Intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella in occasione della Festa nazionale di San Francesco d'Assisi
Sono trascorsi
ottocento anni dalla morte di San Francesco, patrono d’Italia insieme a
un’altra grande santa, Caterina da Siena.
La distanza temporale
che ci separa da quell’evento, non ha in alcun modo ridotto il suo fascino e il
suo carisma, che vive ben oltre i confini dell’Italia e della stessa
Cristianità, di cui è figlio e figura eminente.
Profeta di pace, di
amore, di rispetto per il Creato, il suo insegnamento è patrimonio universale
per le donne e gli uomini di tutti i tempi e di tutte le latitudini, credenti o
non credenti, cristiani o fedeli di altre religioni.
La sua personalità,
così umile e, insieme, così vigorosa, ha operato conversioni, orientato scelte
di vita, suscitato attenzione e affetto, ispirato artisti e poeti, comunità. E
continua a esercitare un fortissimo ascendente su milioni di persone, particolarmente
tra i giovani.
I caratteri della
società italiana ne hanno tratto un segno profondo e non possono prescindere
dalla sua lezione: ne è conferma la proclamazione a santo patrono che, al
contempo, esprime invito e impegno alla coerenza.
Un santo figlio della
terra umbra che respirò l’atmosfera intensa e dinamica del suo tempo.
Francesco canta in
francese, ma sceglie il volgare per predicare, per diffondere la parola di Dio.
E con il “Cantico delle Creature”, la più alta tra le prime espressioni
poetiche in volgare, magnifica e commovente, concorre all’inizio della storia
della nostra letteratura. Così come la rappresentazione della Natività a
Greccio e la diffusione della devozione popolare francescana contribuiscono
all’avvio delle forme teatrali religiose medievali.
Le comunità
francescane portano la vita religiosa fuori dalla solennità dei monasteri e si
inseriscono nel tessuto urbano e sociale, nel loro tempo così bisognevole di
impegno e di presenza, incarnando un ideale di povertà evangelica e di
vicinanza agli ultimi che traccia un segno profondo nella società medievale,
aprendo la strada a forme nuove di solidarietà, a nuovi criteri di relazioni
umane.
A buon titolo
Francesco appare precursore anche dei Santi sociali.
Celebrare Francesco,
oggi, qui al Sacro Convento, in questo importante anniversario, significa
riflettere su un apparente paradosso, forse inspiegabile per una mentalità
piuttosto diffusa. Come è stato scritto in una sua importante biografia,
Francesco “non offriva una risposta politica alle ingiustizie sociali, al
problema del male nel mondo”.
Francesco chiedeva
solamente di vivere, in povertà, pace e letizia, con i suoi fratelli e le sue
sorelle, al seguito di Cristo e vivendo il messaggio del Vangelo, invitando al
“privilegio della povertà evangelica”, esortazione che lo rendeva distinto dai
movimenti pauperistici dell’epoca.
Per questa scelta,
radicale e sconvolgente agli occhi del mondo, l’uomo che, per sé e per i suoi
seguaci volle la denominazione umile di “frati minori”, è diventato una delle
figure più significative, più conosciute, più amate della storia universale.
Al giovane Francesco
la prospettiva di dedicarsi ai lucrosi commerci paterni andava stretta,
appariva insoddisfacente.
Operò dentro di sé, e
su sé stesso, una vera rivoluzione. Ricco sarebbe stato colui che avesse
deposto ogni bene. Coraggioso colui che avesse deposto la spada per parlare di
pace. Nobile chi avesse fatto dell’amore e del servizio ai poveri e agli
ammalati la sua missione terrena.
La gloria e l’onore,
così ambiti dai giovani della sua epoca, andavano dunque ricercati nella
povertà, nell’amore per tutte le creature, a cominciare da quelle più piccole,
nella vicinanza a Dio nella preghiera.
Non fu facile, per
Francesco, professare la sua fede e i suoi ideali, così ambiziosi, così
distanti dal sentire comune. Fu incompreso, spesso deriso. A volte il suo
pensiero fu persino manipolato e strumentalizzato.
La ricerca storica ci
presenta una figura mite, ma tutt’altro che accomodante, un animo lieto,
fiducioso in Dio, e insieme sofferente per via della cupidigia, della
malvagità, della brama di potere, della violenza, della stoltezza nella vita
praticata dagli uomini.
La sua povertà, così
cercata e desiderata, fu rottura concreta con l’idolatria del denaro; la sua
umiltà non aveva nulla di ingenuo, nasceva da una sete esigente di verità; la
sua obbedienza non fu remissività, ma una faticosa, ponderata ricerca delle ragioni
superiori dell’unità del popolo cristiano e della Chiesa.
Ricordare, oggi,
l’insegnamento di Francesco al mondo contemporaneo vuol dire porre in luce
alcuni fondamenti decisamente attuali anch’essi della sua predicazione: la
dignità di ogni persona, il rispetto del Creato, la pace.
Per il santo di
Assisi, infatti, ogni essere vivente è stato creato da Dio e va rispettato e
amato in quanto tale.
Nel secolo di
Francesco non ci sono le enormi, decisive questioni dell’inquinamento
dell’acqua e della terra, della devastazione delle foreste, del
surriscaldamento del pianeta, che oggi viviamo con crescente preoccupazione,
così ben evidenziata dalla “Laudato sì” di Papa Francesco.
La natura dell’Umbria
e delle zone frequentate da Francesco nel suo incessante pellegrinare, è a quel
tempo incontaminata, i suoi frutti sembrano offerti all’umanità in modo
inesauribile.
Eppure, con quanta
delicatezza, con quanta considerazione, Francesco guarda all’ambiente che lo
circonda.
L’acqua, bene oggi di
valore crescente e a rischio di scatenare gravi contrasti in futuro, è «utile
et humile», «pretiosa et casta».
Il lupo, simbolo di
inconciliabile inimicizia con l’uomo, viene ammansito, non abbattuto.
I fiori, i frutti,
l’erba, con la loro semplice bellezza, cantano la gloria di Dio.
Nel 1219, durante la
quinta crociata, Francesco attraversò le linee e riuscì, rischiando la vita, a
incontrare, in Egitto, il sultano al-Malik al-Kamil. Desiderava ardentemente
convertirlo.
La missione non ebbe
- lo sappiamo – questo esito. Ma il sultano rimase colpito da quell’uomo
minuto, dai modi e dall’aspetto che dovevano apparirgli bizzarri, che gli
parlava, accorato, di pace e di fratellanza.
Eppure, con quel
viaggio di appassionata invocazione, Francesco lasciò un grande segno. Prima
che un nemico, prima che un infedele, Francesco riconobbe nel temibile
interlocutore un uomo. Un figlio di Dio e, dunque, un fratello.
Il gesto rischioso –
temerario si potrebbe dire - di Francesco non cancellava la violenza, né
fermava il conflitto.
Disegnava piuttosto
un atteggiamento di dialogo e di rispetto straordinariamente nuovo e originale
nel contesto del tempo.
Oggi terribili
conflitti insanguinano tante parti del mondo, e addirittura in alcune parti si
torna a benedire le armi e a porre gli eserciti sotto insegne religiose:
Francesco ci insegna che non c’è colpa maggiore di quella di uccidere altri
uomini in nome di Dio.
Non renderemmo
giustizia al santo di Assisi se la sua figura fosse esaurita in quella di un
ecologista, pacifista e operatore sociale ante litteram.
Francesco e Chiara –
la sua discepola, amica e sorella nelle scelte, protagonista con Francesco di
quella grande opera di rinnovamento religioso e civile – erano soprattutto
innamorati di Dio e del Vangelo.
Il loro linguaggio,
che tuttora appare affascinante e contemporaneo, ricco di spunti anche sociali
e umanitari, non può essere separato dalla dimensione religiosa, dalla fede
ardente e incrollabile, dall’adorazione di Dio, dall’amore per gli uomini.
Non sbaglieremmo,
credo, se cercassimo il Francesco più autentico nel mistero di quei silenziosi,
lunghissimi, intimi colloqui con Dio nella grotta del Santuario della Verna.
O se cogliessimo il
tratto più caratteristico della sua carità traboccante in quel bacio,
sorprendente e inatteso, dato al lebbroso, sovvertendo le barriere di
emarginazione del tempo: segno insopprimibile di amore purissimo, che non
distingue tra chi dà e chi riceve, tra chi è sano e chi è malato, tra chi cura
e chi è curato, espressione di quel servizio agli ultimi che tutti eleva e
parifica, in quanto figli di Dio e, dunque, fratelli destinati allo stesso
orizzonte.
Quanto ci hanno
consegnato Francesco e Chiara – la grande e numerosa famiglia francescana – è
un albero dalle solidissime radici che è cresciuto, ha dato frutti, si è
moltiplicato, diffondendosi in ogni parte della terra, operando in favore della
non violenza, dei poveri, degli emarginati, dei sofferenti.
Le grandi
testimonianze d’arte – pittura, architettura, letteratura, teatro, cinema,
musica – dedicate ai due grandi Santi, l’attrazione che Assisi riveste nel
mondo, anche come capitale della pace e del dialogo interreligioso,
sottolineano che la forza spirituale e morale di Francesco e di Chiara è, e
sarà sempre, fonte inesauribile di ispirazione.
Nell’undicesimo Canto
del Paradiso, Dante parla di Francesco come di un sole sorto per il mondo
intero, tanto che Assisi andrebbe denominata come Ascesi, come Oriente.
In questi tempi
segnati da guerre insensate e crudeli, da “tanta violenza, manipolazione,
arroganza”, come ha detto, giorni fa, Leone XIV, l’auspicio è che il sole di
Francesco possa illuminare il mondo, convertire le menti indurite dall’odio,
indicare la via della pace, della speranza, della serena, fraterna convivenza.
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