“I giovani, questi (s)conosciuti”
Cerco di porre problemi intorno al tema dell’educazione, problemi che affronto sia come padre sia come insegnante sia come psicoanalista, offrendo molto ascolto ai genitori. Freud sosteneva che educare è un mestiere impossibile. In altre parole: la brutta notizia che dava Freud è che fare il genitore comporta lo sbagliare e può essere paragonato al condurre una barca in mare aperto, tra tante difficoltà e rischi. La buona notizia, però, è che i migliori tra gli educatori o genitori sono coloro che sono consapevoli delle proprie insufficienze e mancanze. I peggiori genitori sono quelli che pretendono di essere “migliori” o esemplari, persone che schiacciano la vita dei figli, che pretendono di insegnare come vivere, di spiegare cosa è la vita. Diversa è la testimonianza, la quale non pretende di essere esemplare e della quale i figli hanno realmente bisogno. Questi infatti hanno bisogno di incontrare qualcuno/a che testimoni loro che la vita ha un senso, e lo faccia attraverso le azioni (ad esempio, come amare, come escludere la violenza). Chiunque può essere testimone, non esiste un “testimone di professione”: anche un peccatore lo può essere!
Evidenzio due imposture
fondamentali del nostro tempo sull’educazione.
1. Pensare di poter
ridurre il problema dell’educazione (che è umanizzazione) al rispetto delle
regole.
Tutti ne parlano con
abbondanza, in campo psicologico o pedagogico, come se la vita di un figlio
fosse quella di un cavallo. Il fatto è che le regole devono essere uguali per
tutti, mentre i figli sono diversi, ed amano in modo diverso.
Occorre tenere sempre
conto del nome, della singolarità di ogni persona. Certo, una quota di regole è
necessaria (ad esempio, quelle che regolamentano la circolazione stradale), ma bisogna ricordare che ogni
insistenza genera resistenza, come dimostrano tanti disturbi comportamentali o
alimentari dei nostri giorni. Le regole devono essere poche e l’educazione non
deve essere confusa con la regolazione.
Inoltre bisogna ricordare
che c’è differenza fra la regola e la legge: più si perde il senso della legge,
più si moltiplicano le regole, ossia gli impedimenti esterni che implicano una
sanzione in caso di trasgressione. L’eredità biblica che abbiamo alle spalle
ben chiarisce il senso della legge: ciò che le da’ valore non è che essa sia
scritta su tavole di pietra, ma che sia scritta sulla “carne del cuore”
(secondo la felice espressione del profeta Ezechiele), ossia che sia interiorizzata in profondità.
Cosa scrivere allora nel cuore di un figlio? L’esperienza del “non-tutto”: io
non posso avere, essere, sapere, godere il tutto. La grande tentazione, narrata
nel linguaggio mitico nel capitolo 3 del Genesi, è quando l’uomo si pensa come un dio, quando
sperimenta questo delirio.
Occorre allora scrivere
nella carne del figlio la legge per cui non tutto è possibile, diversamente da
come propagandano tanti slogan della società dei consumi. Inoltre, occorre
sostituire alla severità spietata della legge il valore generativo della testimonianza,
altrimenti rischiamo di rimpiangere un passato che non deve e non può tornare.
Si deve quindi arrivare alla testimonianza della legge, e questa passa
attraverso la forza e la credibilità della parola.
Un insegnante è
convincente perché e quando porta in sé e nel proprio agire il “fuoco”. La vita
non è una scala che va dal basso verso l’alto, ma un percorso tortuoso, fatto
soprattutto di incontri con persone che hanno un desiderio “deciso”, e costoro
sono il vero fuoco. Siamo abituati a pensare moralisticamente che il desiderio
e il dovere siano termini contrapposti, ed invece Gesù per primo mostra che il
primo dovere è rendere la propria vita viva, ricca (cfr. Recalcati, La legge del desiderio, Einaudi). Il desiderio è
la forma più alta del dovere, e trasmettere questo è il vero compito
dell’educazione.
2. La seconda impostura è
quella del dialogo.
Gesù dava dei “colpi”,
non dialogava, perché il dialogo non lascia il marchio del fuoco. La vera
eredità è proprio il fuoco che l’altro ci lascia. Anche una lettura può
generare in noi il fuoco, così come un incontro, che diventa così per noi
“grazia”. Constato invece una retorica imperante sul dialogo, laddove occorre
maggiormente seminare atti di testimonianza, manifestare fede/fiducia
nell’altro, come può essere il figlio, anche quando questi inciampa.
Attenzione: quando inciampa,
non nonostante inciampi. Aver fede è l’opposto che proiettare
sull’altro i propri sogni: ne da’ una plastica rappresentazione la parabola del figliol prodigo o del padre misericordioso.
Nel percorso educativo
occorre calibrare bene i passaggi dall’ “eccomi” (che va bene quando il figlio
è piccolo) al “vai” (quando passa all’adolescenza). La depressione coincide con
la fatica del desiderare, e preoccupa che oggi tanti giovani vivano questo
problema.
Ciò dipende forse anche
dal fatto che la società in cui siamo immersi è radicalmente negativa, in
quanto mira a generare dipendenze dagli oggetti, come quella dallo smartphone. La promessa capitalistica è che la salvezza
consista nel possesso dell’oggetto, ma questo è sempre “altro” rispetto a ciò
che si ha e ne nasce una perpetua insoddisfazione (cosa che tocca anche i
legami tra le persone, non solo il rapporto con le cose).
Educare, in questo senso,
consiste nel trasmettere il senso del desiderio – che non coincide mai con il
possesso – e il valore della durata. (relazione non rivista dall’autore)
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