto educativo, diventa un problema. Diventiamo impotenti, paralizzati e rendiamo impotenti e paralizzati anche i nostri figli. Rischiamo di concepire il mondo fuori come pieno di pericoli e a quel punto implicitamente o esplicitamente diciamo di non uscire fuori nel mondo, perché uscire vuol dire esporsi a pericoli di difficile controllo. Un’ora dopo aver scritto quell’articolo su Famiglia Cristiana, per dire, ho ricevuto il messaggio di una mamma che raccontava che suo figlio era appena andato al cinema, ma che prima di farlo uscire gli aveva fatto una serie di domande per verificare se sapeva come comportarsi nel caso in cui fosse scoppiato un incendio… Si rendeva conto di aver caricato il figlio di ansia. Non è sbagliato spiegare a un figlio come gestire un’emergenza: è sbagliato riversargli addosso, ogni volta che esce nel mondo, una paura che io genitore non so come gestire. “Uscire” fuori serve a esplorare il nuovo e l’ignoto, facendo i conti con la paura e la sorpresa. Ma se il mondo fuori è percepito e presentato come una trincea, l’assetto in cui muoversi diventa quello difensivo anziché quello esplorativo: un figlio a quel punto tenderà a fare sempre meno cose “fuori” e a rimanere nella comfort zone.

Che siamo una generazione di genitori tentati dall’iperprotezione non è una novità… aiutati anche dalla tecnologia.

È il tema grande della genitorialità del terzo millennio: l’iperprotezione, il controllo continuo, la geolocalizzazione dei figli. La tecnologia digitale ha fatto sì che il genitore di oggi pretenda che le uscite nel mondo dei figli adolescenti siano a rischio zero per i figli e ansia zero per sé. Ma questo non è possibile, significa pretendere di ribaltare il concetto di crescita. Inseguiamo il concetto di una crescita con ogni rischio previsto, gestito e prevenuto ma diventare grande è esattamente esporsi a dosi sempre maggiori di rischio e il ruolo dell’adulto non è quello di costruire un mondo “a rischio zero” ma di attrezzare il figlio, in maniera graduale, perché sappia affrontare il rischio, andando incontro al rischio che è in grado di gestire. È chiaro che l’uscita nel “fuori” non deve essere un azzardo: bisogna avere una buona mappa dei rischi fase specifici che il figlio può affrontare.

Diventare grande è esattamente esporsi a dosi sempre maggiori di rischio e il ruolo dell’adulto non è quello di costruire un mondo “a rischio zero” ma di attrezzare il figlio, in maniera graduale, perché sappia affrontare il rischio, andando incontro al rischio che è in grado di gestire

Quali strategie concrete possono aiutare noi genitori a gestire questa ansia, senza limitare eccessivamente la libertà dei figli?

Da una parte sapere che il livello di protezione che diamo ai nostri figli quando hanno 9 anni non è la stessa che dobbiamo dargli a 13 anni o a 19 anni: ci sono invece genitori geolocalizzatori nei confronti di figli universitari, che vivono a centinaia di km da casa. Il secondo tema è lavorare molto sulla dinamica della coppia: quando non c’erano gli strumenti digitali, di solito, quando un figlio usciva la sera c’era un genitore che stava in ansia e restava sveglio sul divano, ma l’altro dormiva. Uno dei due testimoniava che era possibile restare tranquilli. Il mio messaggio per i genitori con un figlio adolescente è che non hai diritto alla tranquillità. Devi stare in ansia e certamente non puoi permetterti di chiedere a tuo figlio di rinunciare a fare cose per non mandarti in ansia.

Il mio messaggio per i genitori con un figlio adolescente è che non hai diritto alla tranquillità. Devi stare in ansia e certamente non puoi permetterti di chiedere a tuo figlio di rinunciare a fare cose per non mandarti in ansia

In questi giorni abbiamo letto tante critiche ai comportamenti dei ragazzi, mentre è connaturale negli adolescenti non avere contezza del rischio: come mediare?

Molte delle cose che state scritte, dimostrano una gigantesca mancanza di empatia sui social. Detto questo, io penso che i ragazzi oggi siano poco allenati al principio di realtà. Questa permanenza enorme nel virtuale, che rende tutto apparentemente finto, ha disallenato la capacità di abitare la vita con uno sguardo attento e competente. La percezione del rischio è un passaggio fondamentale dalla prevenzione e il mondo adulto deve dotare i ragazzi di questa percezione. È anche vero, però, che non è un compito degli adolescenti percepire il rischio in un locale pubblico, dove paghi un biglietto per entrare: garantire la sicurezza, lì, toccava ad altri.

In questo momento di grande paura e incertezza, quale messaggio dare ai genitori che temono di non riuscire a proteggere i propri figli da tutto?

Lo dico da genitore di quattro figli: sento un dolore enorme per una tragedia che era prevenibile, ma questo non cambia di un centimetro il copione di come regolo l’autonomia dei miei figli, pur sapendo che ogni volta che escono di casa non ho nessuna garanzia che torneranno vivi. Tutto ciò che ritengo adeguato per il loro sviluppo e la loro crescita, continueranno ad avere il diritto di farlo.

E agli insegnanti e agli educatori, al di là del minuto di silenzio chiesto dal ministro Valditara?

Invito a lasciare uno spazio di decantazione dei vissuti emotivi: cosa hanno percepito, da quali emozioni sono abitati, cosa vuol dire fare memoria di un ragazzo che non c’è più. Farli lavorare sulle potenziali conseguenze che un fatto del genere può avere sulle loro vite, smantellare l’effetto di traumatizzazione indiretta, che non deve diventare un blocco nella loro fiducia nella vita, nell’uscire.

Paura e blocco: crede che questo sia un rischio concreto per i nostri figli, oltre che per noi genitori?

L’ansia e la depressione sono tratti molto frequenti negli adolescenti, molto più che in passato, anche per via del fatto che tutti noi siamo immersi in una narrazione quotidiana catastrofica. Ma questo evento tragico è stata la narrazione continuativa per giorni: è ovvio che sia entrato nel nostro qui e ora e abbia turbato tantissimo i ragazzi, anche perché ha parlato in modo massiccio di morte e di morte generazionale, mentre morte e adolescenza solitamente non stanno in associazione.

Foto di Marco Alpozzi /LaPresse

VITA

 

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