DI
FRATE
FRANCESCO
Si narra che quando 800
anni fa Francesco d’Assisi, di cui ieri abbiamo festeggiato per la
prima volta la festa nazionale, sentì la morte vicina, chiese ai fratelli i
suoi biscotti preferiti: la ricreazione.
Quei biscotti di
mandorle, miele, mosto, albumi e spezie dovevano però uscire dalle mani di Jacopa dei Settesoli, nobildonna sua seguace che lo aveva
ospitato quando si era recato a Roma per presentare al Papa il suo
ordine.
Jacopa gli preparò quei
biscotti dal potere rinfrancante e curativo che si fanno ancora oggi, gli
piacquero così tanto da volerli di nuovo prima di spegnersi. Francesco è poeta
nel senso che ha la radice della parola: portare nel mondo più vita di quella
che ci ha trovato. Inaugura infatti la poesia italiana e Dante, con la sua teologia esistenziale, è suo figlio.
Nel chiedere i biscotti è poeta fino in fondo,
come Cristo nell’ultima cena: afferma la gioia di vivere, nel creato, nel
corpo, nell’amicizia e perfino nell’imminente morte, che già nel Cantico — volle recitarlo con i fratelli come addio e a Dio
— aveva definito sorella, perché per lui ogni cosa venendo da un Padre,
dall’acqua alle stelle, dalla Terra alla Morte, è quindi figlia, cioè per noi
sorella o fratello.
La creazione è il nostro
corpo, cosmico e sociale, e Francesco detta la regola della ricreazione perfetta: fai quello che sai fare
per vocazione con ciò che il creato ti offre, senza distruggerlo, e porgilo
agli altri... fossero anche solo dei biscotti.
Aumenta la vita, metti al
mondo più mondo. Ricreati. Ricrea.
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