giovanile,
ruolo degli adulti
-di ERALDO AFFINATI
La protesta giovanile,
anche quando si esprime attraverso sparute minoranze, segnala sempre un
malessere di rilevanza storica, in quanto i giovani sono la schiuma dell’onda
che s’infrange sugli scogli: il loro movimento implacabile, apparentemente
cieco, segnala la forza anche oscura ma inarrestabile della nostra stessa vita.
Così le decine di facinorosi minorenni incappucciati che a Milano hanno
saccheggiato i negozi intorno al Duomo non rappresentano certo la maggioranza
dei loro coetanei; tuttavia, possono segnalare un’inquietudine generazionale di
cui, al di là delle specifiche circostanze di cronaca, dobbiamo prenderne atto.
I gesti violenti, è
ovvio, vanno sempre condannati, ma dopo aver applicato le sanzioni necessarie,
bisogna provare a comprendere in quali contesti sono nati e a cosa rispondono.
In questo crinale del
ventunesimo secolo molti adolescenti, di diversa estrazione sociale e
culturale, stanno alzando le barricate.
Dai movimenti kenioti,
tesi a rivendicare l’uguaglianza sociale, alla rabbia dei ventenni nepalesi,
specie quelli esclusi dalla gestione della cosa pubblica, dalle masse albanesi
impegnate a chiedere le dimissioni del premier Edi Rama, fino agli incendiari
che nei giorni scorsi hanno messo a ferro e fuoco il centro di Parigi, una
specie di febbre planetaria sembra animare le ultime generazioni, anche là dove
non sono presenti, come in Palestina o in Ucraina, contrasti territoriali veri
e propri. Sebbene le ragioni del dissenso siano proclamate a chiare lettere
sugli striscioni che denunciano la corruzione dei ceti più abbienti e la
violazione dei diritti umani, sino a istanze molto più spicciole ma non meno
pressanti, come ad esempio il caro degli affitti per gli studenti universitari
nostrani, abbiamo la sensazione di ascoltare un urlo rauco e disarticolato che
proviene da una posizione anteriore: se riuscissimo a localizzarla, forse
potremmo aiutare i rivoltosi venendo loro incontro in modo non semplicemente
normativo e precettistico. Non sarebbe questo il vero compito da assolvere per
ogni educatore?
Cos’hanno in comune i
ribelli scatenati che da una parte all’altra del globo mostrano gli artigli?
Forse niente, se non il fatto di essere tutti nativi digitali, dall’Asia
all’Africa, dall’Europa all’America, cresciuti con una percezione della realtà
completamente diversa rispetto al più recente passato. Quando il linguaggio si
sgancia dall’esperienza, anche i gesti quotidiani rischiano di essere alterati.
Si può avere l’impressione di un’assenza di limiti non legata soltanto
all’immaturità del singolo individuo ancora in formazione, ma anche alla
legittimazione dell’arbitrio. Insulto una persona e non mi succederà alcunché.
Attacco questo e quello e posso farla franca. Giudico anche ferocemente tizio e
caio e la passerò liscia. Fosse così, il delirio surrealista dell’azione priva
di riscontro avrebbe conquistato il nostro inconscio. E chi, se non un giovane,
potrebbe meglio sperimentarlo?
Vaniloqui, sogni, farneticazioni? Può essere. Ma certo si tratta di un carattere antropologico davvero inedito, che riguarda anche gli adulti, sul quale gli esseri umani continuano a interrogarsi senza ricavare un ragno dal buco. Per ora ci limitiamo a renderci conto di ciò che sta cambiando a velocità supersonica sotto i nostri occhi: cose grosse, tipo il concetto di responsabi-lità, la natura della libertà, lo statuto dell’opera d’arte, la qualità della relazione umana, il senso stesso dell’istruzione. Valori morali. Fondamenti religiosi.
E vorremmo quindi illuderci di poter passare indenni attraverso questo cerchio di fuoco, cercando di non bruciarci le ali? Chiunque in tempi anche recenti lo avesse sperato, adesso dovrebbe ricredersi.
E chissà forse certi genitori che
ieri l’altro sono andati in questura a riprendersi i ragazzi arrestati dalle
forze dell’ordine mentre arraffavano le merci rubate, pare che alcuni abbiano
solo dodici anni, avranno guardato negli occhi i loro figli senza riconoscerli.

Nessun commento:
Posta un commento